di David Zebuloni
Marginalizzato dalla vittoria della Rivoluzione khomeinista del 1979, l’esercito iraniano ha un elevatissimo numero di combattenti, di diverse etnie, non tutti fedeli al regime islamista e alla sua ideologia rivoluzionaria, e per questo è guardato con sospetto dal regime. “È plausibile che si rivolti contro il regime, facendolo cadere” spiega Ronen Itzik, capo della sezione esercito-società presso il David Institute for Security Policy.
In queste settimane tese di guerra regionale, che minaccia di intensificarsi e di coinvolgere il mondo intero, emerge la necessità di valutare le reali capacità dell’esercito iraniano. Alcune domande sorgono spontanee: le forze armate regolari della Repubblica Islamica possono realmente rappresentare una minaccia esistenziale per Israele e i suoi alleati? Sono davvero in grado di sfidare le Forze di Difesa Israeliane e metterle alla prova in modi imprevedibili?
Un altro quesito, distinto ma di grande interesse per molti esperti, riguarda la possibilità che, a un certo punto, l’esercito iraniano possa voltare le spalle agli ayatollah, unirsi ai cittadini che manifestano contro il regime repressivo e contribuire alla sua caduta. Uno scenario realistico? Dipende a chi si pone la domanda. Per fornire una risposta lucida, tuttavia, occorre comprendere la struttura peculiare del regime iraniano e il ruolo dell’esercito all’interno di questo complesso sistema di potere.
Ci sono Stati che lottano per sopravvivere e altri la cui sopravvivenza è diventata il principio organizzatore del governo. Dal 1979, anno della sua nascita con la deposizione di Mohammad Reza Shah Pahlavi, la Repubblica Islamica dell’Iran coltiva una cultura di forza, diffidenza e violenza politica, interna ed esterna. Eliminazioni, rapimenti, repressione delle proteste e terrorismo transfrontaliero non sono eccezioni, ma strumenti ordinari del regime.
La natura del regime iraniano non deriva solo dall’ideologia; è direttamente legata alla sua struttura. In Iran, il sistema politico e quello di sicurezza sono intrecciati al punto da rendere difficile distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro. I centri decisionali si basano su organismi militari, e le forze armate esercitano un’influenza politica ed economica profonda. All’interno di questo quadro, il sistema di sicurezza è suddiviso in entità sovrapposte, a volte in competizione, che non sempre agiscono in armonia. Sulla carta esiste una gerarchia ufficiale, ma nella pratica prevalgono lotte per il potere, rivalità personali e competizione per risorse e influenza.
Una struttura complessa
Al vertice della piramide politico-militare c’è il Leader Supremo, Ali Khamenei, eliminato dalle forze IDF il primo giorno dell’operazione “Ruggito del Leone”. Sotto di lui opera il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, guidato da Ali Larijani, e sotto di esso una fitta rete di centri di potere: consigli, bracci di intelligence, milizie e organismi economico-militari. Questa struttura asimmetrica, in cui ogni ente controlla anche il suo rivale, genera diffidenza costante, doppia fedeltà e frequenti intrighi interni.
Al centro del sistema vi sono i Guardiani della Rivoluzione, i “Pasdaran”, principale baluardo del regime dalla sua fondazione. Non si tratta solo di un esercito parallelo, ma di un vero e proprio impero economico e di sicurezza che ha costruito un centro di potere autonomo. Include marina, brigate missilistiche e dipartimenti di intelligence. I Pasdaran agiscono come il braccio lungo degli ayatollah, ma gli esperti non escludono che un giorno possano sostituire i religiosi e instaurare una leadership militare al posto di quella teocratica. Operano sia all’interno sia all’esterno del paese, contano su alleati e non si pongono limiti.
Un altro organismo critico nella struttura piramidale, soprattutto nella gestione delle proteste per le strade di Teheran, è il Basij. Si tratta di una milizia di decine di migliaia di persone, tra le più devote al messaggio khomeinista. Combinano determinazione e fedeltà e, quando le piazze bruciano, sono tra i primi ad essere inviati o ad agire spontaneamente sul campo. Spesso sono stati visti mentre inseguivano in moto i manifestanti. Il Basij opera insieme ai Pasdaran, ma talvolta ricorre a violenza ancora più estrema.
Il cerchio si completa con i numerosi servizi di intelligence, come avviene in molti stati. Sorvegliano nemici esterni, reprimono oppositori interni e si controllano a vicenda. Tra questi: il Ministero dell’Intelligence, le branche dei Pasdaran, il reparto J2 del Ministero della Difesa, il dipartimento cibernetico, una rete di agenzie legate alla polizia e diversi altri enti minori. Tutti raccolgono informazioni, prevengono intrusioni (anche nel settore nucleare strategico) e supportano operazioni di arresto di massa.
Dal 1979 un esercito ai margini
E l’esercito iraniano? Sin dalla rivoluzione, sembra destinato a un ruolo secondario nel sistema di sicurezza della Repubblica Islamica. Mentre i riflettori erano puntati sui Pasdaran e sui meccanismi ombra, l’esercito classico si trovava in una posizione di svantaggio continuo, talvolta quasi sospetta.
Perché? La risposta non è solo militare, ma risiede in un ricordo politico fondamentale. Per capire come l’istituzione più antica sia stata marginalizzata e perché ora torni a muoversi sotto la superficie, bisogna tornare ai giorni della rivoluzione, alla paura degli ayatollah di una controrivoluzione militare e alla decisione di creare un sistema di sicurezza parallelo, che controllasse e garantisse fedeltà assoluta al nuovo regime.
Durante la rivoluzione del 1979, le forze armate imperiali dell’Iran, l’esercito dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, avevano un ruolo complesso e contraddittorio. All’inizio tentarono di fermare l’ondata di proteste di massa nelle grandi città, in particolare Teheran, e talvolta furono dispiegate nelle strade per imporre coprifuoco e disperdere le manifestazioni. Unità militari e di polizia aprirono il fuoco in casi significativi, tra cui il “Venerdì Nero” del settembre 1978, quando le forze di sicurezza iraniane spararono a centinaia di manifestanti in Piazza Jaleh. Tuttavia, con l’espansione della protesta da movimento civile a rivolta popolare ispirata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, la coesione dell’esercito si indebolì. Le diserzioni aumentarono, i soldati rifiutarono di sparare ai manifestanti e parte dell’alto comando comprese che lo Shah stava perdendo il controllo, scegliendo di non restare dalla parte del perdente.
Nel febbraio 1979 il comando militare dichiarò la “neutralità”, un passo drammatico che segnò il crollo del regime dello Shah e rimosse l’ultimo ostacolo alla presa del potere dei rivoluzionari. L’esercito non fu sconfitto sul campo di battaglia, ma si consumò dall’interno: tra fedeltà formale alla corona e riluttanza a combattere contro la popolazione. Dopo la caduta dello Shah, gli ayatollah presero una decisione strategica chiara: niente più esercito unico, forte e indipendente, che concentrasse tutta la responsabilità della difesa nazionale. Il nuovo regime scelse di non investire nelle forze regolari quanto negli altri organismi di sicurezza, evitando soprattutto di conferire loro autorità esclusiva sulla sicurezza dello Stato.
Il servizio militare obbligatorio in Iran fa sì che i soldati provengano da tutti gli strati della popolazione, compresi oppositori del regime. La durata è di 21 mesi. L’esercito regolare comprende varie brigate, sebbene non vi siano dati affidabili sulle loro dimensioni. Probabilmente includono una brigata logistica, una di fanteria, una aviotrasportata, brigate di forze speciali e cinque reggimenti di artiglieria. Ci sono anche unità di difesa costiera, un numero crescente di gruppi di difesa aerea, tra 4 e 6 unità aeree militari e un numero crescente di gruppi logistici e di supporto. Secondo dati ufficiali del 2007, la forza di terra regolare era stimata in circa 357.000 soldati, di cui 167.000 combattenti ordinari e 190.000 professionisti, più circa 350.000 riservisti, per un totale di circa 700.000 militari. Nel 2026, quasi due decenni dopo, la situazione è completamente diversa.
Intervista all’esperto
“L’esercito iraniano è enorme, conta quasi un milione di soldati”, spiega Dr. Ronen Itzik, capo della sezione esercito-società presso il David Institute for Security Policy, in un’intervista a Makor Rishon. “Circa due terzi servono in servizio regolare, a cui si aggiungono circa 300.000 riservisti. È una forza che colloca l’Iran tra i maggiori eserciti della regione. Possiede anche un esercito di terra esteso, con oltre 4.000 carri armati”, continua. “Gran parte dei mezzi è obsoleta, carri dagli anni ’70 con aggiornamenti puntuali, ma la potenza quantitativa rimane impressionante”.
Qual è il punto di forza dell’esercito iraniano oggi?
“Senza dubbio, il numero di combattenti. La capacità di schierare una tale forza consente una copertura molto ampia. Quando hai quasi un milione di soldati regolari disponibili in ogni momento e pronti al combattimento, è una forza enorme. E bisogna ricordare che a breve si aggiungono anche i Guardiani della Rivoluzione, altri 200.000 combattenti addestrati e ideologicamente motivati. È una massa militare significativa, da non sottovalutare”.
E il punto debole?
“L’ultima volta che l’esercito iraniano ha combattuto a pieno regime è stato negli anni ’80, durante la guerra con l’Iraq. Ha perso quel conflitto e per più di quattro decenni non ha affrontato una guerra totale. Questo significa che il livello di prontezza generale non è particolarmente alto”.
In questo contesto assume importanza la cosiddetta strategia dei “proxies”: la capacità militare e missilistica delle ramificazioni iraniane nella regione è parte dell’equazione. “Hezbollah copre vaste aree di Israele con missili e razzi, oltre a droni, e in altre aree gli Houthi in Yemen aggiungono la loro minaccia”, ricorda Itzik. “Quindi la minaccia non si misura solo con le forze regolari di Teheran, ma anche con la capacità di impiegare le sue proxies in una strategia multilivello”.
L’operazione condotta contro il regime nel mese di giugno ha ridotto significativamente la capacità dell’Iran di operare a lungo raggio. Di conseguenza, la strategia del regime è stata adattata negli ultimi mesi. “Oggi l’esercito iraniano concentra gli sforzi su colpi singoli ma precisi in punti strategici”, avverte Itzik. “Sì, possono infliggerci un danno doloroso, ma non possono impedire un’azione strategica degli Stati Uniti, in grado di colpirli gravemente”.
Tuttavia, quando si pensa alla caduta di un regime, l’immagine che viene in mente non è quella di un aereo che bombarda dall’alto, ma quella di un carro armato puntato contro il parlamento. Un’immagine drammatica, probabilmente preoccupante anche per il regime degli ayatollah. Per questo motivo, quattro decenni dopo la rivoluzione, Teheran continua a guardare il proprio esercito con eccessiva diffidenza.
Secondo Itzik, uno scenario del genere è del tutto plausibile. “Negli ultimi dieci anni abbiamo visto in Medio Oriente regimi cadere quando l’esercito, spesso composto da giovani provenienti dal popolo, sceglie di non sostenere il regime esistente. Esempi notevoli sono Egitto e Siria, dove l’esercito alla fine si è arreso. Questa possibilità esiste anche in Iran, il cui esercito è pieno di giovani di diverse etnie, non tutti fedeli al regime islamista e alla sua ideologia rivoluzionaria. Questa realtà crea un potenziale di collasso interno e persino di rivolta dell’esercito contro il regime stesso. Credo che, se si verificasse una situazione simile alla Primavera Araba, con diversi regimi crollati sotto pressione popolare, e l’esercito iraniano fosse chiamato a intervenire, assisteremmo a una disgregazione chiara”.
Come immagini il coinvolgimento dell’esercito iraniano in un possibile processo di caduta del regime?
“Posso immaginare carri armati impegnati contro i Guardiani della Rivoluzione, schierati in zone strategiche per partecipare alla caduta del regime o proteggere i civili che il regime potrebbe tentare di massacrare. Abbiamo visto situazioni simili in altre parti del mondo. Credo che se il regime raggiungesse un pericolo reale e iniziasse azioni disperate, c’è una buona possibilità che parte dell’esercito si sollevi contro di esso, e in tal caso lo vedremmo chiaramente e tangibilmente. Non ci sarebbe più bisogno di immaginare”.
Quanto siamo vicini a quel giorno?
“Il regime si trova oggi in un punto di crisi senza precedenti dalla sua fondazione, non solo a causa della minaccia di Israele e degli Stati Uniti, ma anche per diversi fattori interni che indicano un chiaro collasso. Sarebbe una perdita per le generazioni se questo regime non cadesse proprio ora, nel momento della sua massima debolezza. Personalmente, io credo che tutto sia ancora possibile”.



