di Nina Deutsch
Un nuovo sondaggio mostra una comunità ancora fortemente legata a Israele, ma critica verso il governo Netanyahu. Il 56% teme che le sue politiche abbiano contribuito ad alimentare l’antisemitismo negli Stati Uniti, mentre l’86% continua a definirsi filo-israeliano.
A poche settimane dalle elezioni israeliane del 27 ottobre – un passaggio cruciale per il Paese – il confronto politico si sta spostando anche oltre i confini di Israele. Negli Stati Uniti, dove vive una delle più numerose comunità ebraiche della diaspora, un nuovo sondaggio riapre una questione spinosa: quanto le scelte del governo Netanyahu possano incidere sul clima antisemita americano e non solo?
È questo il punto di partenza dell’indagine realizzata dal Mellman Group per il Jewish Electorate Institute – e ripresa dal Times of Israel – che mostra quanto sia difficile dare a questa domanda una risposta semplice. Il 56% degli elettori ebrei americani intervistati dice di essere molto preoccupato che «le azioni di Israele sotto Netanyahu abbiano aumentato l’antisemitismo e il sentimento anti-israeliano negli Stati Uniti».
È un dato che colpisce. Ma anche un dato facile da usare fuori contesto.
Perché nello stesso sondaggio l’86% degli intervistati continua a definirsi filo-israeliano. E il 65% si considera filo-israeliano pur criticando alcune o molte politiche del governo israeliano. Il 71% ha inoltre un’opinione favorevole di Israele, mentre il 25% ne ha una sfavorevole.
È forse qui che il sondaggio diventa più interessante. Quel 56% non racconta una comunità che si è allontanata da Israele. Racconta piuttosto una comunità nella quale il legame con Israele e il giudizio sul suo governo sembrano seguire strade diverse.
E quando la domanda passa da Israele a Benjamin Netanyahu, la distanza diventa ancora più evidente.
Il 61% degli intervistati ha un’opinione sfavorevole del premier, contro il 34% che ne ha una favorevole. Il 60% vorrebbe che fosse sostituito alle prossime elezioni israeliane, mentre soltanto il 16% vorrebbe che venisse rieletto.
La popolarità di Netanyahu, dunque, appare molto più bassa del consenso verso Israele nel suo complesso. È una distinzione che vale la pena tenere a mente proprio quando si legge quel 56% sull’antisemitismo.
Perché quel numero non dimostra che le politiche di Netanyahu abbiano causato un aumento dell’antisemitismo americano. La domanda misura la preoccupazione degli intervistati che possano avervi contribuito. È una differenza importante: una percezione, anche quando è condivisa dalla maggioranza, non è supportata da prove certe.
E il dato cambia sensibilmente anche a seconda dell’appartenenza politica. La preoccupazione arriva al 65% tra gli ebrei democratici, scende al 46% tra gli indipendenti e al 34% tra i repubblicani.
Ma come viene percepito, allora, il rapporto tra Israele e antisemitismo?
Una precedente rilevazione del Jewish Electorate Institute aiuta a capire perché la questione sia così difficile da ridurre a una contrapposizione tra sostenitori e critici di Israele.
In quel sondaggio, condotto in primavera, l’83% degli ebrei americani riteneva che alcuni critici di Israele utilizzassero stereotipi o linguaggi sugli ebrei capaci di alimentare l’antisemitismo, intenzionalmente o meno. Ma, contemporaneamente, il 55% riteneva che anche alcuni sostenitori di Israele utilizzassero accuse di antisemitismo per evitare un confronto legittimo sulle politiche israeliane.
Due preoccupazioni che possono sembrare incompatibili, ma che nel sondaggio convivono.
Ed è proprio questa convivenza a rendere più difficile leggere il nuovo 56% come una presa di posizione contro Israele. Si può essere preoccupati per l’antisemitismo e, nello stesso tempo, ritenere che alcune critiche a Israele siano legittime. Si può sostenere Israele e, nello stesso tempo, considerare molto negativamente il suo governo.
Il rischio della frase-slogan: «ebrei contro ebrei»
È proprio quel dato sull’antisemitismo a prestarsi alla lettura più semplicistica. Isolato dal resto della rilevazione, potrebbe essere facilmente trasformato nella vecchia e tossica formula degli «ebrei contro ebrei»: sarebbero gli stessi ebrei americani, si potrebbe sostenere, ad affermare che le politiche di Netanyahu hanno contribuito ad alimentare l’antisemitismo.
Ma è davvero questo che dice il sondaggio?
I numeri suggeriscono qualcosa di meno netto. Il rapporto con Israele resta forte, mentre il giudizio su Netanyahu può essere profondamente negativo. E la preoccupazione per le conseguenze delle sue politiche non coincide con l’idea che Israele, o gli israeliani, siano responsabili dell’antisemitismo americano.
È una distinzione particolarmente importante in un momento nel quale il confine tra critica a Israele, critica al governo israeliano e antisemitismo viene continuamente discusso e, talvolta, contestato.
È una differenza che emerge anche guardando oltre gli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center, condotto nella primavera del 2026 in 36 Paesi, rileva una mediana del 67% di opinioni sfavorevoli su Israele, contro il 25% favorevoli. In Italia il giudizio sfavorevole arriva al 75%. Sul premier israeliano, il 59% degli americani intervistati dichiara poca o nessuna fiducia; in Italia la quota sale all’88%.
Sono però dati che misurano l’immagine di Israele e la fiducia in Netanyahu, non l’antisemitismo. E proprio qui la distinzione diventa essenziale.
Criticare Israele, giudicare negativamente Netanyahu e nutrire ostilità verso gli ebrei non sono la stessa cosa.
Il nuovo sondaggio tra gli elettori ebrei americani sembra mostrare, insomma, quanto questa distinzione sia diventata importante. Il 56% preoccupato che le politiche di Netanyahu possano aver contribuito all’antisemitismo convive con l’86% che continua a definirsi filo-israeliano. E il 61% che guarda negativamente a Netanyahu convive con il 71% che mantiene un’opinione favorevole di Israele.
Forse è proprio questa la parte più difficile da trasformare in uno slogan.
Per una parte consistente degli ebrei americani, il legame con Israele resta, mentre il giudizio sul governo Netanyahu può essere profondamente critico. E forse è proprio questa distinzione, più che qualsiasi singola percentuale, la chiave per leggere il sondaggio.
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