di Nathan Greppi
Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 Castro iniziò gradualmente a adottare posizioni sempre più filoarabe e antisraeliane, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche nel 1973. «È un regime morto ma ancora vivo, politicamente ed economicamente in bancarotta, ma in grado di sopravvivere grazie al suo monopolio della forza e della violenza», spiega a Mosaico-Bet Magazine il diplomatico americano di origine cubana Alberto Fernandez, vicepresidente del MEMRI.
Quando, nel 1959, il regime cubano di Fulgencio Batista venne rovesciato dalla rivoluzione comunista guidata da Fidel Castro, vi presero parte anche alcuni ebrei come Enrique Oltuski, che divenne il Ministro delle Comunicazioni dopo la rivoluzione. Prima ancora, già negli anni ’20 del ‘900 quasi un terzo dei fondatori del Partito Comunista Cubano erano ebrei, come ha spiegato un saggio pubblicato nel 1993 sulla rivista Cuban Studies. Lo stesso Castro ha sostenuto in più occasioni di avere antenati ebrei sefarditi.
Nonostante ciò, se nei primi anni dall’avvento del regime comunista i rapporti con Israele non subirono particolari cambiamenti, dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 Castro iniziò gradualmente a adottare posizioni sempre più filoarabe e antisraeliane, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi avvenuta nel 1973.
Cenni storici

Come ha spiegato nel 1999 Domingo Amuchastegui, ex-agente dell’intelligence cubana successivamente emigrato negli Stati Uniti, nonostante Castro si presentasse come vicino ai movimenti antioccidentali e antiamericani del Terzo Mondo, fino al ’73 le relazioni con lo Stato Ebraico rimasero in piedi. Nell’estate 1959, il governo cubano inviò l’allora vicepresidente José Ramón Fernández in Israele per negoziare un acquisto di armi. L’accordo non andò in porto, ma in compenso Israele fornì a Cuba per oltre un decennio il proprio supporto nel settore della coltivazione di agrumi.
Tuttavia, già nel 1965 Cuba instaurò dei contatti diretti con l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In seguito, il governo dell’Avana intensificò il proprio sostegno a Fatah e ad altri movimenti come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, tanto che istruttori militari cubani vennero inviati ad addestrare i terroristi palestinesi nelle loro basi in Giordania (nel 1968) e in Libano (negli anni ’70). E nel 1973, il regime cubano inviò le proprie truppe a combattere a sostegno della Siria contro Israele durante della Guerra del Kippur.
Parallelamente, dopo la rivoluzione islamica del 1979 in Iran iniziò a svilupparsi anche un’alleanza tra L’Avana e Teheran. Se negli anni ’70 Cuba aveva una solida cooperazione militare con l’Iraq, questa venne annullata all’inizio della guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80.
Anche dopo gli accordi di Oslo e la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese, la cooperazione tra Cuba e l’OLP ha continuato a rafforzarsi in ambito militare e di intelligence. Inoltre, per decenni le interferenze cubane nel mondo arabo non si sono limitate ai palestinesi o all’Iraq, ma anche ad altri paesi: dopo aver armato gli indipendentisti algerini del FLN nei primi anni ’60 contro la Francia, con l’indipendenza dell’Algeria i militari cubani addestrarono l’esercito del nuovo Stato, assieme al quale sostennero il Fronte Polisario contro il Marocco per la secessione del Sahara Occidentale.
Gli anni 2000

Decenni prima che l’accusa di genocidio nei confronti dello Stato Ebraico diventasse mainstream, nel 1979 Castro aveva già accusato Israele all’Assemblea Generale dell’ONU di commettere “il peggior crimine della nostra era” nei confronti dei palestinesi. E nel 2014, in occasione dell’Operazione Margina Protettivo condotta dall’IDF a Gaza, Castro definì l’offensiva israeliana contro Hamas un “Olocausto palestinese”.
Nel frattempo, anche l’alleanza con l’Iran si è consolidata. Il 9 maggio 2001, appena quattro mesi prima degli attentati dell’11 settembre, Castro incontrò i leader del regime iraniano a Teheran, dichiarando che “il regime americano è debole”, e che “il popolo di Cuba e l’Iran possono mettere gli Stati Uniti in ginocchio”. Un’alleanza che per decenni ha incluso anche il Venezuela, divenuto fino alla recente caduta di Nicolás Maduro il principale fornitore di petrolio di Cuba.
A dispetto di tutto ciò, non sono mancati i tentativi di riallacciare i rapporti tra L’Avana e Gerusalemme. Se già negli anni ’90 Israele ha fornito a Cuba investimenti e tecnologie da applicare nell’agricoltura, nel dicembre 2017 una delegazione israeliana si è recata a L’Avana in visita ufficiale nel tentativo di ripristinare le relazioni commerciali, ma senza successo. E nel luglio 2019, come riportato dal Times of Israel, lo scienziato capo del KKL Doron Markel è andato all’Avana per partecipare ad una conferenza internazionale sull’ambiente, dove ha illustrato gli sforzi d’Israele nell’adattarsi al cambiamento climatico.
Ciò nondimeno, i due paesi hanno continuato ad avere cattivi rapporti. Se nel 2017 il regime cubano ha condannato la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, nel 2021 lo Stato Ebraico è stato l’unico a schierarsi con gli Stati Uniti nel votare contro una risoluzione dell’ONU che chiedeva la revoca dell’embargo americano su Cuba.
Dopo il 7 ottobre
Nel novembre 2023, un mese dopo i massacri compiuti da Hamas in territorio israeliano, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha guidato una manifestazione filopalestinese all’Avana contro l’operazione militare israeliana a Gaza. E nel gennaio 2025, Cuba ha deciso di intervenire a sostegno del Sudafrica nella causa intentata contro Israele all’Aja.
Paradossalmente, se da un lato è sempre pronto a condannare Israele, dall’altro lato il regime cubano è molto più accondiscendente verso i propri alleati: quando, nel gennaio 2026, l’ONU ha votato una risoluzione per condannare la repressione dei manifestanti in Iran (approvata con 25 voti favorevoli, 7 contrari e 15 astenuti), Cuba era tra i paesi che hanno votato contro.
La caduta di Maduro
Oggi, dopo gli ultimi sviluppi sulla scena mondiale, il regime cubano non gode di buona salute: «Il Venezuela era, dalla fine degli anni ‘90, il principale finanziatore di Cuba, proprio come lo era stata l’Unione Sovietica dagli anni ‘60 fino al 1991 – spiega a Bet Magazine/Mosaico il diplomatico americano di origine cubana Alberto Fernandez, vicepresidente del MEMRI (Middle East Media Research Institute) -. Un sostegno cruciale e tempestivo da parte del Venezuela ha salvato il regime dell’Avana dal doversi riformare politicamente o economicamente. Pertanto, il regime venezuelano rappresentava un’ancora di salvezza per la dittatura comunista cubana che ora è stata recisa».
Come già anticipato in un’editoriale apparso a gennaio sul sito del MEMRI, Fernandez afferma che quello cubano «è un ‘regime zombie’, nel senso che è morto ma ancora vivo, politicamente ed economicamente in bancarotta, ma in grado di sopravvivere grazie al suo monopolio della forza e della violenza. Il popolo cubano è disarmato e non può opporsi al regime. O gli americani daranno a tutta la baracca la spinta e cadrà presto, oppure il regime rimarrà in questo stato a metà tra la vita e la morte, finché gli ultimi dinosauri della rivoluzione non moriranno nei prossimi anni e si trasformerà in qualcos’altro, probabilmente una dittatura più simile alla Cina«.
Per quanto riguarda il ruolo di Cuba nel conflitto con l’Iran, spiega che «il regime cubano è alleato con tutti gli avversari degli Stati Uniti – Iran, Cina, Russia, ecc. Detto ciò, la maggior parte del sostegno cubano all’Asse della Resistenza iraniano si limita all’attivazione della sua vasta rete di attivisti e propagandisti di sinistra presenti negli Stati Uniti e in Europa, per fornire un sostegno mediatico e nelle piazze come hanno fatto con il ‘Free Palestine’ e altre cause terzomondiste».
Secondo Fernandez, qualora il regime dovesse cadere «una Cuba post-comunista difficilmente darà la priorità alle relazioni con Israele, a meno che non si raggiunga un’intesa con gli Stati Uniti. In questo senso, Cuba è l’opposto dell’Iran; per l’Iran, Israele è la questione principale e l’America la seconda. Per Cuba, è l’America la questione più importante, essendo così vicina e potente, mentre Israele, alleato dell’America, è secondario. In entrambi i casi, si tratta principalmente di una questione di vicinanza geografica».





