di Sofia Tranchina
Il Consiglio dei ministri libanese ha dichiarato illegali tutte le attività militari e di sicurezza di Hezbollah, ordinato la consegna delle armi allo Stato e incaricato le Forze Armate Libanesi di procedere al disarmo «anche con la forza se necessario». Il presidente Joseph Aoun commenta: «C’è una parte (Hezbollah) che vuole trascinare il Paese in questioni che non ci riguardano». Il dubbio è: le misure verrano davvero applicate?
Il governo libanese ha infine formalizzato quanto per quarant’anni aveva evitato: le attività militari e di sicurezza di Hezbollah sono illegali, e l’esercito ha ricevuto l’ordine di disarmare la milizia anche con la forza. È una decisione tardiva e parziale, ma nondimeno significativa.
Tra domenica 1 e lunedì 2 marzo 2026 Hezbollah ha lanciato una raffica di missili e droni contro il nord di Israele, in un gesto di allineamento strategico con Teheran nel pieno della crisi seguita all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei in un’operazione congiunta israelo-americana.
La risposta israeliana arriva rapidamente. Beirut e il sobborgo meridionale di Dahiyeh vengono colpiti, mentre ordini di evacuazione vengono emessi per oltre cinquanta villaggi sciiti nel sud del Paese. Il capo di stato maggiore israeliano annuncia una campagna che durerà «molti giorni». Mohammad Raad, principale leader politico di Hezbollah e capo del blocco parlamentare «Lealtà alla Resistenza», viene eliminato. Nelle ore successive le strade si riempiono di famiglie in fuga e gli studi dell’emittente Al-Manar vengono distrutti. Le IDF avvertono inoltre i rappresentanti del regime iraniano presenti in Libano di lasciare il Paese entro ventiquattr’ore, pena essere considerati obiettivi militari.
Quell’attacco, concepito come dichiarazione di fedeltà all’Iran, potrebbe aver segnato la fine del dominio politico di Hezbollah in Libano. Per la prima volta ha spezzato il patto implicito di impunità che proteggeva la milizia da quarant’anni, costringendo Beirut a fare ciò che per decenni aveva evitato.
Già il 24 febbraio il ministro degli Esteri Youssef Rajji aveva avvertito pubblicamente Hezbollah a non farsi coinvolgere «qualora scoppiassero combattimenti tra Stati Uniti e Iran», avvertendo che Israele questa volta avrebbe colpito le infrastrutture civili con maggiore durezza. Beirut aveva già percepito il rischio concreto che il Libano venisse trascinato in una guerra non scelta. Ma gli avvertimenti sono caduti nel vuoto.
Lunedì 2 Marzo, riunito in seduta d’emergenza a Baabda, il Consiglio dei ministri dichiara dunque illegali tutte le attività militari e di sicurezza di Hezbollah, ordina la consegna delle armi allo Stato e incarica le Forze Armate Libanesi di procedere al disarmo «anche con la forza se necessario». Il primo ministro Nawaf Salam respinge qualsiasi azione militare lanciata dal territorio libanese «al di fuori del quadro delle legittime istituzioni». Il presidente Joseph Aoun commenta: «C’è una parte (Hezbollah) che vuole trascinare il Paese in questioni che non ci riguardano».
Una svolta politica, con ambiguità

Sul piano giuridico non è una rivoluzione: le attività militari di Hezbollah erano già illegali. Come osserva Elie Fayad su L’Orient-Le Jour (“Face au Hezbollah, le trop lent réveil du Liban”, 2 Marzo 2026), non è mai esistita una costituzione che autorizzi una milizia privata a trascinare il proprio Paese in guerre ricorrenti — 1993, 1996, 2006, 2023, 2026 —, a intervenire militarmente in un conflitto straniero come la Siria dal 2012, a puntare le armi contro un governo che non gradisce, come nel 2008, o a mandare i propri militanti in moto a disperdere manifestazioni popolari, come nel 2019.
La novità dunque non è giuridica, ma politica. Per decenni la classe dirigente libanese ha evitato risoluzioni severe. Oggi si chiude una lunga stagione di tolleranza istituzionale.
Una tolleranza che si basava sì su convenienza, ma anche su una paura razionale, sedimentata in decenni di esperienza: Hezbollah aveva dimostrato più volte di poter uccidere, intimidire, marginalizzare o cooptare rivali e istituzioni. Le limitate risposte governative si allineavano a un calcolo semplice: sopravvivere al presente, non aspettarsi che il sostegno americano fosse permanente, assumere invece che la coercizione iraniana lo fosse. Presupposti che oggi appaiono molto meno solidi.
Le misure del 2 marzo rappresentano quindi un passaggio storico — forse il primo serio in quarant’anni — e in quanto tale meritano riconoscimento. Ma presentano anche un’ambiguità strutturale difficile da ignorare.
Isolare le attività militari lasciando intatte quelle politiche presuppone una distinzione che molti analisti — tra cui Seth J. Frantzman del Jerusalem Post (“Lebanon signals limits on Hezbollah as Israel retaliation raises escalation risks – analysis”, 2 Marzo 2026) — considerano artificiosa: «Hezbollah non è un partito con un’ala militare, è un’organizzazione militare con un’ala politica». È uno schema ricorrente nella strategia regionale dell’Iran: armare i propri proxy e, allo stesso tempo, pretendere che possano partecipare alle elezioni, rendendo politicamente quasi impossibile metterli completamente al bando.
Separare le due dimensioni per decreto rischia di essere un esercizio di ottimismo giuridico. Il fatto che ministri appartenenti a un partito che ha appena sfidato apertamente lo Stato restino seduti al tavolo del governo non contribuisce a trasmettere un’impressione di reale fermezza.
Fadi Nicholas Nassar del Middle East Institute (“How Lebanon’s authorities can keep the Iran war from engulfing the country”, 2 Marzo 2026) definisce la decisione uno «sviluppo storico», ma avverte che la sua applicazione sarà la «prova definitiva».
La posta in gioco è la legittimità stessa del Libano come Stato sovrano. Il senatore americano Lindsey Graham lo ha ribadito: le Forze Armate Libanesi «pagheranno un prezzo pesante» se non si uniranno alla lotta contro Hezbollah.
Diventa così esplicita una realtà che da tempo era evidente: Hezbollah non è un alleato dell’Iran, ma un suo mandatario. Un alleato ha interessi che si intersecano con quelli del proprio partner; un mandatario è invece un’estensione del protettore, i cui interessi coincidono con quelli del centro di potere.
Come ha scritto Nassim Badani su New Lines Magazine (“Hezbollah’s Latest Attack on Israel May Have Sealed the Party’s Demise in Lebanon”, 2 Marzo 2026), l’attacco di marzo sembra indicare proprio questo. Hezbollah ha scelto di affermare la propria «iranianità» — la propria fedeltà al Regime Islamico dell’Iran — a scapito delle proprie radici libanesi, in quella che potrebbe essere «la singola più stupida cosa che il Partito di Dio abbia mai fatto».
Una scelta autolesionistica, nonostante le capacità combattive siano state gravemente ridotte, la leadership decimata, l’arsenale stimato a circa un quinto di quello precedente, che ha riportato Beirut sotto le bombe.
Il costo politico interno è diventato immediatamente visibile: il Paese non si è ancora ripreso dall’ultima guerra e già le strade sono tornate a riempirsi di famiglie in fuga.
Bilal Y. Saab di Chatham House (“Only Iran can disarm Hezbollah”, 15 Dicembre 2025) aveva già messo a nudo questa dinamica lo scorso dicembre: Hezbollah può gestire alleanze interne e spendere i fondi che riceve, ma non può né rinunciare alle armi né usarle contro Israele in modo significativo senza autorizzazione esplicita di Teheran. Se si disarmasse, l’Iran perderebbe ogni interesse nell’organizzazione.
Il disarmo non è quindi solo una questione di sicurezza interna, ma anche un atto di emancipazione geopolitica.
Nei prossimi giorni si capirà se la svolta è reale. Se Beirut terrà la linea, il 2 marzo non sarà ricordato come l’inizio di un’altra guerra libanese, ma come l’atto che ha spezzato il dominio di Hezbollah in Libano.



