Germania, pallida madre: le paure degli ebrei tedeschi

Mondo

di Marina Gersony

BERLIN, GERMANY - SEPTEMBER 14:  German Chancellor Angela Merkel speaks at a rally against antisemitism on September 14, 2014 in Berlin, Germany. With the slogan 'Stand Up! Never Again Hatred Towards Jews' ('Steh auf! Nie wieder Judenhass'), the Central Council of Jews in Germany (Zentralrat der Juden) organized the demonstration after antisemitic incidents in the country occurring in the wake of the conflict in Gaza this summer, in which more than 2,000 Palestinians were killed by the Israeli government, the majority of whom were civilians, according to Palestinian authorities.  (Photo by Adam Berry/Getty Images)
Angela Merkel (Photo by Adam Berry/Getty Images)

Hanno paura e non lo nascondono. È un’inquietudine sempre più tangibile quella che oggi destabilizza gli ebrei in Germania. Le cifre parlano da sole. Nel 2013 le autorità hanno registrato 788 reati con movente antisemita, aumentati nel 2014 quasi del dieci per cento, con 864 casi. I numeri sono stati resi noti lo scorso febbraio dall’Amadeu-Antonio-Stiftung, la fondazione promotrice di «iniziative per una società civile e una cultura democratica» che dal 2002 segnala ogni singolo episodio di antisemitismo. Sono dati indicativi e variabili anche perché, a detta del responsabile della ricerca Jan Riebe, molti reati non sono stati denunciati.
Ad agire, colpendo obiettivi ebraici sensibili, sono principalmente le frange dell’estrema destra e i circoli islamici giovanili, senza escludere gli estremisti di sinistra: una saldatura fra antisemitismi proteiformi con motivazioni e origini diverse, accomunati da pulsioni razziste e discriminatorie. La sensazione di pericolo e di fear of crime che serpeggia tra gli ebrei tedeschi è dunque fondata e cristallizza ansie e inquietudini di chi si sente preso di mira. Le istituzioni cercano di affrontare il fenomeno con rigore teutonico anche se l’impresa è tutt’altro che facile, perché l’antisemitismo è diffuso anche in ambiti insospettabili: «Es gibt nicht die bösen Extreme und die gute Mitte», ha dichiarato Anetta Kahane, attuale presidente dell’Amadeu-Antonio- Stiftung. Vale a dire, «non ci sono gli estremismi cattivi e un centro buono». Il veleno si annida dappertutto. Come sul web. Studi recenti hanno rilevato che i sentimenti anti-ebraici vengono espressi con più disinvoltura on-line, al riparo dentro il cyberspazio. Secondo la professoressa berlinese Monika Schwarz-Friesel, che ha studiato il fenomeno durante la seconda metà del 2014, negli ultimi anni c’è stata una vera e propria esplosione di commenti antisemiti che ricalcano i vecchi stereotipi. Definizioni come usuraio, assassino di bambini e cospirazione globale, vengono utilizzati di nuovo in riferimento al popolo ebraico. «Quello che sta succedendo oggi è superiore a tutto quello che abbiamo visto in questi ultimi anni, sia da un punto di vista quantitativo sia qualitativo; e ciò che vedete è l’emergere di un risentimento profondamente radicato nei confronti degli ebrei», ha concluso la studiosa.
In questo momento storico, tuttavia, più della tristemente nota “galassia neonazista” con tutto il suo bagaglio storico di Judenhass e rancore, sono soprattutto gli integralisti islamici a preoccupare gli ebrei tedeschi. L’attentato del gennaio scorso a Charlie Hebdo e quello contro l’Hypercasher parigino gestito da ebrei, hanno dimostrato che il terrorismo islamico può colpire ovunque e in ogni momento. Per questo motivo l’afflusso massiccio dei rifugiati arabi e musulmani di questi mesi è vissuto con grande apprensione nelle comunità ebraiche d’oltralpe. Gli 800.000 siriani che Angela Merkel ha dichiarato di voler accogliere entro dicembre potrebbero aver già varcato (anche in numero superiore) i confini della Germania. E il timore è che – insieme a pacifici migranti desiderosi di integrarsi – arrivino gli infiltrati terroristi che sognano una jihad sul suolo tedesco. Non va dimenticato che la Germania ha la più numerosa popolazione musulmana in Europa occidentale dopo la Francia. I musulmani sono circa 3-3,5 milioni, di cui l’80% non ha la cittadinanza tedesca; sono solo 608.000 i cittadini tedeschi e 100.000 di loro sono tedeschi convertiti all’Islam. Il 70% della popolazione musulmana è di origine turca. Circa 44.000 sono classificati dalle autorità come islamisti. (Fonte: Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry at Tel Aviv University, www.eurojewcong.org/docs/Doch2014_(130415).docx.pdf). Una recente inchiesta apparsa sul quotidiano on line Times of Israel racconta l’epopea dei migranti in tutta la sua drammatica complessità. I richiedenti asilo, arrivati a migliaia a Berlino e dintorni, sono com’è noto per lo più siriani, ma tra di loro figurano anche migranti provenienti dall’Iraq, dal Pakistan, Albania, Afghanistan e altri Paesi, uomini in fuga con motivazioni sempre diverse. Sono rimaste impresse le immagini dei siriani che hanno affrontato viaggi terrificanti in gommone, attraversato le acque tra la Turchia e la Grecia, marciato per miglia verso Atene, eluso le pallottole e i feroci controlli alle frontiere dell’Ungheria passando da Macedonia, Serbia e Austria. Con un unico obiettivo: salire su quei treni che li avrebbero portati in Germania. Certo, una Germania disposta a fare la sua parte, a dimostrare a se stessa e al mondo intero di saper accogliere, ospitare e coltivare la buona coscienza; un’occasione, insomma, per superare il senso di colpa della Shoah, sentimento che permane nel subconscio collettivo di una nazione che non ha smesso di fare i conti con il passato. «Facciamo un grande lavoro di conoscenza della responsabilità della Germania per avere causato una profonda frattura ai tempi della Shoah e ci preme evidenziare i valori condivisi fra Berlino e Gerusalemme – ha dichiarato la Cancelliera Merkel in una recente intervista al quotidiano israeliano Ynet, in occasione della celebrazione dei 50 anni di relazioni diplomatiche fra Germania e Israele -. La sicurezza di Israele è sempre stata ed è tutt’ora importante per ogni cancelliere tedesco – ha aggiunto -, e così sarà nel futuro. Il mio non è solo un impegno militare, ma un impegno globale alla sicurezza di Israele. Sicuramente non siamo neutrali». Merkel ha voluto di fatto sottolineare la condivisione di valori esistente fra Israele e Germania, valori unificanti «che sono innanzitutto libertà, democrazia e dignità umana e concernono ogni uomo e donna».
Molti ebrei temono tuttavia che questa pulsione espiatoria tedesca finisca per ricadere sulle loro spalle, una preoccupazione avallata da Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli Ebrei in Germania. Lo scorso inverno Schuster aveva invitato gli ebrei di Berlino a non avere paura e a non nascondersi, aggiungendo che se avessero dovuto frequentare «quartieri ad alta densità di musulmani», sarebbe stato meglio non usare la kippà. Ed è lo stesso Schuster che durante il suo ultimo incontro con la Cancelliera Merkel ha espresso preoccupazione per il fatto che molti richiedenti asilo in Germania provengono da Paesi ostili a Israele, presupposto che potrebbe rafforzare i punti di vista antisemiti all’interno della comunità arabo-tedesca.
Ciò nonostante sono moltissimi gli ebrei che si sono prodigati a soccorrere i migranti oppressi. «Vi è la necessità di integrare i profughi nella nostra comunità di valori il più rapidamente possibile», ha dichiarato Schuster, precisando che la comunità ebraica ha sostenuto la decisione di Berlino ad aprire le sue porte «a chi ha bisogno» condannando gli attacchi ripetuti contro i rifugiati. Del resto molti ebrei tedeschi sono a loro volta degli immigrati provenienti dall’ex Unione Sovietica, «anche se una cosa sono la simpatia e la solidarietà, un’altra la realtà di un fenomeno inarrestabile che va affrontato con umanità ma anche con buon senso e pragmatismo», ha dichiarato un giovane ebreo che ha chiesto di non essere nominato. E pragmatismo, in poche parole, significa capacità organizzativa, regole da far rispettare e una serie di paletti fissati sul terreno della politica: «Gli immigrati che si stabiliscono in Germania devono essere aiutati a imparare rapidamente il tedesco e trovare lavoro», ha ricordato sempre la Merkel lo scorso settembre all’Europarlamento. Dichiarazioni cariche di buoni propositi che non hanno fatto i conti con l’amara realtà dei fatti: con gli uomini in fuga sono arrivati anche i conflitti. In una recente inchiesta, lo Spiegel ha rilevato come, in un solo mese e mezzo dopo l’apertura dei confini, siano aumentati gli episodi di violenza nelle strutture di accoglienza. Le cronache riportano casi di liti tra persone di etnie diverse, scontri cultural-religiosi, segnalazioni di violenze sessuali e ripetute richieste di intervento della polizia tedesca. Un ulteriore problema per un Paese animato certamente da buone intenzioni ma anche dove la capacità d’integrazione non può essere infinita.
Per ora gli ebrei tedeschi stanno mantenendo un profilo basso. Secondo un rapporto del Jewish People Policy Institute (JPPI) di Gerusalemme, gli ebrei nella Bundesrepublik sono 118.000 in un Paese di 80 milioni, mentre per l’Ufficio del Welfare in Germania, la Zentralwohlfahrtsstelle der Juden in Deutschland (ZWST), le comunità ebraiche contavano alla fine del 2014 circa 100.000 iscritti. Ma al di là dei numeri che tendono spesso a contraddirsi (altre stime parlano di 200.000), la loro influenza politica è trascurabile. Non sono tuttavia soltanto gli ebrei a manifestare riserve nei confronti dei migranti musulmani. Molti tedeschi condividono le stesse preoccupazioni e temono soprattutto i terroristi che si possono infiltrare.
Va comunque riconosciuto che la Germania di Angela Merkel, invitando i tedeschi ad aprire le porte a chi è in fuga dalla guerra e dalla disperazione, ha rilanciato – al di là di ogni calcolo politico – la leadership tedesca in Europa sul fronte della democrazia civile e su valori imprescindibili quali la libertà, la solidarietà e l’uguaglianza. Passando così per essere, almeno in questo momento, il Paese più umanitario e accogliente in Europa.

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