di Francesco Paolo La Bionda
Per fare luce sugli aspetti più profondi della guerra abbiamo intervistato nuovamente Emanuele Ottolenghi, politologo e saggista italiano specializzato in Medio Oriente, terrorismo e antisemitismo, che già ci aveva fatto da guida in occasione della Guerra dei Dodici Giorni lo scorso anno.
La guerra contro l’Iran, condotta dagli Stati Uniti e da Israele, è al centro dell’attenzione mondiale. Il conflitto sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente, coinvolgendo a diversi livelli tutti i paesi del Golfo Persico, e ha anche implicazioni importanti nella sfida delle grandi potenze per la supremazia globale.
È tuttavia complesso capirne le ragioni, le dinamiche e le conseguenze, al di là degli annunci e dei comunicati ufficiali. Per fare luce sugli aspetti più profondi della guerra abbiamo intervistato nuovamente Emanuele Ottolenghi, politologo e saggista italiano specializzato in Medio Oriente, terrorismo e antisemitismo, che già ci aveva fatto da guida in occasione della Guerra dei Dodici Giorni lo scorso anno.
Laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna e con un dottorato in Teoria Politica all’Università Ebraica di Gerusalemme, Ottolenghi ha insegnato Storia d’Israele presso l’Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies e il Middle East Centre del St. Antony’s College, ha diretto il think tank Transatlantic Institute, è stato Senior Fellow presso la Foundation for Defense of Democracies (FDD), è Senior Research Fellow CENTEF (Center for Researching on Terror Financing) e ora lavora come senior advisor della società di elaborazione dati di rischio 240 Analytics. È autore di numerosi saggi e articoli su questioni mediorientali.

Rispetto al conflitto dello scorso anno, per Israele lo scenario era profondamente cambiato: oltre ad aver raggiunto un accordo di tregua a Gaza, lo Stato ebraico aveva anche ricacciato Hezbollah a nord del fiume Litani. Come è nata quindi la decisione di lanciare l’attacco proprio ora? E quali sono stati i rispettivi pesi dei governi statunitense e israeliano nel prendere questa decisione?
C’è una grande differenza tra i due conflitti. La Guerra dei Dodici Giorni è stata lanciata da Israele con l’obiettivo specifico di degradare duramente il programma nucleare iraniano: gli attacchi all’infrastruttura militare iraniana e alla leadership del regime erano strumentali quindi per raggiungere tale obiettivo. Gli Stati Uniti decisero di aggregarsi per aiutare Israele in una missione che da solo avrebbe difficilmente potuto portare a termine: danneggiare le strutture nucleari iraniane fortificate, che i missili israeliani avrebbero difficilmente penetrato.
Questa guerra è invece diversa: è stata voluta dagli Stati Uniti a cui Israele si è unito, avendo comunque da trarre un vantaggio enorme dalla neutralizzazione della minaccia del regime iraniano. L’obiettivo americano non è solo colpire ciò che rimane del programma nucleare, che, secondo le fonti, il regime ha cercato di far ripartire dopo il precedente conflitto, e ciò si evince dal fatto che tra gli obiettivi colpiti le installazioni nucleari rappresentano una piccola percentuale.
Il regime iraniano ha una funzione destabilizzante e, a dispetto della Guerra dei Dodici Giorni, è riuscito a far avanzare il suo programma missilistico a un punto tale che, nel giro di pochi mesi, avrebbe potuto raggiungere un livello sufficiente a saturare le difese sia di Israele sia dei paesi del Golfo, oltre a minacciare un centro nevralgico del commercio, e quindi dell’economia, mondiale.
Per questo le prime ondate di attacchi israelo-statunitensi hanno colpito tutte le infrastrutture militari iraniane sul litorale del Golfo Persico e l’intera struttura del programma missilistico, compresi gli stabilimenti produttivi delle componenti.
Quello che gli Stati Uniti vogliono fare, quindi, è soprattutto rimuovere un’importante pedina dallo scacchiere mondiale, e da una regione fondamentale come il Medio Oriente, strappandola dalle mani della Cina e della Russia. Washington ha identificato in Pechino il suo principale avversario e, nell’ipotesi di un futuro conflitto aperto con la Cina, si è posta l’obiettivo di rimuovere quello che potrebbe essere un elemento di disturbo fortissimo, tenendo conto che l’Iran è un’importante fonte di approvvigionamento energetico per la Cina, ne utilizza i sistemi militari, ha aperto i suoi porti agli investimenti e alle navi di Pechino.
Uno dei temi su cui si è discusso di più in questi giorni è se l’intervento militare porterà alla caduta del regime iraniano, il cosiddetto “regime change”.
Il “regime change” di Trump non è inteso come quello che fece Bush in Iraq, cioè un rovesciamento di un regime autoritario a favore di una transizione democratica, sebbene possa essere un esito desiderabile. Sia gli statunitensi sia gli israeliani hanno effettivamente dichiarato di stare mettendo il popolo iraniano in condizione di riuscire a rovesciare il regime alla prossima insurrezione, colpendo tutta l’infrastruttura dell’apparato militare e di quello di repressione interna. Però se una congiura interna al regime dovesse deporre gli attuali leader e aprirsi all’alleanza con gli Stati Uniti, alla vendita del petrolio all’Occidente, alla rinuncia alle ambizioni nucleari a uso militare e alla fine del sostegno alle milizie proxy in Medio Oriente, non credo che a Washington si farebbero problemi se restasse un regime islamico, magari meno repressivo della versione attuale.
Un regime filoccidentale sarebbe però in grado di mantenere il consenso interno, plasmato da anni di propaganda contro gli Stati Uniti e Israele?
È difficile da dirsi perché bisognerebbe sapere quale sia la situazione interna dell’Iran, che non è certo noto per la sua trasparenza. Se guardiamo ai precedenti storici, ad esempio, sia il regime di Milosevic in Serbia, dopo la sconfitta in Kosovo, sia quello dei generali argentini, dopo la fallita invasione delle Falkland, furono rovesciati dalle loro stesse popolazioni, senza bisogno di interventi stranieri sul campo. Io ritengo comunque che qualsiasi regime, specialmente sull’onda di una grave sconfitta militare, debba dare un segnale di cambiamento all’interno del paese. Lo abbiamo visto in Venezuela dopo la cattura di Maduro: non è diventato un paese democratico, ma il regime bolivariano ha iniziato a liberare i prigionieri politici, a discutere di amnistia, a permettere maggiore libertà di stampa. C’è una discontinuità, sebbene lontana ancora da una vera e propria transizione democratica. Credo che sia questo l’esito a cui puntano più verosimilmente Israele e gli Stati Uniti.
Cina e Russia non sono intervenute militarmente a favore dell’Iran. Oltre alle parole di condanna, solo Mosca sembra, almeno secondo quanto riferito dal Washington Post, aver aiutato attivamente il regime iraniano, aiutandolo ad identificare obiettivi americani da colpire. Questo potrà incidere sui rapporti tra Teheran, Pechino e Mosca?
La Russia, come citato, sta avendo un ruolo di disturbo tramite la cooperazione d’intelligence con gli iraniani, aiutandoli a identificare i bersagli statunitensi. Non siamo ancora in grado di valutarne l’impatto, anche se ci sono indicazioni preoccupanti per gli Stati Uniti: attacchi mirati su installazioni radar costosissime e difficili da rimpiazzare in tempi brevi. Non è quindi un contributo di poco conto. Mosca cerca sempre di disturbare la potenza americana in qualunque scenario, ma in questo caso ha anche un grande debito nei confronti degli iraniani: la loro capacità di continuare a terrorizzare la popolazione civile ucraina dipende principalmente dall’uso di decine di migliaia di droni, prima forniti dall’Iran e poi costruiti su licenza altrove, ad esempio in Tajikistan. La capacità di manovra russa però è limitata: lo abbiamo visto in Siria, dove non hanno salvato il regime di al-Asad, e in Venezuela, quando è stato catturato Maduro. Credo sarà così anche per Cuba, sebbene sia un alleato storico di Mosca.
Per quanto riguarda la Cina, l’intervento americano ha anche una funzione preventiva: Pechino ha un accordo strategico con l’Iran di grande importanza, che comprende anche la fornitura di sistemi militari avanzati, difensivi e offensivi, incluso un contratto, firmato pochi giorni prima dello scoppio del conflitto, che avrebbe messo in mani iraniane i missili antinave ipersonici cinesi da schierare lungo tutta la costa meridionale del paese. Si tratta di strumenti che possono bloccare completamente il traffico commerciale, principalmente energetico ma non solo, che approvvigiona l’Occidente dal Golfo Persico. La disponibilità di questi missili, in grado di mettere in difficoltà i sistemi di difesa della marina militare americana, può aver accelerato i progetti statunitensi.
Né la Russia né la Cina in generale sono in grado di contrastare le prove di forza americane, e questo dimostra la superiorità delle dotazioni militari occidentali rispetto ai sistemi d’arma che Mosca e Pechino hanno fornito a Teheran e ad altri alleati. La Cina poi è una potenza commerciale, che usa gli scambi e la dipendenza economica, più che quella militare, per forgiare alleanze e creare dipendenze. Di sicuro guarda con preoccupazione a questo conflitto, anche se è un terreno che le permette di apprendere come funzionano le proprie armi, per migliorare la propria capacità sia offensiva sia difensiva verso gli Stati Uniti. È vero che la Cina ha bisogno per la sua economia del petrolio iraniano, che attualmente copre tra il 10 e il 15% del fabbisogno energetico cinese e che Pechino riceve peraltro a prezzi scontati. Sarebbe però di più l’Iran a perderci, dato che il 90% dei suoi beni di consumo arriva da lì. La Cina, alla fine, se lo stretto di Hormuz rimane aperto ai commerci, può essere soddisfatta.
Quanto potrebbe durare ancora il conflitto?
Dal punto di vista strettamente militare, credo che sia gli Stati Uniti sia Israele possano continuare ancora molto a lungo, la capacità iraniana di andare avanti dipenderà da quanto delle loro infrastrutture militari rimanga in piedi nel corso del conflitto. Nel momento in cui gli israeliani e gli statunitensi avranno conquistato la completa supremazia aerea in Iran, potranno anche passare a colpire i loro obiettivi con strumenti meno precisi, di cui hanno arsenali abbondanti.
È diverso il discorso economico: non credo che le società occidentali possano assorbire e gestire uno shock di prezzi energetici di lungo periodo di questa portata senza trovarsi di fronte a fortissime pressioni sociali interne, che andrebbero a sommarsi alle mobilitazioni antiisraeliane che vanno avanti dal 7 ottobre 2023. Lo stesso discorso vale per i paesi del Golfo, in maniera ancora più acuta perché impatta i loro profitti dal turismo e dal commercio, anche se la minaccia più grande e più urgente è quella che l’Iran pone alle loro infrastrutture vitali e strategiche: quelle energetiche e gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, senza cui non possono sopravvivere molto a lungo.
Tra le due voci discordanti, quella israelo-statunitense e quella iraniana, al netto della propaganda ritengo più affidabili le dichiarazioni della prima, che si dice in netto vantaggio, ma la guerra non potrà comunque durare all’infinito: Trump ha le elezioni a novembre e, anche se ha deciso di fare la guerra a dispetto del sentimento prevalente negli Stati Uniti, dovrà tenerne conto.
Si è parlato della possibilità di un intervento di terra dei gruppi armati separatisti dei curdi iraniani, che hanno finora smentito. Dato l’interesse strategico espresso da Israele verso i curdi, è possibile che incoraggino un’azione armata o resta uno scenario inverosimile?
Non è uno scenario inverosimile, perché comunque all’interno della galassia dell’opposizione iraniana, sia nel paese sia nella diaspora, le minoranze etniche, come i curdi ma anche i baluci, sono quelle che tradizionalmente hanno espresso le organizzazioni politiche e militari o paramilitari più strutturate, più equipaggiate, oltre ad avere una presenza fisica sul territorio.
Io ritengo che possano avere una capacità di disturbo e di distrazione, ma non sono una forza militare in grado di invadere l’Iran per liberarlo, come fecero i peshmerga curdi in Iraq nel 2003: stiamo parlando di una realtà più limitata. Oltretutto, gli iraniani sono uniti, anche all’opposizione, dal rigetto alla possibile disgregazione del paese e un’azione separatista potrebbe quindi ritorcersi contro la tenuta dell’opposizione. Inoltre, i curdi potrebbero attirare un intervento armato turco, che tradizionalmente non tollerano le istanze indipendentiste curde. Gli stessi leader del Kurdistan iracheno si sono opposti all’eventualità di un attacco che possa partire dal loro territorio.
Va invece osservato con attenzione l’Azerbaijan, verso cui l’Iran ha lanciato attacchi preventivi e anche provato a organizzare attacchi terroristici. Tra gli obiettivi c’era l’oleodotto che da Baku arriva a Ceyhan, in Turchia, che è una delle principali fonti di approvvigionamento per Israele ma è anche importante per noi europei. Il governo azero ha risposto in modo netto: ha chiuso il confine e vi ha schierato migliaia di truppe e ha richiamato la sua rappresentanza diplomatica.
Ci sono quindici milioni di azeri etnici nel nord-ovest dell’Iran, e il modello di governo azero è quello che ha sempre spaventato di più il regime iraniano: pur non essendo democratico, è laico nonostante siano musulmani sciiti come gli iraniani. Per cui l’Occidente dovrebbe puntare più sull’Azerbaijan per creare un nuovo fronte contro l’Iran, anche perché il paese caucasico è alleato sia della Turchia sia di Israele e si sta anche riavvicinando agli Stati Uniti. Più che ai curdi insomma, bisognerebbe guardare agli azeri.
Abbiamo citato la Turchia: può essere avvantaggiata da un ulteriore indebolimento iraniano? E come reagirà Israele a un’eventuale espansione dell’area di influenza turca in Medio Oriente?
La Turchia, sotto il regime di Erdogan, è una potenza ascendente, che aspira a un ruolo di egemonia regionale. Sta cementando un asse islamista sunnita che passa per l’alleanza col Qatar e il sostegno alla Fratellanza Musulmana in Siria, in Libia, nel Corno d’Africa e in molte altre regioni del mondo. È inevitabile che vada a riempire un vuoto strategico lasciato dall’Iran. Ankara ha sì rapporti discreti con Teheran e delle relazioni commerciali importanti, ma dai tempi dei conflitti tra Impero Ottomano e Persia i due paesi sono anche rivali.
Credo che ciò che la Turchia teme di più in questo momento sia, da un lato, una sconfitta del regime iraniano che diventi una grande vittoria israeliana e sancisca la nascita di un’alleanza, patrocinata dagli Stati Uniti, tra lo Stato ebraico e i paesi del Golfo. Dall’altro lato, Erdogan teme la disgregazione dell’Iran e il caos che ne conseguirebbe, compreso l’influsso potenziale di centinaia di migliaia di profughi e il rafforzamento delle istanze indipendentiste curde. Queste due ragioni spiegano la postura intermedia che sta tenendo Ankara: tiene un canale aperto con Teheran ma si mantiene posizionata nella NATO. Il governo turco vuole mantenere rapporti cordiali con gli Stati Uniti e anche la sua ostilità verso Israele finora si è limitata alla retorica, perché non ha troncato i rapporti diplomatici, ha mantenuto rapporti commerciali e persino i flussi turistici, seppur minimi, proseguono. Una posizione simile a quella del Qatar, suo alleato.
Con la guerra in Iran, per Israele si è riaperto anche il fronte libanese. Perché Hezbollah ha deciso di riprendere i lanci dei missili? Vista la condanna del governo libanese e di parte della società civile per questa decisione, e la dura reazione israeliana, è possibile che si sia arrivati al momento decisivo per neutralizzare l’organizzazione?
Credo ci vorrà ancora tempo per raggiungere quest’ultimo obiettivo, soprattutto se il regime iraniano dovesse sopravvivere. L’Iran ha cercato di ricostruire le forze di Hezbollah con grandi elargizioni di denaro e di aiuti militari dopo i duri colpi che le IDF avevano inflitto al gruppo terrorista tra il 2023 e il 2024, nonostante le difficoltà dovute alla caduta del regime siriano suo alleato e all’aumento dello scrutinio internazionale. Hezbollah, pur se indebolito, rimane una forza dominante in Libano e dopo il cessate il fuoco, e in violazione di quest’ultimo, ha mantenuto una presenza a sud del fiume Litani. Motivo per cui Israele ha quindi continuato a colpirli, sebbene con intensità minore rispetto ai due mesi di guerra aperta tra settembre e dicembre 2024, in cui fu anche eliminato Nasrallah. Con lo scoppio dell’attuale conflitto, Hezbollah non ha potuto far altro che allinearsi al suo padrone iraniano e aprire un secondo fronte. È anche una sfida ai suoi oppositori interni in Libano e una prova di forza per dimostrare che il governo non è in grado di fermarli. È invece interessante notare come al contrario gli Houthi yemeniti non siano ancora intervenuti nella guerra.
Dal 7 ottobre 2023 si è arrestata la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i paesi del Golfo nell’ambito degli Accordi di Abramo, in particolare con l’Arabia Saudita. Questo conflitto potrà scongelare questo processo, a fronte del nemico comune, o raffredderà ulteriormente le relazioni tra le monarchie arabe e l’asse israelo-statunitense, che le ha coinvolte?
La guerra ha sopito le divisioni che esistevano tra i paesi arabi del Golfo, anche se non credo che queste saranno definitivamente rimosse, sebbene non si dimenticheranno facilmente degli attacchi iraniani. Quando il conflitto sarà finito, credo che si rafforzeranno le alleanze che già esistono tra Israele e alcuni paesi, primo tra tutti gli Emirati Arabi Uniti, con cui i rapporti bilaterali sono rimasti saldi anche sotto la pressione del 7 ottobre e di ciò che ne è seguito, perché hanno identificato delle aree di convergenza strategica. Questo non necessariamente avverrà con l’Arabia Saudita, il Qatar o il Kuwait: il mondo arabo trarrà le sue conseguenze rispetto alla condotta iraniana, che non saranno favorevoli ai rapporti con Teheran, ma non necessariamente si getteranno nelle braccia di Netanyahu.



