Elezioni municipali nei territori palestinesi. Fatah rivendica una vittoria schiacciante

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di Nina Deutsch
Il voto segna un test simbolico a Gaza e conferma il radicamento del partito di Mahmoud Abbas in Cisgiordania. Esclusione di Hamas, ma ancora centrale, liste uniche e partecipazione disomogenea ridimensionano però la portata politica del risultato. (Foto: un uomo vota a Gaza. Screenshot)

Le elezioni municipali tenutesi sabato  25 aprile nei territori palestinesi segnano un passaggio significativo, pur nella loro portata limitata, nel quadro del conflitto in corso. Come riportato da Deutsche Welle – emittente pubblica internazionale tedesca di informazione indipendente – i cittadini si sono recati alle urne in Cisgiordania e, in misura molto più circoscritta, nella Striscia di Gaza.  Si tratta delle prime elezioni a Gaza dal 2006 e della prima consultazione nei territori palestinesi dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, guidato da Hamas nel sud di Israele, seguito dall’avvio dell’operazione militare israeliana nella Striscia.

Il partito Fatah parla di una «vittoria schiacciante», descrivendo il voto come un passaggio chiave per rilanciare la vita democratica. Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, citando l’agenzia ufficiale WAFA, le liste vicine al presidente Mahmoud Abbas avrebbero conquistato la maggioranza dei consigli locali, inclusa Jenin, città del nord della Cisgiordania considerata negli ultimi anni uno dei principali focolai di instabilità.

Si tratta, tuttavia, di risultati in gran parte rivendicati da fonti legate all’Autorità Palestinese e non ancora verificabili in modo indipendente. Un elemento che invita alla cautela nella lettura complessiva del voto.

Un’elezione in tempo di guerra

Le consultazioni si sono svolte nella Cisgiordania e, in forma molto limitata, nella Striscia di Gaza. Come sottolineato, si tratta delle prime elezioni dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, un conflitto che ha profondamente alterato le condizioni politiche e sociali dei territori palestinesi.

I dati ufficiali della Commissione elettorale centrale indicano un’affluenza del 53,44% in Cisgiordania. Molto più contenuta la partecipazione nella città di Deir al-Balah, unico centro della Striscia coinvolto nel voto, dove si è fermata al 22,7% su circa 70.000 aventi diritto. Numeri che riflettono non solo difficoltà logistiche evidenti, ma anche un clima di disillusione diffusa.

Liste uniche e competizione ridotta

Uno degli aspetti più discussi riguarda la scarsa competitività del voto. In molte città, tra cui Nablus e Ramallah, è stata presentata una sola lista, risultata automaticamente vincente senza passare dalle urne.

Secondo il presidente della Commissione elettorale, Rami Hamdallah, oltre 190 amministrazioni locali sarebbero state assegnate per consenso. Un meccanismo che, pur contribuendo alla stabilità amministrativa, riduce sensibilmente il grado di competizione e alimenta dubbi sulla qualità del processo democratico.

Le critiche arrivano anche dalla società civile. A Qalqilya, dove non si è votato per mancanza di liste, un residente ha dichiarato all’Associated Press: «Questa non è trasparenza. Questo è caos». Una frase che sintetizza il sentimento di una parte dell’opinione pubblica.

Hamas escluso, ma ancora centrale

Il movimento Hamas non ha partecipato ufficialmente alle elezioni. Secondo diverse ricostruzioni, tra cui quelle riportate da media internazionali, la partecipazione richiedeva l’adesione al programma politico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, inclusi il riconoscimento di Israele e il sostegno alla soluzione dei due Stati.

L’esclusione formale non significa però assenza politica. Hamas continua a esercitare un’influenza significativa, soprattutto nella Striscia di Gaza, e secondo analisti locali alcuni candidati indipendenti potrebbero essere a esso vicini, anche se non dichiaratamente affiliati.

Il portavoce del movimento, Hazem Qassem, ha definito le elezioni «un passo positivo», chiedendo però che si arrivi presto a consultazioni più ampie, comprese quelle legislative e presidenziali.

Il caso Gaza: voto simbolico e frammentato

A Deir al-Balah, il voto ha avuto un valore soprattutto simbolico. I risultati preliminari indicano una distribuzione dei seggi articolata: la lista sostenuta da Fatah avrebbe ottenuto sei seggi su quindici, mentre altre liste locali si sono divise i restanti posti.

Secondo quanto riportato anche dal Times of Israel, nessuna forza ha ottenuto un controllo totale, segno di un panorama politico locale più frammentato di quanto suggeriscano alcune dichiarazioni ufficiali.

Un sistema politico diviso da quasi vent’anni

Le elezioni si inseriscono in una frattura politica che dura dal 2007, quando Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza dopo aver vinto le legislative del 2006, estromettendo l’Autorità Palestinese guidata da Abbas e da Fatah.

Da allora, Cisgiordania e Gaza sono governate da entità separate, con istituzioni parallele e strategie divergenti. Questo dualismo resta uno dei principali ostacoli a qualsiasi prospettiva di unità politica palestinese.

Il peso della guerra

Il contesto resta segnato da oltre due anni di conflitto con la distruzione diffusa nella Striscia di Gaza, compromettendo infrastrutture, sistema sanitario e servizi essenziali.

In queste condizioni, l’organizzazione stessa del voto assume un significato particolare. Le Nazioni Unite hanno definito il processo «credibile», pur nel quadro di «circostanze eccezionalmente difficili».

Tra legittimazione e realtà

Per l’Autorità Palestinese, il voto rappresenta anche un tentativo di rafforzare la propria legittimità interna e internazionale. Il primo ministro Mohammad Mustafa ha parlato di «un primo passo importante verso un percorso nazionale più inclusivo».

Tuttavia, diversi osservatori sottolineano come l’assenza di una competizione piena, l’esclusione di alcune forze politiche e la frammentazione territoriale limitino la portata di questo processo.

Un segnale fragile in uno scenario incerto

Queste elezioni municipali rappresentano, al tempo stesso, un segnale e un limite. Da un lato, indicano la volontà di mantenere attive strutture istituzionali e di offrire uno spazio, per quanto ridotto, di partecipazione politica anche in condizioni estreme. Dall’altro, mettono in evidenza le fragilità di un sistema diviso, dove il voto non sempre coincide con una reale possibilità di scelta.

A livello locale, il risultato rafforza temporaneamente Fatah e l’Autorità Palestinese, ma non risolve le tensioni con Hamas né ricompone la frattura tra Gaza e Cisgiordania. Sul piano internazionale, queste elezioni vengono osservate come un possibile tassello in futuri scenari di stabilizzazione, soprattutto in relazione alla governance della Striscia.

Resta però una distanza evidente tra la dimensione formale del processo elettorale e la realtà quotidiana dei territori palestinesi, segnata da guerra, crisi economica e incertezza politica. In questo senso, il voto appare più come un tentativo di continuità istituzionale che come una svolta vera e propria. Un passaggio importante, ma ancora insufficiente per delineare un cambiamento strutturale nel panorama politico palestinese.