Biennale di Venezia, il fronte del boicottaggio si allarga: nel mirino Israele

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di Anna Balestrieri
A innescare la polemica è stata una lettera promossa dal collettivoArt Not Genocide Alliance, che chiede l’esclusione di Israele dalla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte. Il documento porta 178 firme tra artisti, curatori e operatori culturali coinvolti direttamente nella manifestazione.

Alla Biennale di Venezia si apre un nuovo terreno di scontro che riaccende una domanda antica quanto l’arte contemporanea: può la cultura sottrarsi alla politica? Dopo le tensioni legate alla partecipazione della Russia, un secondo fronte si è rapidamente imposto al centro del dibattito internazionale.

Una lettera, 178 firme, un obiettivo

A innescare la polemica è stata una lettera promossa dal collettivo Art Not Genocide Alliance, che chiede l’esclusione di Israele dalla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte. Il documento porta 178 firme tra artisti, curatori e operatori culturali coinvolti direttamente nella manifestazione.
Tra i firmatari figurano partecipanti ai padiglioni nazionali e protagonisti della mostra principale In Minor Keys, curata dalla compianta Koyo Kouoh. Una parte significativa dei sottoscrittori ha scelto l’anonimato, dichiarando timori di ritorsioni politiche, legali e persino fisiche.

Le accuse e la logica del boicottaggio

Nel testo, i promotori parlano esplicitamente di “genocidio” e “apartheid”, sostenendo che la presenza israeliana costituirebbe una forma di normalizzazione all’interno di una piattaforma culturale globale.
La richiesta si inserisce nella tradizione del boicottaggio culturale, già adottato in altri contesti storici. L’obiettivo dichiarato è quello di esercitare pressione politica attraverso l’esclusione simbolica. Ma resta aperto un nodo cruciale: colpire uno Stato attraverso i suoi artisti è uno strumento efficace o una semplificazione ideologica?

Un precedente recente: il padiglione chiuso

Non è la prima volta che Israele diventa oggetto di contestazione alla Biennale. Nel 2024, il padiglione israeliano era stato chiuso come gesto di protesta, in una decisione che rifletteva anche tensioni interne agli stessi artisti.
Per l’edizione 2026, lo Stato ebraico non dispone del tradizionale spazio ai Giardini – in ristrutturazione – ma di uno all’Arsenale. Tuttavia, la diversa collocazione non ha attenuato le pressioni politiche.

Il caso Sudafrica e le fratture interne

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto il caso del Sudafrica: il progetto dell’artista Gabrielle Goliath è stato ritirato dal governo di Pretoria perché ritenuto troppo divisivo. Il paese, che aveva già assunto posizioni critiche verso Israele in sede internazionale, non parteciperà, lasciando uno spazio vuoto all’Arsenale.
Un episodio che evidenzia come le tensioni non attraversino solo i rapporti tra Stati, ma anche le dinamiche interne ai sistemi culturali nazionali.

Il doppio standard e il precedente russo

La polemica si intreccia con quella, ancora aperta, sulla possibile riammissione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. I firmatari parlano di “doppio standard”, mettendo in discussione la coerenza della Fondazione.
Il confronto richiama precedenti storici: dal boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid alla condanna del golpe cileno del 1973. La Biennale è davvero neutrale o ha sempre avuto una dimensione politica implicita?

Arte e politica: una tensione irrisolta

Al momento, la Fondazione Biennale di Venezia non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Ma la questione sollevata dalla lettera va oltre il caso specifico.
Il meccanismo del boicottaggio culturale continua a dividere: visibile, moralmente assertivo, ma spesso di dubbia efficacia concreta. Escludere artisti per le scelte dei loro governi solleva interrogativi profondi sulla natura stessa dell’arte.
In fondo, il dilemma resta invariato: l’arte deve rappresentare il mondo o giudicarlo?