di Nina Deutsch
Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno sul referendum della giustizia, tra “Sì” e “No”. Come si muovono le comunità religiose? Dal mondo ebraico a quello musulmano, fino a cattolici, protestanti e buddhisti, prevale il silenzio o la divisione interna, senza indicazioni di voto ufficiali, confermando che la partita resta soprattutto politica.
Il conto alla rovescia è iniziato. Tra poche ore gli italiani voteranno al referendum sulla giustizia, chiamati a decidere se modificare uno dei cardini dell’ordinamento: la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice.
Il confronto politico è acceso. I sostenitori del “Sì” vedono nella riforma un passo necessario per garantire un giudice terzo e ridurre il peso delle correnti nella magistratura. Il fronte del “No”, invece, teme uno squilibrio tra i poteri e difende l’attuale assetto come garanzia di indipendenza.
Ma fuori dalla politica, cosa accade? Se si guarda alle comunità religiose presenti in Italia, il quadro è meno compatto e molto più sfumato di quanto spesso venga raccontato.
Nel mondo ebraico italiano prevale il silenzio. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane non ha preso posizione né ha fornito indicazioni di voto. Una scelta coerente con la sua linea istituzionale: intervenire solo su temi che riguardano direttamente libertà religiose o diritti fondamentali. In questa fase, le priorità restano altre, dalla sicurezza al contrasto dell’antisemitismo. Il referendum, ufficialmente, non è al centro dell’agenda.
Più articolato è il quadro nel mondo musulmano. Alcune voci si sono espresse, come quella di Roberto Hamza Piccardo, fondatore dell’UCOII, che ha manifestato posizioni critiche verso la riforma. Ma non si può parlare di una linea univoca. L’islam italiano non ha una rappresentanza unitaria e le posizioni emerse restano legate a singole figure o associazioni, non all’intera comunità.
E non è un caso isolato. Anche guardando alle altre principali realtà religiose presenti nel Paese, non emergono prese di posizione ufficiali. La Conferenza Episcopale Italiana, riferimento del mondo cattolico, non ha dato indicazioni di voto, in linea con una prassi consolidata su quesiti di natura tecnica e istituzionale. Lo stesso vale per realtà protestanti come la Tavola Valdese e per organizzazioni come l’Unione Buddhista Italiana, che non risultano intervenute nel dibattito referendario.
Più che una scelta di campo, sembra emergere una linea comune di prudenza, quando non di distanza. In molti casi si tratta di comunità che non hanno una tradizione di intervento diretto su questioni politico-istituzionali; in altri, di una volontà esplicita di non sovrapporre appartenenza religiosa e orientamento di voto.
Le poche dichiarazioni pubbliche, soprattutto provenienti da singoli esponenti musulmani, hanno comunque alimentato reazioni nel dibattito politico. Alcuni esponenti del centrodestra hanno parlato di interferenze e tentativi di influenza. Ma anche in questo caso, al di là delle polemiche, non emergono elementi concreti che indichino un coordinamento strutturato tra comunità religiose e schieramenti politici.
Il risultato è un quadro lontano dalle semplificazioni. Alla vigilia del voto, non ci sono comunità religiose compatte che orientano il consenso. Ci sono, piuttosto, silenzi, posizioni isolate e una generale assenza di indicazioni collettive.
Più che un fattore determinante, la religione resta sullo sfondo. E il referendum sulla giustizia si conferma, almeno per ora, una partita giocata quasi interamente dentro la politica italiana.



