Parlano Boeri, Pisapia, Onida e Sacerdoti

Italia

Le primarie del centrosinistra.

A Milano, il 14 novembre si terranno le primarie del centrosinistra per stabilire chi sarà il candidato a Sindaco per le elezioni comunali del maggio 2011. Abbiamo intervistato i quattro candidati: Stefano Boeri, Giuliano Pisapia, Valerio Onida e Michele Sacerdoti.

Non possiamo non cominciare dal candidato iscritto alla nostra Comunità, Michele Sacerdoti. Per quelli che già stanno iniziando il gioco del “di chi è parente?”, iniziamo subito a chiarire che sì, è il fratello minore di Giorgio Sacerdoti -giurista, già presidente della nostra Comunità negli anni ’80-; la sua candidatura è appoggiata tra gli altri da Arturo Schwarz. Il suo profilo politico corrisponde a quello di un ambientalista iscritto ai Verdi, che si ispira al leader verde tedesco Daniel Cohn Bendit. Ci ha confessato che gli piacerebbe essere il primo sindaco ebreo di Milano -visto che Roma ne ha già avuto uno, Ernesto Nathan-, aggiungendo col sorriso che sarebbe pure un “sindaco Cohen”. Passando ai temi mediorientali, Sacerdoti spiega: “ho firmato l’appello JCall, e mi definisco pacifista vicino a Peace Now e in favore della formula due stati per due popoli, nonché contrario alle colonie ed ai coloni.” E la moschea a Milano? “In merito alla questione della moschea chiarisco subito che sono favorevole ai luoghi di culto per i musulmani proprio in quanto ebreo, memore delle discriminazioni subite. Anche se la moschea dovrà essere pacifista, e dunque con garanzia che non venga gestita da mullah scatenati”. Se fossi eletto sindaco, cosa faresti per Israele? “promuoverei con forza incontri come quelli organizzati dal CIPMO (Centro per la Pace in Medio Oriente) di Janiki Cingoli che ha fatto incontrare sindaci israeliani e palestinesi. Il mio sogno è che i prossimi accordi di Oslo siano firmati a Milano. E farei tutto il possibile perché ciò avvenisse”.

Questo quanto afferma Sacerdoti. E gli altri? Anche per loro, le risposte alle nostre domande sono ricche e articolate. Eccole, in un confronto tra le tre posizioni.


Qual è il suo approccio personale al mondo ebraico? E quali relazioni e sensibilità ha sviluppato con esso?

GIULIANO PISAPIA: “Ho tantissimi amici ebrei, praticanti e no. Mi ha sempre colpito la loro profonda intelligenza, unita a una grande sensibilità ai problemi concreti”.
STEFANO BOERI: “Il mio rapporto col mondo ebraico nasce da una assidua frequentazione con amici ebrei e dalla sensibilità e dalla cultura antifascista che mi è stata trasmessa dalla mia famiglia e dai miei genitori, e si è sviluppato con un’attenzione culturale per le sensibilità ebraiche contemporanee. Penso per esempio alla letteratura: ho dialogato con A. B. Yehoshua a proposito di un corso sui rapporti tra Israele e Palestina tenuto a Venezia. E da tempo collaboro con il regista Amos Gitai, con cui ho organizzato diverse iniziative culturali, tra cui un importante evento al Teatro Manzoni nel 2007”.
VALERIO ONIDA: “La mia “scoperta” del mondo ebraico – a parte occasioni di conoscenza di singole persone (cito solo, per colleganza accademica, l’amico prof. Giorgio Sacerdoti) – è passata essenzialmente attraverso la lettura dei grandi scrittori ebraici, di cui sono un “patito”. Per più di un anno ho letto quasi solo romanzi dello scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer. Un altro anno leggevo soprattutto Canetti. Quando ho scoperto Abraham Yehoshua ho letto tutti i suoi libri, e poi ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e di incontrarlo più volte sia in Italia e che a Haifa. Amos Oz (anche con lui mi sono incontrato a Gerusalemme) e David Grossman sono altre due “stelle fisse” nella mia biblioteca. Ma i nomi sono tanti. La cultura ebraica, in Europa e in America, ha dato tali e tanti contributi che non si può non sentirsene debitori. Più tardi, nell’ultimo decennio, ho conosciuto direttamente Israele: non dimentico il primo viaggio, in visita alla Corte Suprema presieduta allora da Aharon Barak, all’indomani dello scoppio della intifada del 2000. Da allora sono tornato più volte a Gerusalemme, a Tel Aviv, a Haifa, sul Mar Morto, a Masada e così via. Ho potuto anche visitare villaggi palestinesi e vedere più da vicino la realtà dei Territori. Tutti questi sono per me fra i luoghi più significativi della terra. A Milano sono stato a parlare di Costituzione nella scuola ebraica, e ci tornerò sempre volentieri.


In che modo pensa che Milano e la comunità ebraica possano dialogare fruttuosamente? Ha in mente dei progetti precisi?

G. PISAPIA: “Il dialogo con i cittadini è uno degli obiettivi della mia azione politica. Milano deve essere un luogo di elaborazione critica per costruire una città che torni ad avere un ruolo-guida sulla scena nazionale e internazionale. Alla comunità ebraica quindi dico: aiutatemi a individuare i nodi da sciogliere. Solo affrontando insieme i problemi si possono dare risposte diverse a esigenze diverse, nel rispetto delle diversità culturali e religiose di tutti. Io vedo Milano come laboratorio di quella integrazione che dovrebbe ormai essere realtà quotidiana. Nel centro come nelle periferie”.
S. BOERI: “Penso che la città di Milano e la comunità ebraica possano dialogare in modo proficuo a partire da due punti fondamentali: anzitutto, vigilare su qualunque forma di xenofobia e di antisemitismo: da questo punto di vista, per esempio, penso che vada posta particolare attenzione alle forme di tifo razzista che si manifestano durante le partite di calcio a San Siro. In secondo luogo, credo che la città dovrebbe prestare una generale attenzione al linguaggio della politica: le recenti battute di alcuni esponenti politici denotano un imbarbarimento che qui deve essere contrastato con forza”.
V. ONIDA: “Milano deve riguadagnare la sua tradizionale capacità di integrare e creare reciproca conoscenza e convivenza. Ci sono delle occasioni periodiche da coltivare (il giorno della memoria) e ci sono occasioni nuove da valorizzare (per esempio, per citare una iniziativa che non è del Comune, ma della Diocesi ambrosiana, il Forum delle religioni).


Negli scorsi anni Milano ha ospitato cortei e convegni di neo-fascisti. Nella nostra città esiste poi una rete di circoli, dove costoro si ritrovano, che vanno dalle palestre ai bar, passando per altri tipi di negozi. Come pensa di affrontare questa problematica?

G. PISAPIA: “Da antifascista, provo orrore per i rigurgiti neo-fascisti che macchiano la vita cittadina. E mi allarma ancor più vedere croci celtiche e svastiche su magliette e tatuaggi esibiti da giovani che forse nemmeno sanno quali tragedie si siano compiute nel loro nome. Da uomo di sinistra trovo essenziale ricordare che i nostri padri hanno fatto la Resistenza e sono morti per la libertà di tutti. Questo dobbiamo insegnare ai ragazzi, a cominciare dalla scuola. E questa sarà una delle mie prime preoccupazioni da sindaco di questa città”.
S. BOERI: “Anzitutto, dobbiamo preservare e riattualizzare sempre il ricordo della Shoà, e in generale della storia politica e culturale degli ebrei milanesi, all’interno di una più generale battaglia contro l’amnesia sulle grandi tragedie del ‘900. In secondo luogo, bisogna vigilare affinché in tutta la città, dalle scuole in avanti, sia intrapresa una costante azione di vigilanza antifascista, per la difesa di ogni cultura democratica e fede religiosa, valori su cui si fonda la comunità civile”.
V. ONIDA: “Il neofascismo oggi credo sia più un fatto di incultura che il residuo di un passato ormai definitivamente estinto. Dovunque razzismo, discriminazione, avversione al diverso si annida, là la cultura regredisce. Penso che una città in cui la cultura cresce e le buone pratiche di convivenza civile si sviluppano sottragga terreno di coltura ai fenomeni da voi accennati”.


Un’altra questione dibattuta nella nostra città è quella della libertà religiosa. Diverse minoranze lamentano una discriminazione in merito ai luoghi di culto: gli evangelici per primi, che reclamano uno spazio per loro. Discussa è anche la questione della moschea, che fa paura a tanti milanesi. Come pensate di affrontare queste questioni?

G. PISAPIA: “È un diritto costituzionale dare la possibilità di professare liberamente la propria religione. Vale per tutte le comunità religiose. Se uno non ha luoghi di culto come fa? È un discorso di buon senso: in ogni quartiere si eviterebbe quella scena poco dignitosa, per i milanesi e per i musulmani, di gente che prega negli scantinati o in mezzo alla strada. Sono per la costruzione di un grande luogo di culto, ma anche per spazi più piccoli che permettano a chi abita in un quartiere, di pregare liberamente. Ovviamente tutto questo nel rispetto della legalità. A diritti corrispondono doveri. Non solo per i musulmani. Ancora una volta, vale per tutti e per tutte le religioni. Credo anche che sarebbe molto utile, per un confronto tra fedi diverse e per creare quel necessario reciproco rispetto tra credenti e non credenti, istituire un centro di dialogo e di approfondimento sulla storia delle religioni”.
S. BOERI: “La libertà religiosa è un valore fondamentale per i cittadini milanesi. Milano non può permettersi di relegare il sacro in un angolo, senza fornire gli spazi adeguati, per la preghiera e per la cultura, per i tanti cittadini credenti”.
V. ONIDA: “I luoghi e gli edifici di culto sono strumenti la cui realizzazione e il cui uso costituisce espressione elementare di una libertà fondamentale garantita dalla Costituzione, quella appunto la libertà di esercitare “in privato o in pubblico il culto” (articolo 19). Non tocca alle istituzioni statali o locali apprezzare le esigenze in questa materia e tanto meno apprestare luoghi di culto: ad esse tocca solo il compito di garantire a tutti, in condizioni di eguaglianza, l’esercizio della libertà dei singoli e delle comunità, anche attraverso la realizzazione di edifici di culto, ovviamente nel rispetto delle norme urbanistiche (e infatti la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime delle leggi regionali che limitavano alle sole confessioni che hanno intese con lo Stato la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici previsti per l’edilizia di culto). Naturalmente le autorità civili non devono nemmeno usare surrettiziamente le prescrizioni urbanistiche per vietare di fatto o rendere artificiosamente difficile la realizzazione di edifici di culto ad iniziativa delle comunità interessate. Purtroppo negli ultimi tempi si è diffuso, anche presso esponenti delle istituzioni, un atteggiamento che fa fare passi indietro di secoli, in cui sembra che questa questione sia di competenza delle autorità civili. È ovvio che resta intero il compito e il dovere dello Stato di combattere le infiltrazioni criminali dovunque esse si creino, ivi compresi luoghi di culto o legati a comunità religiose”.


Siete mai stati in Israele? Che impressione ne avete tratto? Come pensate di sviluppare ulteriormente i rapporti della nostra città con lo Stato ebraico?

G. PISAPIA: “In Israele sono stato più volte e ne ho avuto un grande contraccolpo emotivo. Così come più volte sono stato in Palestina. Credo in due popoli e due Stati che vivano in pace nel rispetto reciproco. Da Gerusalemme a Nazareth; dal mar Morto al mar Rosso; dal deserto a paesi e città d’arte e di cultura, siamo in presenza di luoghi bellissimi e che creano grandi emozioni, anche nella loro drammaticità. Una terra che trasuda storia, tradizioni e contraddizioni. Milano deve tornare a far politica estera di alto livello e i rapporti -politici ed economici-, con un paese importante come Israele non potranno che farsi sempre più stretti. La pace nasce anche dalla conoscenza e dal rispetto reciproco”.
S. BOERI: “Sono stato in Israele e ne ho tratto una viva impressione. Ho lavorato anche su Israele come studioso, in particolare assieme all’amico Eyal Weizman, che ora dirige il Centre for Research Architecture al Goldsmiths College di Londra. Abbiamo inoltre approfondito lo studio della difficile situazione del territorio della Cisgiordania. Credo che sia importante sviluppare progetti di collaborazione scientifica e culturale con Israele, anche per riavvicinare la tradizione culturale europea a una delle sue radici religiose, geopolitiche e culturali fondamentali”.
V. ONIDA: “Ho già detto dei miei viaggi in Israele. È un paese col quale i rapporti della nostra città sono naturali e che mi auguro di poter sviluppare”.

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