Milano: in strada con gli iraniani, per la libertà del loro amato Paese dall’oppressione del regime degli Ayatollah

Italia

di Ilaria Myr
Centinaia i partecipanti alla manifestazione di sabato 10 gennaio dalle 16 in via Monte Rosa a Milano davanti al Consolato dell’Iran: quasi tutti iraniani, pochissimi gli italiani presenti, a gridare contro l’ayatollah per la liberazione del Paese dalla tirannia. Chissà però perché i “sostenitori” dei diritti umani che in questi due anni hanno manifestato ovunque non si sono fatti vedere….

 

“Morte a Khamenei”. “Lunga vita allo Scià Pahlavi”. “Libertà, libertà, libertà”. Sono solo alcuni degli slogan pronunciati dalle centinaia di partecipanti alla manifestazione di sabato 10 gennaio dalle 16 in via Monte Rosa a Milano davanti al Consolato dell’Iran, travolto da quasi due settimane dalle rivolte dei cittadini che si oppongono a un regime islamista violento e antidemocratico.

Io e mio marito siamo fra i pochissimi italiani presenti alla manifestazione, quasi interamente partecipata da cittadini iraniani, molti dei quali studenti in Italia. È a loro che chiediamo di tradurci i canti e gli slogan che pronunciano tutti insieme, seguendo la voce di uno di loro al megafono, in mezzo a tantissime bandiere con lo stemma della Persia (il leone e il sole), cartelli con le foto del principe Reza Pahlavi e della moglie, nonché di disegni e manifesti che ridicolizzano l’Ayatollah Khamenei.

Ci spiegano quello che urlano a squarciagola, e ci ringraziano di cuore per essere lì con loro. “Non sapete quanto questo conti per noi”, ci dicono. Ma forse non sanno quanto è importante per noi essere lì con loro, a partecipare a una manifestazione pacifica come non se ne vedevano da anni.

Guardandoci intorno ci colpisce subito un fatto: molti hanno il volto coperto con una mascherina sanitaria, o una sciarpa, o addirittura un passamontagna che lascia scoperti solo occhi e bocca. “Sicuramente qui ci sono membri dei pasdaran infiltrati, e non vogliamo che le nostre famiglie possano avere conseguenze nel nostro paese” ci spiegano.

Quando chiediamo ad alcuni di loro che cosa hanno pensato quando Israele ha attaccato l’Iran a giugno, la risposta è una sola: “Certo eravamo preoccupati per i nostri famigliari, ma eravamo contenti, speravamo che Netanyahu finisse il lavoro. Noi siamo con Israele e con gli ebrei”.

E quando facciamo notare loro che molti occidentali sostengono Hamas come “resistenza” del popolo palestinese, scuotono la testa. “Non hanno capito che la testa del serpente è proprio il regime islamico”, ci dicono.

Fra i vari fogli e cartelli sventolati, due spiccano per la forza del loro messaggio: Uno dice in inglese “perché i media occidentali non parlano dell’Iran”, l’altro, in italiano, chiede: “dove sono gli attivisti per i diritti umani?”.
Eccola la grande domanda che fin da subito si è imposta nelle nostre menti: dove sono coloro che per due anni ogni settimana, durante la guerra a Gaza, hanno marciato in nome dei diritti umani? Che hanno definito (e continuano a farlo) una democrazia come Israele “stato assassino”, mentre ora non dicono nulla nei confronti di una dittatura islamica che opprime, violenta e uccide i propri cittadini? Forse le vite degli iraniani, che lottano per la propria libertà, contano meno di quelle dei palestinesi? O forse non devono essere prese in considerazione perché l’oppressore non corrisponde alla narrativa delle vittime (gli ebrei) diventate carnefici (israeliani) nei confronti delle vere vittime di oggi (palestinesi)? O, peggio, perché in realtà la repubblica islamica, genitrice e sostenitrice di Hamas, non è davvero un cancro da estripare?

Guardare questi giovani e queste famiglie che, in un sabato gelido,  gridano la propria voglia di libertà e urlano per fare sentire la propria voce, suscita in noi sentimenti contrastanti: da una parte un’ammirazione sconfinata nei loro confronti, perché lottano in prima fila per i diritti del Paese che tanto amano e che vogliono vedere rifiorire nella libertà; dall’altra la rabbia nel pensare ai “volonterosi pacifisti” che per due anni hanno sfilato per le vie di Milano, bruciando bandiere, urlando slogan violenti, imbrattando la città, per poi tornare nella loro tranquilla vita di cittadini occidentali, che godono di tutte le libertà che loro coetanei iraniani rivendicano dal profondo del cuore. E poi, la tristezza nel vedere che molti nostri concittadini sono indifferenti alla loro sorte: chi ci è stato, infatti, dice che anche la manifestazione in piazza della Scala fosse poco partecipata dai milanesi.

Qui, davanti al consolato iraniano, sabato 10 gennaio non ci sono bandiere bruciate (e non ci sono bandiere palestinesi, che ormai siamo abituati a vedere a qualsiasi manifestazione per qualunque causa si vada in piazza…). Qui ci sono solo persone che chiedono un diritto che noi diamo per scontato: la libertà dall’oppressione.

Ah, dimenticavo: in contemporanea nella zona est della città mille persone hanno sfilato per chiedere giustizia per Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas… Forse è solo per questo che non sono venute a manifestare per gli iraniani oppressi….