di Nathan Greppi
Nell’ultimo decennio, il fondamentalismo religioso ha cercato di colpire con la violenza le donne in diversi paesi: dalle israeliane rapite e violentate da Hamas il 7 ottobre 2023 alle iraniane represse dal regime della Repubblica Islamica, dalla persecuzione delle yazide da parte dell’ISIS alla discriminazione delle afghane da parte dei talebani.
Di questo e molto altro si è parlato in un ciclo di incontri tenutosi venerdì 25 settembre al Centro Congressi Assolombarda, organizzato dal Milton Friedman Institute e intitolato Donne: la libertà è sempre di moda.
Storia di una bambina rapita da Hamas
L’evento si è svolto in maniera leggermente diversa rispetto al programma originale. Il primo panel, moderato dalla giornalista de Il Giornale Hoara Borselli, ha visto salire sul palco Ela Elyakim, che aveva solo 8 anni lei e sua sorella maggiore Dafna (che aveva 15 anni) sono state rapite il 7 ottobre, per poi venire liberate 51 giorni dopo.
Elyakim ha raccontato come i terroristi di Hamas sono entrati in casa loro, nel Kibbutz Nahal Oz, e hanno sparato a suo padre trasmettendo l’attacco in diretta Facebook. Precedentemente, il padre aveva detto alle figlie di nascondersi sotto il letto della camera blindata, ma poi i terroristi le hanno trovate.
Successivamente, le due sorelle sono state portate a Gaza, dove per settimane hanno creduto di essere le uniche rapite senza sapere che c’erano anche altri ostaggi israeliani. Lì, tre terroristi le tenevano in ostaggio, trasferendole da una casa all’altra. All’inizio ripetevano loro che Israele si era dimenticato di loro, e che sarebbero rimaste per sempre lì nella Striscia. “Ad un certo punto, ci hanno portato in una gabbia, tipo quelle per i cani ma un po’ più grande”, che si trovava sottoterra.
Dopo 51 giorni, hanno detto loro che potevano tornare a casa. Quando erano nel furgone della Croce Rossa che le ha riportate in Israele, “uno dei bambini di lì (di Gaza, ndr) […] ha lanciato un sasso contro la finestra della Croce Rossa e ha colpito mia sorella sulla schiena. Lei si è tagliata per i pezzi di vetro”. Una volta arrivate, hanno scoperto che il padre, la matrigna e il figlio di quest’ultima Tomer erano stati uccisi. Si sono almeno potute riunire con la loro madre.
Parlando di come ha vissuto quella situazione, Elyakim ha raccontato: “Mia sorella mi ha dato la forza per avere fiducia e non pensare che nessuno ci voleva, che volevano che tornassimo”. Quando le hanno chiesto come sta oggi, ha detto che ora sta meglio.
Donne vittime dell’integralismo islamico
Dopo Elyakim, sono salite sul palco tre donne con storie intense alle spalle: come Fawzia Amin Sido, giovane yazida rapita dall’ISIS in Iraq nel 2014, quando era solo una bambina, e tenuta in prigionia come schiava sessuale per dieci anni. Ceduta ad un terrorista di Gaza che l’aveva portata nella Striscia, è stata liberata nel 2024 dopo che l’IDF ha eliminato il suo carceriere e l’ha tratta in salvo.
Dopo di lei hanno parlato anche Elaleh Tavakolian, attivista iraniana rimasta cieca da un occhio a causa di un proiettile di gomma sparato dalle forze del regime durante una protesta, e Husna Jalal, attivista afghana perseguitata dai talebani e fondatrice di Women for Change International.
Gli stupri del 7 ottobre
Passando dalle testimonianze dirette delle vittime ad una prospettiva accademica, successivamente è venuto il turno di Ruth Halperin-Kaddari, direttrice del Centro Rackman per l’Avanzamento della Condizione della Donna presso l’Università Bar-Ilan, che ha presentato delle slide per illustrare i risultati del Dinah Project, da lei co-fondato per documentare le violenze sessuali del 7 ottobre.
“Vogliamo mettere le cose in chiaro: non può più esserci alcun negazionismo della violenza sessuale che è stata parte dei massacri di Hamas in Israele quasi tre anni”, ha dichiarato. Già nel marzo 2024, esperti dell’ONU hanno visitato i luoghi degli attacchi del 7 ottobre, dove hanno confermato che c’erano prove convincenti del fatto che gli stupri erano avvenuti.
Il Dinah Project ha raccolto e strutturato diverse prove, in particolare le testimonianze dei sopravvissuti e di altri testimoni oculari, nonché le prove forensi derivanti dalle autopsie sui cadaveri delle vittime e video, foto e comunicazioni di Hamas intercettate dagli israeliani.
Halperin-Kaddari ha spiegato che la difficoltà nel reperire informazioni è legata al fatto che molte delle vittime di stupri sono state successivamente uccise, e molti superstiti erano troppo traumatizzati per poter parlare. Inoltre, diversi corpi sono stati bruciati o distrutti dai terroristi.
La testimonianza di Aviva Siegel
Nel panel successivo, moderato dal giornalista Mediaset Francesco Vecchi, oltre a diversi esponenti della politica nazionale e lombarda l’ospite più importante era Aviva Siegel, rapita da Hamas assieme al marito Keith il 7 ottobre 2023 nel Kibbutz Kfar Aza e anch’essa liberata dopo 51 giorni come Elyakim. Il marito, invece, è stato liberato nel febbraio 2025, dopo 484 giorni di prigionia.
“I terroristi di Hamas sono entrati in casa nostra, ci hanno presi, […] mi hanno buttato fuori e mi hanno costretto a stare in piedi”, dopodiché hanno portato lei e il marito a Gaza dopo aver picchiato quest’ultimo. Una volta lì, si sono chiesti “che ci facciamo a Gaza? Siamo pacifisti. Preparavamo il caffè e portavamo i biscotti alle persone di Gaza che venivano nel kibbutz (per lavorare, ndr)”. Ma dopo il 7 ottobre, “tutto è cambiato”.
Sono stati portati sottoterra, dove a parte l’assenza di ossigeno per alcuni giorni non avevano né acqua né cibo. “Keith mi ha guardato e mi ha detto: ‘Aviva, non riesco a respirare’, e ansimava come un animale che cercava di respirare”. Temevano che sarebbero morti. Ad un certo punto, lei ha deciso di iniziare a bere solo acqua senza mangiare, conservando i pochi pezzi di pita che aveva per Keith.
Ha assistito alle sevizie e alle minacce nei confronti delle ragazze in ostaggio, spiegando che avrebbe voluto abbracciarle, ma non poteva perché se l’avesse fatto avrebbero potuto ucciderla. “C’erano così tanti momenti in cui avrei voluto solo morire, e così tanti momenti in cui sono quasi morta”, mentre la portavano in palazzi dai quali quelli di Hamas sparavano missili contro Israele, “e tutto l’edificio tremava come in un terremoto”.
Nello stesso panel, non sono mancati i riferimenti al DDL Antisemitismo del quale si parla in questi giorni. Celeste Vichi, presidente dell’UAII (Unione Associazioni Italia Israele), ha illustrato il lavoro fatto dalla sua organizzazione per promuovere il disegno di legge.



