Ddl antisemitismo, il voto slitta: gli emendamenti dell’opposizione riaprono lo scontro

Italia

di Davide Cucciati

Questa avrebbe dovuto essere la settimana decisiva per la legge contro l’antisemitismo. Non lo sarà: le opposizioni hanno depositato circa sessanta emendamenti e, sulla base delle “intese intercorse tra i gruppi”, la Camera ha rinviato l’esame. Diverse fonti parlamentari indicano la prima settimana di novembre come nuova finestra.

Oltre sette mesi di dibattito sembrano non aver chiarito elementi fattuali e incontestabili: il ddl non introduce nuovi reati, nuove pene né nuove sanzioni amministrative. Non viene creata una fattispecie penale che punisca la critica a Israele. La controversia riguarda soprattutto quale definizione debba orientare le istituzioni nelle attività di prevenzione, monitoraggio, formazione e contrasto del fenomeno.

Che cosa prevede il testo

Il ddl adotta, ai fini della legge, la definizione operativa IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) e prevede una Strategia nazionale triennale contro l’antisemitismo. Tra le linee d’azione figurano il monitoraggio degli episodi, misure contro l’odio antisemita online sentita l’Agcom, iniziative nelle scuole e nelle università, formazione per magistrati, Forze armate, Forze dell’ordine e personale prefettizio, campagne nel servizio pubblico e interventi nello sport.

Gli indicatori richiamati dalla legge comprendono vari esempi: dalle teorie sul controllo ebraico dei media, dell’economia o delle istituzioni alla negazione della Shoah, dalla responsabilizzazione collettiva degli ebrei per le azioni di Israele al paragone fra la politica israeliana contemporanea e quella nazista, fino all’applicazione allo Stato ebraico di “doppi standard”.

Nessun articolo istituisce un nuovo illecito penale o amministrativo.

Una definizione già accolta da M5S e PD quando erano al governo

Il 17 gennaio 2020 la definizione IHRA fu accolta dal Consiglio dei ministri del governo Conte II, sostenuto proprio da Movimento 5 Stelle e Partito democratico, oggi tra le forze più critiche verso il ddl. La differenza è che allora si trattava di una definizione non giuridicamente vincolante; oggi il Parlamento intende inserirla, insieme ai relativi indicatori, in una legge dello Stato.

La maggioranza: il testo non si tocca

Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati vogliono mantenere il testo già approvato dal Senato. Il dato parlamentare è eloquente: nessuno degli emendamenti d’Aula proviene dalla maggioranza.

Maurizio Gasparri ha sintetizzato la linea con una formula secca: “Il testo resta com’è”. Il relatore alla Camera, Paolo Emilio Russo di Forza Italia, sostiene a sua volta che il punto di equilibrio sia già stato raggiunto al Senato e che la libertà di critica sia tutelata.

Se la Camera respingesse tutti gli emendamenti e approvasse il testo senza variazioni, l’iter parlamentare sarebbe concluso. Se passasse anche una sola modifica, il testo dovrebbe invece tornare a Palazzo Madama.

Il PD e una frattura ancora aperta

È soprattutto nel Partito democratico che il confronto produce una divisione evidente. Al Senato il gruppo dem si era astenuto, mentre alcuni suoi componenti, tra cui Graziano Delrio, avevano votato a favore. Alla Camera la segreteria ha assunto una posizione più dura: Elly Schlein ha chiesto alla maggioranza di modificare quella che ha definito una “definizione divisiva” e ha annunciato il voto contrario del PD in assenza di correzioni.

Uno degli emendamenti depositati in Commissione stabilisce espressamente che, ai fini della legge, non sia considerata antisemitismo “l’espressione della libera critica alle azioni politiche del Governo dello Stato di Israele”. Non tutti nel partito considerano necessaria questa modifica. Delrio si è detto “molto amareggiato e rattristato” per il mancato raggiungimento di una convergenza; Piero Fassino ha sostenuto che “non è vero che questa legge limiti il diritto di critica al governo di Israele”. La difficoltà di trovare una sintesi si è manifestata anche il 30 settembre, quando il PD ha scelto di non partecipare al voto conclusivo in Commissione Affari costituzionali. M5S, AVS e Futuro Nazionale hanno votato contro, Italia Viva con la maggioranza e +Europa si è astenuta.

Gli emendamenti

Gli emendamenti più significativi ruotano attorno a diverse possibili riscritture della definizione. Una parte del PD chiede una clausola più esplicita sulla libertà di critica a Israele. Ma non solo: Simona Bonafè ha sottoscritto, insieme a Filiberto Zaratti di AVS e Alfonso Colucci del M5S, anche un emendamento che sostituisce integralmente la definizione IHRA e i suoi indicatori con la Jerusalem Declaration on Antisemitism, proposta esplicitamente come alternativa alla IHRA e più ampia nel considerare non antisemite di per sé varie forme di critica politica a Israele, compresi il BDS e i paragoni con apartheid o colonialismo. Altri emendamenti firmati da esponenti dem propongono invece di eliminare gli indicatori, adottare una diversa definizione o mantenere l’IHRA aggiungendo garanzie più esplicite sulla critica al governo israeliano.

Giuseppe Conte ha definito il ddl un “bavaglio”, sostenendo che l’adozione legislativa della IHRA con i relativi indicatori possa produrre effetti restrittivi sul dissenso politico riguardante Israele. Proprio l’assenza di nuovi reati e sanzioni aiuta però a circoscrivere il terreno del confronto: l’obiezione del M5S riguarda i possibili effetti interpretativi e amministrativi della legge.

AVS teme soprattutto una sovrapposizione tra antisemitismo, antisionismo e critica alle politiche israeliane. I suoi esponenti hanno al tempo stesso riconosciuto la crescita del fenomeno antisemita e la necessità di contrastarlo.

 

Segre e la modifica “inessenziale”

Nel confronto è intervenuta anche Liliana Segre, chiedendo un’approvazione il più possibile unitaria. Si è detta disponibile, se necessario per favorire un’intesa più larga, a una “inessenziale modifica” che specifichi ulteriormente la possibilità di criticare Israele come qualunque altro Paese senza che ciò venga automaticamente considerato antisemitismo.

La differenza è sostanziale: per la linea ufficiale del PD la modifica è una condizione politica per il sì; per Segre è un possibile strumento di mediazione.

 

Gli scettici: perché una legge specifica?

Esiste poi un’obiezione diversa, proveniente anche da destra e da ambienti esterni al Parlamento.

Roberto Vannacci ha annunciato il voto contrario di Futuro Nazionale sostenendo che “offendere un ebreo non può essere più grave che offendere un cristiano, un buddista o un islamico”, contestando l’idea di categorie protette “come i panda”.

Il generale Paolo Capitini, intervenendo su Facebook, si è chiesto a sua volta quale necessità vi sia di una legge specifica sull’antisemitismo quando esistono già norme contro odio e discriminazioni, arrivando a definire “un’assurdità” l’identificazione dell’antisemitismo come “fattispecie a sé stante”.

Quest’ultima formula, però, sovrappone due piani differenti. Sul piano penale il ddl non crea una nuova fattispecie autonoma. Sul piano storico e delle politiche pubbliche, invece, l’antisemitismo è da tempo studiato e affrontato come fenomeno specifico. Michel Houellebecq ha espresso questa peculiarità in termini intuitivi: “Il razzismo è facile da capire. […] L’antisemitismo è più strano”. Rav Jonathan Sacks parlava invece di un “virus” capace di mutare insieme alle società che lo ospitano.

Nel corso della storia gli ebrei sono stati accusati, anche contemporaneamente, di essere capitalisti e comunisti, cosmopoliti e nazionalisti, incapaci di integrarsi e capaci di infiltrarsi ovunque. L’accusa di estraneità ha potuto colpire comunità ebraiche radicate da secoli, talvolta da millenni, negli stessi territori in cui venivano poi descritte come corpi alieni.

La specificità indica una storia e alcuni meccanismi peculiari: accanto alla rappresentazione dell’ebreo come diverso o estraneo ricorre, per esempio, l’attribuzione di un potere occulto e sproporzionato, capace di controllare finanza, politica, informazione o rivoluzioni.

Fenomeni diversi possono richiedere strumenti diversi per essere compresi e contrastati.

Un fenomeno in crescita

Il confronto parlamentare avviene inoltre in un contesto di forte aumento degli episodi registrati in Italia. Secondo l’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC, si è passati da 241 episodi nel 2022 a 453 nel 2023, 877 nel 2024 e 963 nel 2025. Nell’ultimo anno 643 casi hanno riguardato la rete e 320 episodi sono avvenuti materialmente. Rispetto al 2024 sono raddoppiate le discriminazioni e le aggressioni fisiche sono cresciute del 225 per cento.

Questi numeri mostrano che il problema cui il legislatore cerca di rispondere non è astratto.

Dietro le statistiche c’è anche una realtà quotidiana meno facilmente misurabile: per molti ebrei italiani, da ben prima del 7 ottobre 2023, indossare una kippah negli spazi pubblici significa ancora oggi interrogarsi prima sulla propria sicurezza.

Dalla “bagarre” agli emendamenti

Sette mesi fa la domanda centrale era quale definizione di antisemitismo dovesse adottare il legislatore. Nel frattempo, il Senato una scelta l’ha compiuta: IHRA, con i relativi indicatori.

Alla Camera quella scelta continua a incontrare resistenze.

La domanda iniziale rimane così la stessa, ma ha ormai assunto una forma molto concreta: non se l’antisemitismo debba essere combattuto (principio sul quale tutte le forze politiche dichiarano di concordare) ma quale definizione debba guidare l’azione dello Stato e dove debba essere tracciato il confine fra contrasto all’odio antiebraico e libertà della critica politica su Israele.