Natan Sharansky: «Senza identità non esiste nessuna libertà»

Israele

di David Zebuloni, da Tel Aviv

Da refusnik incarcerato nei gulag sovietici a ministro dello Stato di Israele. Oggi la battaglia del dissidente Anatolij Borisovič Ščaranskij ha un solo obiettivo: combattere l’antisemitismo nel mondo. «Non finirà mai – dice – ma dobbiamo difenderci»

Per molti Natan Sharansky incarna alla perfezione l’essenza del sionismo. Con un passato da attivista politico a favore dei diritti umani in Russia e una condanna a nove anni di isolamento nelle prigioni sovietiche con l’accusa di tradimento e spionaggio a favore degli Stati Uniti, Sharansky scopre sin da giovane un attaccamento profondo alle sue origini ebraiche. Diventa così uno dei massimi promotori del ritorno del popolo ebraico in Terra di Israele, che lui stesso raggiunge nel 1986. Negli anni Novanta fonda il partito Israel Ba-Alyia diventando prima Ministro per l’edilizia, poi Ministro degli interni e infine Ministro per l’industria e il commercio. Lascia il parlamento israeliano nel 2005, ma non rinuncia alla vita pubblica. Tra le varie organizzazioni che presiede negli anni vi sono il Zionist Forum, l’Agenzia Ebraica e più recentemente l’ISGAP, organizzazione impegnata nella lotta all’antisemitismo nei campus universitari americani. Tra i prestigiosi premi ricevuti vi sono la Medaglia d’onore del Congresso americano, la Medaglia presidenziale della Libertà e il Premio Genesis, il più recente, che comprende una somma di un milione di dollari che Sharansky decide di donare interamente a favore della lotta contro il Covid-19. A proposito della quarantena prolungata alla quale il virus ci ha costretti, Sharansky pubblica un video in cui fornisce cinque preziosi consigli per poter affrontare serenamente l’isolamento dai propri cari, basandosi sulla propria esperienza di prigioniero politico. In poche ore il video diventa virale.
All’età di 72 anni Natan Sharansky non ha alcuna intenzione di andare in pensione. I progetti sono ancora moltissimi e le energie paiono inesauribili. Quando parla del sionismo, lo fa con lo stesso entusiasmo che lo condusse in Israele decenni fa. Quando parla della libertà, la voce si riempie di fervore. Quando gli domando cosa lo spinga a battersi ancora oggi contro l’odio e l’antisemitismo, Sharansky risponde: «Il nostro popolo ha una bellissima storia, e io voglio farne parte».

Nell’era del Coronavirus si è parlato molto dell’isolamento e della solitudine, talvolta esasperandone il concetto. Lei, signor Sharansky, che ha vissuto l’isolamento nelle prigioni sovietiche, può spiegarci che cosa sia realmente la solitudine?
Il mio isolamento era completamente diverso dall’isolamento di cui parliamo oggi. Il mio isolamento era interiore, più che esteriore. Era innanzitutto uno stato d’animo. Avevo dei programmi, dei progetti, delle ambizioni e d’un tratto la mia vita è stata interrotta. Dovevo ridimensionare la prospettiva che avevo del mio futuro e le possibilità erano due: impazzire o imparare a utilizzare gli strumenti che stavo acquisendo in quelle nuove circostanze.
Quali sono questi strumenti? Cosa possiamo imparare dalla solitudine?
Possiamo capire quali sono le nostre priorità, i nostri obiettivi, le cose che per noi contano davvero. Se diamo significato alle nostre vite, possiamo sopportare ogni cosa. Se le nostre vite hanno significato, continueremo a essere uomini liberi anche se in isolamento, anche nella solitudine più assoluta.
Nel 2006 lei è stato il primo israeliano a ricevere negli Stati Uniti la Medaglia presidenziale della Libertà. Qual è la sua definizione di libertà?
Vivere secondo la propria identità. Vivere dando significato alla propria vita. Senza identità e senza significato non esiste la libertà.
Si può dire che nella sua vita lei abbia combattuto tre battaglie: a favore dei diritti dell’uomo; a favore dei diritti del popolo ebraico nello Stato di Israele; contro l’antisemitismo nel mondo?
Decisamente no.
Cioè?
Non si può dividere una battaglia dall’altra. Fanno tutte parte della stessa guerra. Sono mosse tutte dallo stesso ideale.
Che cosa le accomuna?
L’istinto di sopravvivenza e il desiderio di vivere la vita secondo i miei valori, secondo la mia identità. Abbiamo una storia, abbiamo un popolo, abbiamo uno Stato e io voglio farne parte. Ho sempre voluto farne parte. Ho riscoperto questo legame nelle prigioni sovietiche e l’ho coltivato per tutta la mia vita. La forza di combattere la attingo dunque dal mio sionismo. Questo sta alla base di tutto.
L’ultimo decennio l’ha dedicato alla lotta contro l’antisemitismo, come Presidente dell’Agenzia Ebraica. Qual è la matrice dell’antisemitismo nel 2020?
L’antisemitismo è l’odio nei confronti dell’ebreo. L’ebraismo è una religione. Quindi l’antisemitismo ha innanzitutto matrici religiose. Questo è importante da capire. Nel tempo credo che l’ebreo sia diventato il capro espiatorio di molti popoli. L’uomo d’altronde tende sempre a odiare ciò che è diverso da lui e gli ebrei sono sempre stati i più diversi, specie in Europa. Si sono sempre distinti dai loro vicini, sono sempre andati controcorrente.
L’antisionismo è il nuovo antisemitismo?
Certo. E ti dirò di più, vent’anni fa avevo pubblicato uno scritto in cui spiegavo il confine sottile che divide l’antisionismo dall’antisemitismo, in modo tale da poterlo riconoscere. Molto spesso dietro una legittima critica a Israele, si cela un antisemitismo profondo.
Qual è questo confine?
Quando si demonizza e delegittima l’esistenza dello Stato di Israele, ecco che in realtà si sta peccando di antisemitismo. La demonizzazione e la delegittimazione del popolo ebraico sono di fatto le armi che hanno utilizzato gli antisemiti nell’arco della storia. Ed ecco che la storia si ripete. Ci sono inoltre alcuni standard che vengono imposti a Israele e a nessun altro Stato del mondo, dei criteri con i quali Israele viene giudicata in modo del tutto esclusivo. Anche questo è antisemitismo travestito da antisionismo.
Crede che sia utopico immaginare un mondo senza antisemitismo?
L’obiettivo non è quello di creare un mondo senza antisemitismo. Potremmo provarci, certo, ma non otterremmo alcun risultato. L’obiettivo è quello di impedire all’antisemitismo di ferirci, di ucciderci.
Esiste un antidoto contro l’odio?
Il vaccino all’odio è uno solo e consiste nel far capire alla società quanto esso sia pericoloso. Quanto l’odio sia nocivo, per chi lo nutre e per chi lo subisce.
In questo decennio si è impegnato anche a coltivare i rapporti tra Israele e le comunità ebraiche nel mondo. Quale ruolo ricopre Israele nei confronti di queste comunità e quali responsabilità hanno queste nei confronti di Israele?
Il ruolo di Israele è quello di fungere da casa per tutti gli ebrei del mondo. Anche nei confronti di quegli ebrei che in Israele non ci abitano. L’abbiamo visto nell’operazione Entebbe e lo vediamo anche oggi, quando in modo estremamente naturale il governo israeliano decide di soccorrere gli ebrei in difficoltà, anche se al di fuori del confine israeliano e anche se di fatto non sono cittadini israeliani. Non è scontato tutto ciò, credo che Israele sia l’unico Stato al mondo a intrattenere questo tipo di rapporto con le comunità in diaspora. Queste comunità, a loro volta, hanno bisogno di Israele per mantenere la loro identità. Nella realtà in cui viviamo oggi, l’ebraismo della diaspora non potrebbe esistere senza due cose: la fede e il sionismo. È una questione matematica, un dato statistico. L’ebraismo sparirà, si assimilerà senza questi due punti cardini. La fede e il sionismo.
In quanto ex Ministro ed ex parlamentare, come interpreta la crisi profonda che vive la politica israeliana nell’ultimo anno? Come spiega questi tre estenuanti gironi elettorali?
Non so dare una vera spiegazione a questa crisi, ma posso dire con certezza che un governo che ignora totalmente quei partiti che non fanno parte del suo blocco, è un governo che non può durare. Il popolo ha votato e per tre volte ha deciso che le due fazioni devono unirsi, che i due blocchi devono collaborare. Tuttavia chi sta a capo dei grandi partiti ha deciso di ignorare la volontà del popolo e ha preferito continuare per la propria strada, perché è sempre più facile farsi la guerra piuttosto che unire le forze e trovare un sentiero comune. Poi è arrivato il coronavirus e ha abbattuto le barriere, ha fatto ciò che gli elettori non sono riusciti a fare. D’altronde è proprio questo il messaggio universale del virus: non importa quanto siamo diversi, ci sono alcune battaglie che possiamo vincere solo insieme.
Le manca la politica? Rimpiange di averla lasciata?
Ho fatto in politica tutto ciò che volevo e potevo. Adesso preferisco contribuire al benessere dello Stato e del popolo ebraico al di fuori delle mura del parlamento.
Vuole dirmi che non ha mai pensato di tornarci?
Mai! Quando Netanyahu mi ha proposto di tornare in politica gli ho detto che sono stato parlamentare per nove anni, in quattro governi diversi e mi sono licenziato dal mio ruolo due volte. La mia detenzione nelle prigioni sovietiche è durata anche nove anni, sono stato in quattro prigioni diverse, ma da lì non mi sono mai licenziato. Hai visto che simmetria perfetta? In effetti sarebbe un peccato rovinarla. Un vero peccato.

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