L’improvvisa

Israele

 

L’improvvisa uscita dalla scena politica israeliana del premier Ariel Sharon ha destato, come era facilmente prevedibile immaginare, grande sensazione. Questo drammatico avvenimento non è solo di estrema importanza per la situazione mediorientale, per lo Stato di Israele e per tutto il popolo ebraico, ma rappresenta anche l’occasione di compiere molte considerazioni utili a comprendere le scelte che ci stanno di fronte e il nostro futuro. Non è questa la sede per ricapitolare i meriti e i punti salienti di una personalità straordinaria come quella di Sharon. E’ stato un leader, politico e militare, in tutto e per tutto. Ma non solo. Ha incarnato ogni qualità di una certa generazione di israeliani che hanno scritto la storia. Ha lasciato un segno indelebile. Ci ha infine donato un immenso, prezioso insegnamento: quello che ci ha aiutato in tempi recenti a capire che le nostre strade non sono fatte solo di senso di giustizia, di grandi princìpi, di fede e di ideologie, ma anche di strategie realistiche. Che le nostre idee possono e devono cambiare per adeguarsi e trovare risposte più efficaci. Che dobbiamo guardare avanti liberandoci dai pregiudizi.
Ariel Sharon è anche servito come unità di misura delle differenze che spesso contrappongono uomini, mondi politici e società di spessore diverso. Non sarà facile dimenticare, per esempio, come gli stessi che volevano mettere sotto processo il primo ministro israeliano accusandolo di nefandezze immaginarie e di crimini di guerra inventati di sana pianta, si siano poi spinti fino a considerarlo un punto di riferimento per tutti i pacifismi di maniera. Sharon non è stato né un falco né una colomba, così come questi due simboli possono essere comunemente intesi. Ma piuttosto uno statista intelligente e coraggioso, che ha lavorato duro e onestamente per il futuro del proprio Paese e del proprio popolo. L’abitudine alle semplificazioni non giova, evidentemente, quando si vuole interpretare la vita politica israeliana.
Anche l’improvviso aggravarsi delle condizioni di salute del primo ministro ha offerto l’occasione di riflettere sulla vera natura di alcuni nostri interlocutori. Lasciamo da un canto, perché sarebbe troppo facile infierire sulla loro imbecillità, coloro che hanno brindato alla malattia del premier. Ricordiamo solo che fra queste voci ignobili c’erano quelle scontate di alcuni arabi, quelle di alcuni rappresentanti della destra cristiana (fra cui l’influente telepredicatore Pat Robertson) che in preda a un delirio mistico ed espansionistico giocando sulla pelle e sul futuro degli altri non hanno apprezzato il disimpegno dalla striscia di Gaza voluto da Sharon. E non sono mancate, purtroppo, anche quelle di alcuni ebrei isolati e irresponsabili.
Ma la reazione più interessante a quanto accaduto è stato il senso di disorientamento, di vuoto e di paura espresso soprattutto dalla stampa e dalle opinioni pubbliche occidentali.
Come se dopo l’uscita di scena di Sharon la realtà circostante dovesse essere d’incanto completamente rovesciata a tutto discapito delle prospettive di pace e di giustizia.
Niente di più ingenuo. Nella sua breve storia lo Stato di Israele ha avuto molti leader straordinari. Ha imparato a valorizzarne le qualità, ma ha anche saputo farne a meno e continuare a guardare avanti quando l’ora, più o meno tragica, del distacco, si è infine presentata.
I risultati dei primi sondaggi sull’opinione pubblica israeliana parlano chiaro. Il centro politico voluto da Sharon è dato per il momento come largamente favorito nei consensi elettorali alle prossime elezioni anche in assenza di Sharon. L’idea di abbandonare contemporaneamente le ingenuità di un processo di pace che non ha ancora trovato interlocutori credibili e l’arroganza dell’espansione territoriale, è l’eredità che Sharon ha lasciato alla sua gente.
E la gente sembra aver capito. Agli slogan oppone una ricetta di fermezza e ragionevolezza, che forse meglio di tutte le altre può rispondere alle esigenze di Israele. La grande maggioranza della società israeliana sembra aver raccolto questo messaggio e continuerà a farne tesoro, anche se i leader del centro politico avranno nomi diversi. Nel resto del mondo questa personalità gigantesca avrebbe corso forse il rischio di divenire una sorta di insostituibile padre della patria, più che un grande leader che ha condotto il Paese attraverso anni molto difficili. Ora la società israeliana si prepara a trovare una risposta agli enigmi del dopo Sharon.
E una volta di più da Israele sta per venirci una lezione di dignità di cui tutto il popolo ebraico e forse anche tutto il mondo politico internazionale farebbero bene a fare tesoro. Perché noi non abbiamo bisogno di uomini del destino, ma piuttosto di costruire un destino per gli uomini.

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