di Davide Cucciati
L’alleanza ambigua con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran; le aperture del Kazakistan e le oscillazioni della Turchia; la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ospitato alla Casa Bianca. E ancora, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah… Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. Un magma che lascia dubbi e speranze, prima fra tutte l’estensione degli Accordi di Abramo
Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. La Repubblica Islamica dell’Iran resta il grande sfidante sullo sfondo ma sono soprattutto Azerbaijan, Kazakistan, Siria, Turchia e Libano a muovere oggi le pedine intorno allo Stato ebraico, mentre Donald Trump prova a tessere un nuovo ordine regionale fatto di accordi di sicurezza, forze multinazionali e normalizzazioni calibrate. Spesso Israele si trova a reagire a iniziative altrui, come evidenziato anche dal Prof. Eyal Zisser dell’Università di Tel Aviv: «Il governo israeliano è tenuto a formulare una politica sulla questione siriana, cosa che non ha fatto finora. E in assenza di una politica israeliana, è Trump a decidere per noi, il mese scorso riguardo a Gaza e ora anche riguardo alla Siria».
Un ponte tra Gerusalemme e Baku
Un recente report del Ministero degli Esteri israeliano ha riacceso i riflettori sulla partnership strategica tra Israele e Azerbaijan, paese a maggioranza sciita. Il documento sottolinea la cooperazione economica, diplomatica nonché di sicurezza e insiste sul ruolo dell’Azerbaijan nel garantire libertà religiosa e pieno sostegno alla comunità ebraica, storicamente radicata soprattutto nella zona di Quba. Lo Stato azero è il primo nel mondo musulmano a inserire l’educazione contro l’antisemitismo nei programmi scolastici e sostiene sinagoghe, scuole e istituzioni culturali ebraiche. Secondo alcune fonti, gli ebrei in Azerbaijan sarebbero tra i settemila e gli ottomila. Secondo altre stime, tra cui quella di Rav Segal che Mosaico ha potuto intervistare presso il tempio ashkenazita di Baku, nel paese vivrebbero circa venticinquemila ebrei, pienamente integrati nella società. Parallelamente, circa settantamila israeliani di origine azera rappresentano oggi un ponte umano tra le due nazioni. Il ministro degli Esteri Gideon Saar riassume questa visione definendo il partenariato tra Israele e Azerbaijan “un modello unico di cooperazione tra uno Stato ebraico e un paese a maggioranza musulmana”.
Fin dagli anni Novanta, con l’incontro tra Heydar Aliyev e Yitzhak Rabin, la cooperazione si è sviluppata su binari militari ed energetici. Si stima che quasi il settanta per cento delle importazioni di armi azere provenga da Israele, mentre oltre il quaranta per cento del fabbisogno petrolifero israeliano è coperto da Baku. Negli anni, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha cercato di mediare anche tra Israele e Turchia e, durante la guerra del Nagorno Karabakh del 2020, sia Gerusalemme sia Ankara hanno sostenuto l’Azerbaijan, scelta che ha acuito le tensioni con Teheran, che accusa Baku di permettere attività di intelligence israeliana lungo il confine settentrionale della Repubblica Islamica.
Un confine strategico
La dimensione strategico-militare di questo rapporto è emersa con forza durante l’Operazione Rising Lion quando Israele ha colpito decine di obiettivi militari e nucleari iraniani.
L’Azerbaijan condivide oltre seicentoottanta chilometri di confine con l’Iran. Per Israele, Baku è al contempo un fornitore di petrolio e un potenziale avamposto di intelligence in una regione chiave.
Il 30 novembre, a nome di Mosaico, mi sono recato al valico di Astara, sul confine tra la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Azerbaijan, potendo così assistere al passaggio di camion tra i due paesi. Questo flusso costante di merci rende visibile quanto siano intrecciati i piani economici e strategici di un confine che per Israele è una possibile piattaforma di raccolta informazioni sulle mosse di Teheran.
Come ha scritto Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, in una guerra che ha superato la soglia della mera clandestinità l’Azerbaijan è diventato una delle piattaforme potenziali per la guerra segreta del Mossad contro i Pasdaran iraniani, con squadre infiltrate dal Kurdistan iracheno o dal territorio azero che agiscono in sincronia con gli attacchi aerei. Non stupisce, in questo quadro, che il dossier Baku sia arrivato anche a Washington, dove un gruppo di rabbini guidati da Marvin Hier ed Elie Abadi ha chiesto a Trump l’inclusione dell’Azerbaijan negli Accordi di Abramo e la revisione della Sezione 907 del Freedom Support Act che ancora formalmente limita gli aiuti diretti statunitensi al governo azero.
Al contempo, comunque, l’Azerbaijan e l’Iran stanno provando a preservare un rapporto di cooperazione sia con esercitazioni militari congiunte, sia con sforzi diplomatici. Non a caso, nella prima metà di dicembre, il presidente azero Ilham Aliyev ha sottolineato l’importanza del rapporto con Teheran. Durante un incontro con una delegazione guidata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Aliyev ha affermato che l’agenda bilaterale è ampia e copre numerosi ambiti. Entrambe le parti hanno valutato positivamente i progressi nella cooperazione bilaterale e discusso le prospettive di espansione dei legami nei settori del commercio, dell’economia, dell’energia e della gestione delle acque.
In sintesi, l’Azerbaijan è un teatro nel quale sia Israele sia l’Iran provano ad aver voce in capitolo. Non a caso, secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, alcune minacce attribuite al regime iraniano avrebbero portato alla cancellazione della Conference of European Rabbis, prevista a Baku dal 3 al 6 novembre.
Il Kazakistan e gli Accordi di Abramo
Il 6 novembre 2025, al termine di una telefonata a tre con il presidente Kassym Jomart Tokayev e Benjamin Netanyahu, Trump ha annunciato che il Kazakistan sarà il prossimo paese a unirsi agli Accordi di Abramo. Per Israele, sotto pressione internazionale dopo la guerra a Gaza, l’ingresso di un grande paese musulmano non arabo dell’Asia centrale ha un valore politico specifico. Parallelamente, la cooperazione tra l’Azerbaijan e il Kazakistan offre allo Stato ebraico una piattaforma pragmatica di dialogo con il mondo musulmano. Entrambi i paesi, infatti, mantengono relazioni bilanciate sia con Gerusalemme sia con le capitali arabe, riuscendo là dove molti altri hanno fallito: coniugare la partnership con Israele e l’appartenenza culturale all’Islam.
Turchia e Siria, Israele osserva
Se il fronte caucasico e centroasiatico ruota attorno all’energia e all’Iran, il quadrante siriano e turco incrocia Gaza, la sicurezza di Israele e il ruolo degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post di metà novembre, il presidente siriano Ahmad al Sharaa (al Jolani) ha subordinato ogni accordo di sicurezza con Israele al ritorno ai confini precedenti all’8 dicembre 2024, quando Tzahal ha occupato la zona cuscinetto nel sud della Siria dopo il crollo del regime di Bashar Assad. Secondo Ynet, il presidente siriano ha accusato Israele di aver effettuato oltre mille raid aerei dall’anno scorso e ha rivendicato di aver espulso le milizie sciite e Hezbollah: “Israele ha sempre sostenuto di temere l’Iran e Hezbollah ma siamo stati noi a rimuoverli. Ora Israele impone condizioni per difendere il Golan, domani lo farà per difendere il sud, e poi magari il centro della Siria. Di questo passo arriveranno a Monaco”.
Il 10 novembre al Sharaa ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Il presidente americano ha dichiarato di fidarsi di lui e di voler vedere una Siria stabile che trovi un’intesa con Israele ma, in un successivo colloquio con Fox News, al Sharaa ha precisato che Damasco non è pronta, stante la questione del Golan occupato, ad aderire agli Accordi di Abramo (almeno per ora). Nello stesso giorno a Washington si è tenuto un vertice trilaterale tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani, il ministro turco Hakan Fidan e il Segretario di Stato americano Marco Rubio, con l’obiettivo di tradurre in pratica gli impegni presi da Trump e Sharaa. Tra i dossier sul tavolo spicca l’idea di integrare le forze curde SDF all’interno dell’esercito siriano, chiudendo la frattura tra Damasco e i curdi filoccidentali con l’avallo di Washington e l’interesse di Ankara.
L’ambiguità permane: infatti, nella prima metà di dicembre, il giornalista israeliano Amit Segal ha così commentato un video in cui un convoglio fedele ad al Sharaa transita a pochi metri da soldati israeliani nella buffer zone: “Stiamo per assistere a un’altra violenta recrudescenza in Siria? Le incredibili riprese di ieri nella zona di Quneitra lo suggeriscono. Nel video, si vede un convoglio delle forze armate del presidente siriano Ahmed al-Sharaa passare accanto ai soldati dell’IDF a pochi metri di distanza. Bene, e allora? Il video mostra un fatto inquietante: non c’è una vera e propria repressione nella zona cuscinetto istituita da Israele dopo la caduta del regime di Assad lo scorso dicembre. Dopotutto, si tratta delle stesse Toyota e dello stesso islam radicale. Ho visitato la Siria a marzo e ho visto quanto fossero amichevoli gli abitanti, ma non potevo dimenticare che all’inizio della presenza dell’IDF in Libano, circa quarant’anni fa, la situazione era più o meno la stessa”.
Il ruolo della Turchia
A descrivere il calcolo americano è stato Tom Barrack, ambasciatore in Turchia e inviato di Trump per la Siria, in un’intervista del Jerusalem Post pubblicata l’11 dicembre. Barrack presenta la Siria come un paese oggi più preoccupato dall’ISIS, dai foreign fighters e dai proxy iraniani che da Israele e rivela che, con il supporto dell’intelligence turca, Washington e Damasco hanno contribuito nelle ultime settimane a smantellare cellule di Hezbollah e dello Stato islamico. A suo giudizio sarebbe possibile tornare a una versione aggiornata dell’accordo di disimpegno del 1974, con zone a limitata presenza militare, regole per lo spazio aereo e più strati di demilitarizzazione verificabile.
Un secondo asse delle sue riflessioni riguarda il rapporto con Ankara. La Turchia ha avuto un ruolo importante nella prima fase dell’accordo su Gaza, insieme al Qatar, per il cessate il fuoco e la liberazione dei rapiti, e per Washington potrebbe avere un ruolo anche sul terreno nella International Stabilization Force che dovrà operare nella Striscia. Qui però i limiti emergono con chiarezza. Secondo quanto rivelato da i24NEWS, Israele respinge con fermezza l’idea che soldati turchi possano entrare a Gaza. Washington insiste sul carattere multinazionale della forza, sotto l’egida del Board of Peace, mentre secondo Al Akhbar anche l’Egitto si oppone a una presenza militare turca preferendo assegnare ad Ankara un ruolo nella ricostruzione.
Hezbollah e la pressione su Israele
Mentre si tenta di aprire una finestra diplomatica sulla Siria, il fronte libanese resta il più instabile. Il 23 novembre un raid israeliano ha colpito Beirut uccidendo Ali Haytham Tabatabai, il “capo di stato maggiore” di Hezbollah, secondo solo a Naim Qassem, ed ex comandante dell’unità Radwan. È il più alto dirigente militare di Hezbollah eliminato dopo il cessate il fuoco del novembre 2024. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato il raid come ennesima prova che Israele ignora gli appelli a cessare gli attacchi e il premier Nawaf Salam ha ribadito che solo l’applicazione integrale della Risoluzione 1701 e il pieno controllo statale del territorio possono garantire stabilità. Netanyahu ha risposto che Israele è responsabile della propria sicurezza e che Tzahal agisce in autonomia. Il ruolo americano resta ambiguo, con fonti citate dal Jerusalem Post che negano che gli USA fossero stati avvertiti anticipatamente del raid e Segal che parla di incoraggiamento statunitense a colpire con più forza Hezbollah.
Il ciclo di attacchi è proseguito. Il 9 dicembre l’esercito israeliano ha annunciato di aver colpito infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del sud del Libano, compreso un compound di addestramento delle forze Radwan, altre strutture militari e una postazione di lancio, come riportato da Reuters. Questi raid sono giunti a meno di una settimana dall’invio di emissari civili israeliani e libanesi alla commissione militare che monitora il cessate il fuoco, un passo sollecitato da tempo da Washington per allineare il fronte nord all’agenda di pace regionale di Trump.
Conclusioni
L’alleanza ambigua e a tratti sotterranea con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran, le aperture del Kazakistan, le oscillazioni della Turchia, la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ormai ospite alla Casa Bianca, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah, compongono una mappa nella quale i paesi a maggioranza musulmana non sono più solo destinatari di processi di normalizzazione ma protagonisti di agende autonome.
Israele resta al centro ma le linee di forza del sistema si spostano verso est e verso nord, lungo un asse che attraversa Baku, Astana, Ankara, Damasco e Beirut. La capacità di leggere questo quadro complessivo senza farsi schiacciare dalla sola urgenza di Gaza sarà forse la vera prova strategica dei prossimi anni.



