Una domenica particolare

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In una sinagoga gremita di pubblico, si è tenuta, domenica 18 settembre, la cerimonia di insediamento del nuovo rabbino capo di Milano, rav Alfonso Arbib. Nel suo messaggio, i temi della responsabilità individuale e collettiva, il potere dell’uomo di costruire la propria vita e il futuro attraverso le proprie azioni; gli obiettivi del suo rabbinato saranno soprattutto incentrati sul riavvicinamento alla Comunità degli ebrei che se ne sono allontanati e l’attenzione al mondo giovanile, oltre allo sviluppo degli studi ebraici e all’impegno per garantire l’unità dell’ebraismo milanese, presupposto indispensabile alla realizzazione di qualunque progetto.

Alla cerimonia, introdotta dai cori dei bambini delle scuole ebraiche di Milano, hanno preso la parola il presidente della Comunità milanese Roberto Jarach, il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto, il rabbino capo sefardita di Israele Rav Shelomò Amar, il rabbino capo di Roma Rav Riccardo Di Segni e rav Giuseppe Laras, che ha raccolto il commosso saluto di tutta la Comunità di Milano per i suoi 25 anni di impegno come rabbino capo.

Roberto Jarach, dopo aver salutato le autorità civili e religiose, i rabbini e i rappresentanti di tutte le principali Comunità italiane, ha rivolto parole di ringraziamento a rav Laras per il suo operato e di fiducia e stima a rav Arbib, del quale ha sottolineato la provenienza dal mondo della scuola, la capacità e l’esperienza nella relazione con i giovani, l’impegno verso tutti coloro che hanno bisogno di un sostegno morale e di una guida.

L’intervento del presidente dell’Ucei Amos Luzzatto è stato invece dedicato all’importanza dello studio delle fonti ebraiche; vivere una vita ebraica, amarne la cultura e la lingua, è la chiave della continuità, e rav Arbib ha dimostrato nel suo percorso di maestro di saper trasmettere questo amore con entusiasmo contagioso. Non è mancato da parte di Luzzatto un saluto a Rav Laras “prezioso consigliere e Maestro anche nell’ambito dell’Ucei”.

Il discorso del Rabbino Capo sefardita di Israele, Rav Shelomò Amar, tradotto dal rabbino capo di Venezia rav Elia Richetti, ha trasmesso la gioia che accompagna per tradizione l’insediamento di un nuovo Rabbino Capo, una “grande gioia che arriva anche in Cielo”. Ha lodato Rav Laras per la capacità, nel pieno delle sue forze, di scegliere di intraprendere un nuovo impegno di studio e lasciare con gioia la sua carica alla nuova linfa portata da un rabbino giovane come Rav Arbib. Ha paragonato rav Laras a Moshé Rabbenu, che chiese al Signore una nuova guida per Israele. E’ infatti solo il Signore che può scegliere la guida del popolo ebraico. A rav Arbib, rav Amar ha dedicato l’augurio di iniziare felicemente un incarico che significa anche un profondo rinnovamento interiore; rinnovamento che si estende all’animo di tutta la comunità.

Rav Riccardo Di Segni ha sottolineato come questo sia un momento di transizione per la Comunità di Milano e per tutto il mondo ebraico. Un cambiamento generazionale che avviene però nel segno di una continuità. Ha poi affettuosamente ricordato il periodo in cui Alfonso Arbib era suo allievo al Collegio rabbinico di Roma: “Un giovane mite, riservato, sempre disponibile allo studio, estremamente ricettivo – un pozzo che non perde una goccia”. La “grandezza” di un maestro, ha concluso, sta nel salire verso il sacro e scendere verso il popolo per renderlo partecipe di questa grandezza.

Rav Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea dei rabbini italiani, ha iniziato il suo discorso ricordando il suo predecessore, rav Elia Kopciowski, che lo volle a Milano 25 anni fa; trovò una Comunità divisa, pronta alle polemiche, in cui fu difficile all’inizio lavorare. Una Comunità composita, non omogenea, di cui però poco a poco conquistò la fiducia. Il suo obiettivo si è quindi concentrato sulla ricerca dell’unità e sulla crescita spirituale della Milano ebraica. Rivolto a rav Arbib ha ricordato che quando si assume un incarico si deve pregare per “entrarne integri ed uscirne integri quando sarà il momento di lasciarlo”. Lo ha esortato a trovare sempre il tempo per lo studio e si è detto fiducioso nella capacità di Rav Arbib di conquistare il cuore e la fiducia di tutta la Comunità.
Ha poi ringraziato tutti per gli indirizzi di saluto, stima e affetto a lui rivolti dagli intervenuti e dal pubblico che lo ha lungamente applaudito. Ha concluso confermando la sua disponibilità ad aiutare in qualsiasi momento la Comunità di Milano.

Dopo il discorso di insediamento di rav Arbib e la benedizione, tutti i Sifrei Torah dell’Hechal David uMordechai sono stati portati fuori dall’Aron HaKodesh e condotti tra i banchi della sinagoga al canto di “Yafutzu” ; è stato un momento molto suggestivo e importante anche perché i Sefarìm sono stati portati dai rabbini delle diverse sinagoghe milanesi e di altre comunità, con un sentimento di grande unità.

Hanno presenziato alla cerimonia l’ambasciatore di Israele Ehud Gol, il prefetto di Milano Ferrante, il sottosegretario Saponara, il vicepresidente della Provincia Mattioli, don Franco Bottoni in rappresentanza del cardinale Tettamanzi e Sergio Pallavicini del Coreis.

Ester Moscati

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Il discorso di rav Arbib alla Comunità

Il Talmud, nel trattato di Kiddushìn (40b) afferma che il mondo viene giudicato per la maggior parte delle sue azioni.
Se la maggior parte di queste è positiva, viene giudicato positivamente; se è negativa, negativamente.
Le azioni di cui parla il Talmùd sono quelle di ogni singolo uomo che sommandosi decidono del destino del mondo.
Credo che questo passo talmudico ci dica qualcosa di importante su cosa sia una comunità.
Una comunità è formata da singoli individui e ogni singolo individuo è importante, una sola azione di ognuno di noi può decidere del destino dell’umanità. Nello stesso tempo però, l’individuo non è un’entità a se stante e vive assieme agli altri e anche le azioni degli altri possono decidere sia il destino dell’umanità sia il nostro destino individuale.
C’è un altro elemento però che credo sia fondamentale in ciò che dicono i Maestri del Talmud.
Noi costruiamo la nostra vita e il nostro futuro; non c’è niente di prestabilito, di predestinato, di già scritto.
La Torà, nella parashà di Shofetìm, vieta di rivolgersi ai maghi e agli indovini e considera questo divieto fondamentale in quanto la magia è indice di una mentalità deterministica, che considera il futuro già scritto e l’uomo una semplice pedina in un gioco più grande di lui.
Secondo la tradizione ebraica, invece, il futuro è nelle nostre mani, dipende dal nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con D.o.
Dicono i nostri maestri: “Le tue azioni ti avvicineranno, le tue azioni ti allontaneranno”.

L’insediamento di un nuovo Rabbino capo, è tradizionalmente il momento in cui si fanno programmi per il futuro.
Per fare questi programmi dobbiamo però credere in noi stessi, nella possibilità, con l’aiuto di D.o, di cambiare e migliorare.
La Comunità di Milano è cresciuta moltissimo negli ultimi anni: è aumentato il numero dei Batè Keneset (sinagoghe), l’offerta dei prodotti kasher, il numero di persone che studia Torà. Nonostante ciò il cammino da compiere è ancora lungo, e i problemi da affrontare sono ancora molti.
Vorrei ricordarne alcuni.
Mentre una parte della Comunità si avvicina in modo evidente alla tradizione ebraica, una parte se ne sta allontanando in modo preoccupante.
Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a questa situazione.
La Torà dice che, dopo il peccato del primo uomo, questi si nasconde davanti a D.o e D.o lo cerca. Se D.o può andare alla ricerca dell’uomo, a maggior ragione lo possiamo e lo dobbiamo fare noi.
Dobbiamo andare alla ricerca degli Ebrei lontani, degli “invisibili” secondo un’efficace espressione di Rav Laras.
Per farlo è però necessario capire i motivi dell’allontanamento ed essere capaci di trasmettere la bellezza e la rilevanza della tradizione ebraica, non solo del pensiero ma anche dell’osservanza delle norme pratiche.
L’ebraismo non è un’ideologia o una filosofia ma un modo di vivere, che riguarda l’uomo nella sua interezza, cervello, anima e corpo.

Bisogna anche ricordare un’idea fondamentale del pensiero ebraico.
Per poter aiutare il prossimo, è necessario innanzitutto aiutare se stessi,
mettersi in discussione e tentare di migliorare.
Dice Hillel: “Se io non sono per me, chi è per me; ma se io sono solo per me, chi sono io”?
C’è in particolare un gruppo di persone che sembra essersi progressivamente allontanato dalla vita comunitaria: sono i giovani in età postscolare.
Credo sia superfluo sottolineare l’importanza di questo problema.
I giovani sono il presente e il futuro di questa Comunità, sono o dovrebbero esserne l’elemento più vitale. Dobbiamo affrontare la questione giovanile con intelligenza, fantasia e senza paternalismi.
Dobbiamo soprattutto tentare di capire le loro esigenze e i loro interessi senza però inseguire le mode del momento e rimanendo all’interno della tradizione ebraica, nella convinzione che questa tradizione sia rilevante in ogni epoca e per ogni generazione.

Sarà tanto più rilevante quanto più riusciremo ad aumentare le occasioni e la possibilità di studiare e di riflettere sul grandissimo patrimonio della Torà.

L’ultima profezia riportata nel Tanàch (Bibbia) si conclude con questo verso:

“Ecco Io vi mando il profeta Elia … e ricondurrò il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i loro padri”.

Rashì, commentando questo verso, dice che questa riconciliazione fra figli, padri e D.o avverrà attraverso i figli.
La mia generazione ha assistito, dopo un periodo di forte distacco dalla tradizione ebraica, a un fenomeno di ritorno all’ebraismo per merito e iniziativa dei più giovani. Credo che questo fenomeno possa e debba ripetersi anche in questa generazione.
Qualunque programma comunitario ha un presupposto fondamentale, l’unità della comunità.
Il Midràsh dice che il popolo ebraico ricevette la Torà solo quando si “accampò” sotto il Monte Sinai come un solo uomo con un solo cuore.
Senza unità non esiste comunità e non esiste popolo ma solo una serie di individui isolati e solitari.
L’unità però non è e non deve essere omologazione.
Il Talmud dice: “ come i volti delle persone sono diversi le loro idee sono diverse”.
La Comunità di Milano è una Comunità complessa e variegata.
Sono presenti idee e culture diverse, gruppi di diversa provenienza, sefarditi, ashkenaziti, italiani.
Tutto ciò rappresenta una grande ricchezza per la nostra Comunità. Allo stesso tempo però è necessario lavorare assieme su obiettivi comuni.

La parola Comunità (edà in ebraico) secondo alcuni deriva dalla radice iaàd che vuol dire obiettivo, missione. Le diversità all’interno della Comunità sono una ricchezza, a patto di avere un obiettivo e una missione comuni.
Dobbiamo fare lo sforzo di lavorare insieme, affrontare insieme i problemi della nostra Comunità e aumentare le occasioni di incontro fra le varie componenti di essa.

Ma una comunità ebraica non è un’isola.
Viviamo dentro il mondo ebraico e dentro la società civile.
Il rapporto con il mondo ebraico ed in particolare con la Terra d’Israele è fondamentale, sia da un punto di vista emotivo e sentimentale, sia da un punto di vista culturale.
La presenza qui oggi del Rabbino Capo d’Israele, credo sia particolarmente significativa, e colgo l’occasione per ringraziarlo di averci dato questo grande onore.
L’ebraismo italiano ha una gloriosa tradizione; alcuni dei più grandi Maestri dell’ebraismo sono nati o vissuti in Italia. Essi erano strettamente legati con il resto del mondo ebraico, e credo che a tutt’oggi tale legame debba essere sempre più stretto.

Ugualmente importante è il rapporto con la società in cui viviamo e di cui siamo parte integrante.
Sono convinto che la società civile stessa possa trarre solo benefici da una comunità ebraica forte e portatrice di valori propri, che possano poi essere confrontati costruttivamente con altri valori.
Dobbiamo inoltre continuare a sviluppare il dialogo interreligioso proseguendo il cammino intrapreso da Rav Laras che sono certo continuerà a dare il suo fondamentale contributo.
Questo dialogo sarà tanto più proficuo quanto più si porrà l’obiettivo di rispettare le diverse identità.
Sono anni questi, in cui assistiamo al risorgere dell’antisemitismo, che speravamo sepolto sotto le macerie e i lutti della Seconda Guerra Mondiale. E’ un fenomeno che, solo in apparenza, tocca una piccola minoranza, ossia noi, mentre in effetti ha avuto e ha impatti devastanti sulla maggioranza della società. Assume ormai diverse forme, alcune evidenti, altre meno, ma tutte da condannare e alle quali non dobbiamo assuefarci, come se si trattasse di una fatalità.
A conclusione di queste note, vorrei ringraziare il Consiglio della Comunità di Milano che ha voluto conferirmi questo prestigioso incarico, le autorità civili e religiose, tutti i rabbanim presenti e i miei maestri.

Yehì ratzòn shetishrè shekhinà bema’asè yadènu.

Chi è rav Alfonso Arbib

Il rav Alfonso Arbib nasce il 31 marzo del 1958 a Tripoli dove vive fino al 1967. In seguito alla guerra dei Sei Giorni, come succede a gran parte degli ebrei mediorientali, emigra con la famiglia in Italia a Roma.
Qui frequenta parallelamente la Scuola Ebraica e il Collegio Rabbinico Italiano, allora sotto la direzione del Rabbino Capo Elio Toaff. Egli studia con la maggior parte dei rabbini presenti a Roma in quel periodo, sia quelli italiani sia quelli israeliani. Per citarne solo alcuni, il morè Moshe Sed z²l, il rabbino Toaff, Riccardo Di Segni (ora Rabbino Capo di Roma), Mino Bahbout, Chaim Della Rocca, Alberto Piattelli, Simchayov.
Dopo aver fatto parte al Bené Akiva, movimento giovanile che gli è servito da palestra per l¹insegnamento, egli collabora con il DAC, Dipartimento Assistenza alle Comunità: in questo ambito egli svolge il ruolo di insegnante, tenendo lezioni in quasi tutte le Comunità ebraiche italiane e in particolare a Firenze e Genova.
La grande svolta arriva nel 1986, quando viene chiamato dal direttore per gli studi ebraici della Scuola di Milano, Davide Nizza, come insegnante di Ebraismo ai Licei. Qualche anno dopo diventa il direttore per le Materie ebraiche delle Materne e delle Elementari e poi quello dei Licei.
Rav Arbib vuole lavorare per creare un fattivo clima di concordia e armonia che permetta di costruire una Comunità sempre più unita e più forte. Il compito fondamentale di una Comunità è, secondo rav Arbib, l’educazione ai valori e alla vita ebraica; ma anche quello di creare le condizioni perché possa esternarsi l’identità ebraica di ciascuno.
Nei suoi progetti c’è un Ufficio rabbinico centrale efficiente e importante in via Guastalla. Il complesso del Tempio maggiore deve rimanere il luogo delegato allo svolgimento e rafforzamento delle attività educative e didattiche. La scuola è un secondo elemento centrale, inscindibile dalla futura azione dell’Ufficio rabbinico. La disponibilità al colloquio sembra un punto irrinunciabile per il nuovo rabbino capo. “Bisogna saper ascoltare; ogni richiesta deve aver valore da chiunque provenga; bisogna saper parlare con tutti per capire problemi ed esigenze di ognuno; non bisogna chiudere mai la porta a chi si rivolge a noi”. Per quanto riguarda i rapporti con Israele, Rav Arbib si propone di incrementare i contatti con le istituzioni culturali israeliane e di sviluppare progetti di miglioramento della conoscenza della lingua ebraica, a cominciare dalla scuola, e della storia dello Stato di Israele, del sionismo e della realtà israeliana.
“Il compito che ci aspetta è particolarmente arduo”, ammette rav Arbib ma aggiunge: “Parafrasando Rabbi Tarfon dal trattato di Avot: Non sta a noi finire il lavoro, ma non siamo neppure liberi di ritirarci”.

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