Uno screenshot dell'evento online sul fondamentalismo religioso

Un dibattito per affrontare il fondamentalismo religioso, partendo dalla Francia

Eventi

di Francesco Paolo La Bionda
Il barbaro omicidio del professore di liceo Samuel Paty, avvenuto lo scorso 16 ottobre a Parigi per mano di un giovane fondamentalista ceceno, ha dimostrato che la ferita nel tessuto sociale francese inflitta cinque anni fa con la strage di Charlie Hebdo è più che mai aperta e ha riportato all’immediatezza il problema del fondamentalismo religioso in Occidente, e della minaccia che pone al valore democratico fondamentale della libertà d’espressione. Pochi giorni dopo, a questo episodio si è aggiunto l’attacco alla cattedrale di Nizza, dove sono morte tre persone, e il 31 ottobre il ferimento di un prete ortodosso a Lione.

Lo scorso martedì si è tenuto per Radio Radicale il dibattito “Il fondamentalismo religioso dopo gli ultimi fatti di Parigi”, promosso da Daniele Nahum (coordinatore di Casa Comune, Partito Democratico), in cui si sono confrontati sul tema Nahum stesso, Stefano Jesurum (giornalista e scrittore), Pierluigi Battista (giornalista, editorialista del Corriere della Sera), Nader Akkad (imam, ambassador for peace universal peace federation), Giancarlo Bosetti (giornalista e direttore di Reset – Dialogues on Civilizations), che ha svolto il ruolo di moderatore, Milena Santerini (coordinatrice nazionale per la Lotta contro l’Antisemitismo) e Nadia Urbinati (professoressa di Teoria politica alla Columbia University di New York).

Bosetti ha aperto i lavori con la doverosa premessa che, pur essendo l’incontro focalizzato sul fondamentalismo islamico, il fenomeno non sia esclusivo del mondo musulmano e che ogni tipo di fondamentalismo sia nocivo per la cultura della libertà e per la democrazia, perché introduce elementi di tipo religioso, esclusivisti ed escludenti del pluralismo, pur non essendo sempre sinonimo di violenza. Come esempio, ha portato quello di Amy Coney Barrett, nuova giudice della Corte Suprema statunitense, che nel 2006 affermò che la “professione legale è un mezzo verso un fine, e quel fine è costruire il regno di Dio”.

Il primo intervento è stato della professoressa Urbinati, che ha sollevato il tema del rapporto tra laicità, pluralismo religioso e tolleranza, suggerendo che vi siano forme più efficaci del laicismo dello Stato francese per interagire con una società pluralisticamente religiosa. La professoressa è scesa poi nello specifico del fatto di sangue, chiedendosi se per affrontare il tema della tolleranza non sarebbe stato meglio utilizzare un esempio meno forte delle vignette di Charlie Hebdo, tenendo conto del ruolo fondamentale della sensibilità delle persone nella creazione di un clima di tolleranza vissuta e non solo dottrinale.

La prima, decisa replica è stata di Pierluigi Battista. L’ex vicedirettore del Corriere della Sera ha puntato l’indice invece verso la specificità dell’omicidio del professore francese, “una decapitazione rituale nel cuore della Francia”, definendolo un avvenimento del tutto irriducibile a qualunque altro tipo di fondamentalismo religioso contemporaneo. Ha poi lanciato sull’allarme sull’assuefazione dei media e della politica riguardo alle violenze liberticide del terrorismo islamico in Europa, indicando la scarsa copertura data alla notizia dell’assassinio, e ha definito quindi confortante la difesa intransigente della libertà d’espressione come valore fondamentale e irrinunciabile delle nostre società, tracciata da Emmanuel Macron nell’orazione funebre per Paty.

Nader Akkad si è trovato concorde nel ritenere che l’omicidio di un professore non possa essere né accettabile né normale e non possa passare inosservato, ribadendo la condanna ferma da parte delle comunità musulmane di questo fatto di sangue. L’imam ha però riportato la responsabilità del gesto al suo autore, attribuendone l’origine all’ignoranza e non a un insegnamento religioso, ed è tornato sul tema dei modelli educativi e culturali, argomentando che la Francia abbia trascurato, rispetto al valore della libertà, i valori di uguaglianza e fraternità nella gestione delle minoranze culturali e confessionali. Ha quindi sottolineato come la fratellanza sia stata anche al centro di diversi interventi di Papa Francesco, che hanno riscosso grande consenso nel mondo musulmano.

Stefano Jesurum è intervenuto tracciando una distinzione tra i diversi aspetti del fondamentalismo, distinguendo tra politico, culturale e religioso e ascrivendo al primo la vera motivazione dell’islamismo radicale, che mira alla conquista del potere, pur riconoscendo il diffuso fondamentalismo religioso del mondo musulmano nell’opporsi al cambiamento sociale e culturale contemporaneo. Anche la radicalizzazione e la rabbia dei giovani musulmani delle periferie francesi, per il giornalista, sono radicate più nelle promesse disattese di benessere socioeconomico, più che nella convinzione religiosa.

La questione della giovane età dei terroristi islamici che hanno colpito l’Occidente è stata lo spunto da cui è quindi partita Milena Santerini, che ha evidenziato come la mancata integrazione degli immigrati musulmani, anche di seconda e terza generazione, abbia portato gli Stati occidentali a perdere il controllo di aree sociali e talvolta anche territoriali, quali le banlieue. Unita alle barriere linguistiche, ha proseguito Santerini, la mancanza di controllo su queste sacche di popolazione rende difficile contrastare la mentalità fondamentalista nei suoi diversi aspetti, compreso il diffuso antisemitismo, e impedire l’arruolamento di nuovi terroristi, e i sistemi scolastici si sono rivelati inadeguati ad oggi nel creare dialogo e confronto con gli adolescenti musulmani.

Daniel Nahum, restando sul tema delle relazioni tra l’apparato statale e le comunità musulmane, ha fatto notare come spesso all’interno di quest’ultime si siano scelti interlocutori con posizioni molto retrive, mentre figure più moderate quali quelle dello stesso Akkad siano state messe da parte perché ritenute non rappresentative.  Nahum quindi è tornato sul problema di quelle componenti del mondo musulmano in Occidente che più faticano ad accettare alcuni valori e conquiste delle nostre società, dai diritti degli omossessuali al pluralismo politico e persino al diritto alla blasfemia, e che reagiscono anche violentemente. Per il politico milanese, è necessario ragionare su nuovi modelli di integrazione, portando ad esempio la Germania, che ha avviato un lavoro serio ed efficace per insegnare la costituzione e i valori tedeschi al milione di profughi siriani arrivati negli ultimi anni, restando sempre inflessibili sulla libertà d’espressione.

Il confronto tra i partecipanti è poi proseguito con scambi di battute e opinioni su diversi dei punti toccati, in cui sono emerse anche divergenze forti ma sempre nell’ottica di un dialogo costruttivo e rispettoso.

L’imam Akkad ha voluto ribadire il nesso tra libertà d’espressione e responsabilità, trovando d’accordo Nadia Urbinati, che ha collegato all’adesione profonda al diritto di potersi esprimere la capacità di sapere come adoperarlo, e in parte Stefano Jesurum, che ha indicato nella necessità del compromesso il rimedio al fanatismo di tutte le parti in causa. Pierluigi Battista ha invece ribattuto segnalando nuovamente la specificità del fondamentalismo islamico, portando a esempio la persecuzione in molti paesi degli intellettuali musulmani più moderati, e reiterando la necessità di essere intransigenti sulla libertà di parola e di pensiero.

Si è giunti infine a un consenso unanime sui principi dell’integrazione e della collaborazione come soluzioni per affrontare il fondamentalismo islamico.

Il video del dibattitto, per chi volesse rivederlo, è disponibile qui.

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