di Roberto Zadik
Sono passati quarantatre anni da quel tragico 1979, quando il temibile Ayatollah Khomeini si insediò al potere spodestando la monarchia tollerante dello Shah Reza Pahlevi e seminando il terrore fra i centomila ebrei iraniani dell’epoca che, dopo una serie di persecuzioni ed angherie, lasciarono in massa il Paese. Qual è la situazione attuale dell’ebraismo iraniano? Finora questo quesito è rimasto totalmente avvolto nel mistero ma a svelarlo, almeno in parte, ci pensa il coinvolgente manuale fotografico Jews of Iran, ebrei dell’Iran (pp. 128, 29 euro 29,95). Secondo l’articolo del sito Jewish Telegraphic Agency, firmato dalla giornalista Lauren Hakimi, l’opera è stata realizzata dal fotogiornalista Hassan Sarbakhsian, membro di punta dell’agenzia Associated Press che, dal 2006 al 2008, decise di avventurarsi fra le comunità ebraiche iraniane immortalando, per immagini, l’incerta e difficile condizione dei novemila ebrei attualmente presenti nel Paese.
Cosa rappresentano le immagini del volume? Gli scatti “catturano” una serie di situazioni ed atmosfere, dagli ebrei che pregano, agli studenti di una scuola ebraica che studiano, sotto i ritratti dei vari ayatollah, ad un leader ebreo costretto a partecipare, in una Moschea, ad una manifestazione pro-palestinese. Oltre a questo, nel volume, sono presenti scene ordinarie di vita quotidiana come bambini ebrei che giocano a calcio e famiglie riunite nei picnic al parco.
Così a causa di questi soprusi, egli decise di occuparsi delle minoranze presenti nel Paese, dagli ebrei, ai cristiani, agli assiri e agli armeni. “Proprio quando Ahmadinejad si spinse a negare perfino l’Olocausto, decisi di concentrarmi su questo progetto” ha affermato; “in risposta alle avversità io e mia moglie abbiamo deciso di sfidare la propaganda cercando di pubblicare in Iran questo libro. Egli ha inoltre dichiarato “abbiamo fronteggiato una serie di peripezie; sono stato bandito dall’Agenzia per cui lavoravo e mi hanno tolto il tesserino da giornalista dopo aver consegnato il libro al ministro della Cultura. Il fotografo ricorda, con soddisfazione, la sua nuova esperienza americana, dopo essere stati costretti a lasciare l’Iran e l’emozione della pubblicazione del libro, “grazie al professor Sternfeld, che è stato il motore di questa impresa”.
“Oltrepassare le barriere culturali che separano gli ebrei dalla società circostante è difficile” ha ricordato ma “lavorando come fotografo per Associated Press, le mie foto erano state viste da molti ebrei persiani in Europa, America e Israele e così questi hanno ridotto le diffidenze dei membri delle comunità locali e in seguito siamo diventati amici”. Nel suo racconto egli ricorda le peripezie affrontate nei viaggi in autobus assieme al gruppo di ebrei iraniani “non ci sono molti ristoranti kasher e sinagoghe e non avevo immaginato che ci fossero tutti questi problemi nell’essere una minoranza in mezzo ad una maggioranza”. Si tratta di un prezioso documento non solo ebraico ma anche e soprattutto sociale e antropologico. Infatti Sarbakshian ha definito questo libro “un esempio di come è la società iraniana; in queste pagine mi rivedo così come vedo ogni iraniano, sia nelle restrizioni che colpiscono il Paese sia in tutti i miei connazionali che vivono all’estero e che, grazie a queste pagine possono riscoprire la propria identità”. Come lo ha definito scrittore Kamin Mohammadi, sul sito psupress.org si tratta di “un ritratto efficace degli ebrei iraniani, la seconda più grande comunità ebraica mediorientale al di fuori da Israele, che documenta una minoranza resa invisibile dalla geopolitica internazionale”.




