di Luciano Bassani
Ali Abu-Ria ha 71 anni, viene da Sakhnin e da anni convive con il Parkinson. I tremori non gli davano tregua, al punto da impedirgli persino di dormire. Poi, al Centro Medico della Galilea di Nahariya, ha affrontato un intervento che gli ha cambiato la vita.
Non si è trattato di un’operazione comune. Ali è stato sottoposto a stimolazione cerebrale profonda (DBS), una procedura neurologica complessa che richiede precisione assoluta: i chirurghi devono inserire sottili elettrodi in specifiche aree del cervello e verificarne l’efficacia attraverso la risposta del paziente in tempo reale. Per questo motivo, durante alcune fasi dell’intervento, è importante che la persona rimanga sveglia e collaborante. Normalmente si ricorre a tecniche anestesiologiche e, quando necessario, a farmaci per controllare il dolore e l’ansia. Questa volta, però, la scelta è stata diversa: niente sedativi, ma l’utilizzo dell’ipnosi clinica.
Mentre il neurochirurgo Yuval Gruber e la sua équipe lavoravano, Ali non dormiva. Con gli occhi chiusi seguiva la voce calma dello psicologo clinico Elad Boništein, pioniere dell’ipnosi medica. Guidato passo dopo passo, immaginava di camminare su una spiaggia thailandese, descrivendo mentalmente le onde, la sabbia e il calore del sole. Intorno a lui risuonavano trapani e strumenti chirurgici, ma quelle sensazioni sembravano lontane, quasi appartenessero a un’altra realtà. «Era come un sogno – racconta – sapevo di essere sveglio, ma mi sentivo davvero in Thailandia».
Cinque ore di sala operatoria sono trascorse così, con un paziente collaborativo e sereno. L’ipnosi ha contribuito a ridurre il ricorso all’anestetico locale, consentendo ai medici di lavorare in condizioni favorevoli e mantenendo la possibilità di verificare le risposte neurologiche di Ali durante le diverse fasi dell’intervento.
Ma che cosa accade realmente durante un’esperienza di ipnosi? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di una perdita di coscienza, né di uno stato di sonno o di una condizione nella quale il paziente perde il controllo di sé. L’ipnosi clinica è una condizione di attenzione focalizzata e di maggiore ricettività alle suggestioni, nella quale la persona può concentrare le proprie risorse mentali su immagini, ricordi e sensazioni, riducendo temporaneamente l’attenzione verso gli stimoli esterni.
In questo stato, l’immaginazione non è semplicemente una fuga dalla realtà: può diventare uno strumento per modificare il modo in cui vengono percepite alcune esperienze fisiche ed emotive. Il dolore, infatti, non è soltanto un segnale proveniente dal corpo, ma un’esperienza complessa alla quale partecipano anche attenzione, aspettative, emozioni e interpretazione cerebrale degli stimoli. Attraverso la suggestione e la costruzione di immagini mentali piacevoli, è possibile intervenire su alcuni di questi meccanismi, attenuando la percezione del dolore, la paura e la tensione.
Un altro elemento importante è la cosiddetta dissociazione: il paziente non nega ciò che sta accadendo intorno a lui, ma riesce a spostare il centro della propria attenzione altrove. Il corpo rimane nella sala operatoria, mentre la mente può concentrarsi su un luogo percepito come rassicurante. In questo modo, rumori, sensazioni e stimoli potenzialmente disturbanti possono perdere parte della loro intensità emotiva.
Naturalmente, l’ipnosi non è una forma di anestesia generale e non sostituisce automaticamente le tecniche anestesiologiche tradizionali. È piuttosto uno strumento complementare, che richiede una preparazione specifica, una selezione appropriata dei pazienti e un’attenta collaborazione tra psicologi, anestesisti e chirurghi.
«Non è magia – spiega Boništein – è la capacità della mente di creare un luogo sicuro e di dissociarsi dalle sensazioni corporee».
Per lo psicologo questo intervento rappresenta la concretizzazione di un progetto coltivato da oltre vent’anni: integrare l’ipnosi nella pratica ospedaliera, superando l’idea che si tratti soltanto di una tecnica suggestiva o di uno strumento appartenente all’ambito dello spettacolo. L’ipnosi clinica, invece, può trovare applicazione in diversi contesti sanitari, dalla gestione dell’ansia e del dolore alle procedure invasive, fino al supporto dei pazienti che devono affrontare esami o trattamenti particolarmente stressanti.
Oggi al Centro Medico della Galilea esiste una clinica dedicata, con venti specialisti e richieste in crescita. L’ipnosi viene utilizzata non solo in sala operatoria, ma anche in pronto soccorso, quando è necessario aiutare i pazienti a tollerare procedure dolorose, soprattutto in situazioni nelle quali il supporto farmacologico può essere limitato o non immediatamente disponibile.
Questa esperienza suggerisce anche una riflessione più ampia sul rapporto tra mente e corpo. La medicina moderna dispone di tecnologie sempre più sofisticate, farmaci efficaci e strumenti chirurgici di straordinaria precisione. Eppure, accanto a tutto questo, rimane una risorsa spesso sottovalutata: la capacità della persona di partecipare attivamente al proprio percorso di cura. L’ipnosi non elimina la necessità della competenza medica, ma può aggiungere una dimensione psicologica al trattamento, valorizzando le risorse individuali del paziente e contribuendo a rendere l’esperienza sanitaria meno traumatica.
Il beneficio, però, non è soltanto clinico. Oggi Ali racconta con emozione la sua rinascita: «Dopo anni, finalmente appoggio la testa sul cuscino e mi addormento subito. È straordinario. Mi sento un uomo nuovo».
La sua storia ci ricorda che, a volte, mentre la medicina interviene sul corpo con la massima precisione, anche la mente può diventare una preziosa alleata della guarigione.



