di Esterina Dana
La Calabria è una regione multiforme, che nel corso dei secoli è stata anche multiculturale e multilinguistica. La sua storia millenaria è caratterizzata dall’incontro e dalla stratificazione di diverse civiltà mediterranee, che hanno contribuito ad arricchirne il patrimonio culturale, artistico e sociale.
Tutte le immagini © Cesare Badini per Mosaico
DOMENICA 11 OTTOBRE – DA MILANO A FERRAMONTI DI TARSIA
La giornata comincia molto presto, con l’appuntamento per il pullman che ci accompagna all’aeroporto di Malpensa. Atterriamo a Lamezia Terme alle 10.55.
Ad accoglierci troviamo la guida e il pullman che ci accompagnerà durante il viaggio. Con noi c’è anche Andrea Perrotta, dell’Associazione Culturale Aschenez. Il nome dell’associazione richiama antiche tradizioni legate al mito e alla storia della regione. Secondo alcune ricostruzioni della storiografia locale, Aschenez, pronipote di Noè, sarebbe stato un mercante semita, l’inventore della barca a remi e il fondatore mitologico di Reggio Calabria. Gli si attribuisce anche l’introduzione della civiltà e della viticoltura lungo le coste calabresi, un tempo chiamate Aschenazia.
La Calabria è una regione multiforme, che nel corso dei secoli è stata anche multiculturale e multilinguistica. La sua storia millenaria è caratterizzata dall’incontro e dalla stratificazione di diverse civiltà mediterranee, che hanno contribuito ad arricchirne il patrimonio culturale, artistico e sociale.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la regione fu contesa da diverse popolazioni e potenze, tra cui Goti e Bizantini, fino a diventare un importante caposaldo dell’Impero bizantino. Seguì la conquista normanna, che aprì una nuova fase della sua storia. Il periodo di maggiore splendore fu quello della Magna Grecia, quando i coloni greci fondarono importanti città come Reggio Calabria, Sibari, Crotone e Locri. Fu proprio allora che si diffuse il nome Italia, riferito in origine a una parte della Calabria.
Nel Medioevo e nei secoli successivi si alternarono diverse dominazioni: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci e Borboni. La popolazione si ritirò spesso sulle zone collinari e montane, anche per sfuggire alla malaria e alle incursioni dei pirati. La carenza di strade e collegamenti favorì l’isolamento di numerosi centri abitati.
Tra il XV e il XVIII secolo si insediarono in Calabria numerose comunità albanesi, dette arbëreshë, che ancora oggi conservano la propria lingua, le tradizioni e molte usanze religiose e culturali. Un’altra importante testimonianza della varietà linguistica regionale è il grecanico, o griko, parlato nell’area meridionale della provincia di Reggio Calabria, intorno a Bova e in alcuni centri dell’Aspromonte.
In questo quadro si inserisce anche la storia della presenza ebraica, legata soprattutto alle attività commerciali, artigianali e culturali.
Dopo l’Unità d’Italia del 1861, la Calabria continuò ad affrontare gravi difficoltà economiche e sociali. Povertà, terremoti, carenza di infrastrutture e brigantaggio contribuirono a rendere precarie le condizioni di vita, alimentando una forte emigrazione verso altre regioni italiane e verso l’estero.
Ferramonti di Tarsia: un luogo di memoria
La prima tappa del nostro itinerario è il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza.
Costruito dal regime fascista nella primavera del 1940, il campo fu aperto ufficialmente nel giugno dello stesso anno. Sorgeva in una zona paludosa e malarica della valle del Crati e, nel tempo, si trasformò in una piccola cittadina composta da circa 92 capannoni in legno e muratura, circondati dal filo spinato.
Ferramonti fu il più grande campo di internamento italiano per ebrei stranieri e apolidi. Ospitò oltre duemila persone contemporaneamente e circa quattromila nel corso della sua attività. Gli internati provenivano soprattutto dalla Germania, dall’Austria, dalla Polonia e da altri Paesi dell’Europa centrale, dai quali erano fuggiti per sottrarsi alle persecuzioni naziste. Tra loro vi erano anche antifascisti italiani, cittadini di Stati nemici e persone provenienti dai territori occupati, soprattutto jugoslavi, sloveni e greci, oltre ad alcuni cittadini cinesi.
Tra le personalità legate alla storia del campo ricordiamo lo psichiatra Ernst Bernhard, allievo di Carl Gustav Jung, che riuscì a ottenere la liberazione grazie a una lettera indirizzata a Mussolini. Trasferitosi successivamente a Roma, divenne una figura importante della psicoanalisi junghiana in Italia. Ricordiamo inoltre il giornalista Riccardo Ehrman, il cui intervento durante la conferenza stampa del 9 novembre 1989 a Berlino contribuì agli eventi che portarono alla caduta del Muro, e Alfred Wiesner, ingegnere jugoslavo che, dopo l’internamento e la partecipazione alla Resistenza, fondò nel 1953 l’Algida, ideandone il nome e il primo marchio.
Pur segnato da privazioni e condizioni di vita difficili, Ferramonti si distingueva profondamente dai campi di sterminio nazisti. Grazie alla relativa tolleranza del direttore Paolo Salvatore e al sostegno di organizzazioni umanitarie, tra cui la DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), di ambienti cattolici e del Vaticano. Furono avviate scuole, corsi universitari e attività culturali; vennero predisposti luoghi di preghiera e forme di autogestione, che permisero di mantenere viva la propria identità nonostante la prigionia.
La comunità si era inoltre dotata di forme di amministrazione e regolamentazione degli scambi, oltre che di un’area destinata alle sepolture.
Nel settembre 1943, dopo l’armistizio, Ferramonti fu liberato dagli Alleati. Molti internati, tuttavia, rimasero nelle baracche fino alla chiusura ufficiale del campo, l’11 dicembre 1945, non avendo più una casa o un Paese sicuro in cui tornare. Ferramonti divenne così anche un centro di accoglienza per profughi.
Oggi il Museo della Memoria di Ferramonti di Tarsia conserva documenti, fotografie, oggetti e testimonianze di quell’esperienza.
Tra le testimonianze fotografiche spicca quella del Pentcho, il battello che nel maggio 1940 partì da Bratislava con un gruppo di giovani ebrei del movimento sionista Betar, diretti in Palestina. Naufragato nel Mar Egeo nell’ottobre dello stesso anno, i passeggeri furono salvati dalla nave italiana Camogli, comandata dal capitano Carlo Orlandi. Molti di loro vennero successivamente internati a Ferramonti. Anche Orlandi, che aveva contribuito al loro salvataggio, fu poi catturato dai nazisti e deportato in Germania.
Cosenza
Lasciamo Ferramonti e proseguiamo verso Cosenza, dove ci attende una breve passeggiata nel centro storico.
In piazza XV Marzo, cuore culturale della città, sorge il monumento a Bernardino Telesio, filosofo del XVI secolo. Alla tradizione umanistica legata alla sua figura si deve il soprannome di «Atene della Calabria». Sulla piazza si affacciano il Palazzo della Prefettura e il Teatro Alfonso Rendano, dedicato al compositore cosentino noto per aver perfezionato il pedale tonale del pianoforte. Nelle vicinanze si trova anche l’Accademia Cosentina, fondata nel 1511.
La zona è vicina all’antica Giudecca, testimonianza della presenza ebraica. Secondo la tradizione, nel 1093 Ruggero di Normandia pose la comunità sotto la propria protezione. Gli ebrei rimasero in Calabria fino alla metà del XVI secolo. Per secoli avevano contribuito alla vita economica e culturale della regione attraverso il commercio, la lavorazione della seta, la tintura dei tessuti, l’artigianato, la medicina e il prestito di denaro. La loro espulsione rappresentò quindi anche una grave frattura per l’economia e la cultura del territorio.
Durante la passeggiata ammiriamo dall’esterno il Duomo normanno di Cosenza, riconosciuto dall’UNESCO nel 2011.
LUNEDÌ 12 OTTOBRE – CATANZARO, LA GIUDECCA E IL GOLFO DI SQUILLACE
Alla scoperta del centro storico
La mattinata è dedicata alla visita di Catanzaro.
Attraversiamo piazza Matteotti, considerata il «salotto» della città e situata tra il centro storico e la parte settentrionale dove ammiriamo la fontana del Cavatore (951-1954), una scultura bronzea di Giuseppe Rito che richiama la tradizione mineraria della città.
Il Complesso monumentale del San Giovanni
Visitiamo il Complesso monumentale del San Giovanni, sorto nell’area dell’antico castello normanno fatto costruire nell’XI secolo da Roberto il Guiscardo. Nel corso dei secoli il sito ospitò chiese, conventi e strutture assistenziali, diventando anche carcere, funzione mantenuta fino al 1970. Dal 1998 è stato trasformato in centro culturale ed espositivo.
Dalla terrazza panoramica intitolata a Sandro Pertini ammiriamo il ponte Morandi, importante opera in cemento armato che collega il centro di Catanzaro ai quartieri occidentali. La terrazza è arricchita anche da pannelli di vetro antivento decorati dall’artista spagnolo Gonzalo Borondo.
Corso Mazzini e i palazzi storici
Proseguiamo lungo corso Mazzini, principale arteria del centro storico, caratterizzata da edifici ottocenteschi. Tra questi si distinguono il Palazzo delle Poste, che ospita un’opera di Mimmo Rotella sul tema dei «percorsi postali», e il Palazzo della Provincia.
Attraversiamo piazza Grimaldi fino a raggiungere Palazzo Fazzari, costruito tra il 1870 e il 1874 in stile neorinascimentale, ispirato ai palazzi fiorentini del Quattrocento.
Al piano terra si trova la storica Farmacia del Leone Tombato, realizzata tra il 1893 e il 1895, che conserva pregiati arredi lignei, affreschi e decorazioni. Particolarmente suggestiva è l’insegna, con il leone scolpito e il grifone in ferro battuto, simboli di forza, vigilanza e protezione.
Una targa ricorda il soggiorno in città, nel novembre 1897, dello scrittore inglese George Gissing, che raccontò Catanzaro nel libro By the Ionian Sea. Il nome dell’albergatore che lo ospitò, Coriolano Paparazzo, avrebbe ispirato Federico Fellini ed Ennio Flaiano nella creazione del celebre fotografo del film La dolce vita.
Isola 22 e la memoria della sinagoga
La visita prosegue nell’area dell’antica Giudecca. Secondo le mappe storiche, al numero 22, nella zona di Palazzo Fazzari, sorgeva la sinagoga ebraica, nei pressi del quartiere legato alla lavorazione della seta. Da questa memoria nasce il nome Isola 22, la nuova area pedonale di corso Mazzini, inaugurata nell’ottobre 2026.
Accompagnati dallo storico Salvatore Bullotta, percorriamo i vicoli dell’antico quartiere ebraico, ricostruendo le tracce di una comunità che ha contribuito alla storia economica e culturale di Catanzaro.
Il Teatro Politeama Mario Foglietti
Lasciata la Giudecca, visitiamo il Teatro Politeama Mario Foglietti, inaugurato nel 2002 e intitolato nel 2016 al regista e giornalista catanzarese.
Progettato dall’architetto Paolo Portoghesi, rappresenta un interessante esempio di architettura contemporanea, con richiami anche allo stile di Borromini.
L’edificio è organizzato secondo le tre sezioni tradizionali dell’architettura teatrale: il foyer, la sala centrale e la torre scenica. La sala, con la platea disposta a ferro di cavallo, riprende la tradizione del teatro all’italiana.
Gli interni colpiscono per le decorazioni ispirate alla natura e alla musica, presenti sui palchi e sulle balconate, e per la scenografica copertura a conchiglia che sovrasta la sala. La disposizione delle poltrone, sfalsate e organizzate secondo un andamento ondulatorio, evoca il movimento delle onde del mare.
Il Parco della Biodiversità Mediterranea e il Parco Internazionale della Scultura
La mattinata si conclude con la visita al Parco Internazionale della Scultura, parte integrante del Parco della Biodiversità Mediterranea, inaugurato nel 2005 nell’area dei giardini della vecchia Scuola Agraria.
Il percorso espositivo raccoglie opere di artisti internazionali, tra cui Stephan Balkenhol, Daniel Buren, Tony Cragg, Jan Fabre, Antony Gormley, Mimmo Paladino e Michelangelo Pistoletto, realizzate nell’ambito del progetto Intersezioni.
Nel Golfo di Squillace
Nel pomeriggio lasciamo Catanzaro e attraversiamo il territorio del Golfo di Squillace per raggiungere il Parco archeologico di Scolacium, a Roccelletta di Borgia. Immerso in un uliveto secolare, il sito conserva importanti testimonianze della Magna Grecia, dell’età romana e del Medioevo.
L’area, un tempo proprietà dei baroni Mazza, che nel 1934 vi attivarono un frantoio elettrico, era destinata alla coltivazione degli ulivi e conserva ancora oggi il suo caratteristico paesaggio. Il teatro, costruito sfruttando il pendio naturale della collina, poteva ospitare circa 3.500 spettatori. I primi reperti archeologici emersero nell’Ottocento, mentre gli scavi sistematici iniziarono negli anni Sessanta. Lo Stato acquisì il sito nel 1982.
Il complesso trae origine dalla città greca di Skylletion, fondata tra il VI e il V secolo a.C. in posizione strategica sul Golfo di Squillace, lungo le vie di collegamento tra Ionio e Tirreno. Tra il 123 e il 122 a.C. nacque nelle vicinanze la colonia romana di Scolacium con il tipico impianto urbanistico romano, con cardo e decumano.
La riscoperta del sito è legata soprattutto all’archeologo Ermanno Arslan, che diresse i primi scavi sistematici tra il 1965 e il 1969. Nel 1966, durante gli scavi del teatro, fu rinvenuta un’epigrafe che riportava il nome ufficiale della colonia: Minervia Scolacium.
Di particolare interesse è la Basilica normanna di Santa Maria della Roccella, costruita tra la fine dell’XI e la metà del XII secolo. In stile romanico, presenta una pianta a croce latina e un’unica ampia navata.
La visita prosegue nel museo archeologico, ospitato in un’antica residenza rurale dei baroni Mazza. Vi sono esposti reperti provenienti dagli scavi, tra cui sculture, ritratti romani e oggetti di uso quotidiano. Tra i pezzi più interessanti spicca un monumentale avambraccio in bronzo. Particolarmente significativo per il nostro itinerario è un frammento di anfora con il rilievo di una menorà, il candelabro ebraico a sette bracci.
Squillace: storia, cultura e tradizione ceramica
Raggiungiamo Squillace, borgo arroccato a circa 300 metri sul mare, affacciato sul golfo omonimo e noto per la sua tradizione ceramica.
Qui visse Cassiodoro (485-580 circa), fondatore del Vivarium, centro monastico dedicato alla conservazione e allo studio dei testi classici e cristiani.
Nella parte alta sorge il Castello normanno dei Borgia, di origini bizantine, ampliato dai Normanni e successivamente da Federico II di Svevia. Passato alla famiglia Borgia nel 1494, fu legato anche alla vicenda di Tommaso Campanella, che vi fu imprigionato per breve tempo nel 1599. Danneggiato dal terremoto del 1783 e utilizzato come carcere fino al 1978.
Nel centro storico, i toponimi Rione ebraico e Porta Giudaica ricordano l’antica presenza di una comunità ebraica, attiva nei commerci e nell’artigianato e inserita nelle reti di scambio mediterranee fino all’espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli nel 1541.
Squillace è inoltre la patria del generale e patriota Guglielmo Pepe (1783-1855) e il luogo in cui Giovanni Verga ambientò il romanzo I carbonari della montagna, pubblicato nel 1861-1862.
MARTEDÌ 13 OTTOBRE – LA GIUDECCA DI NICOTERA E SCILLA
Nicotera
Ci dirigiamo verso il Tirreno, attraversando un paesaggio sempre più verde e montuoso, che gradualmente si apre sulla costa. Raggiungiamo la Costa degli Dei, che si estende da Pizzo a Nicotera ed è caratterizzata da spiagge, scogliere e promontori affacciati su acque limpide. Secondo la tradizione mitologica, gli dei avrebbero scelto questi luoghi per la loro bellezza.
All’estremità settentrionale si trova Pizzo Calabro, noto per il Castello Aragonese, dove Gioacchino Murat, re di Napoli, fu imprigionato e fucilato il 13 ottobre 1815.
Arriviamo a Nicotera, cittadina arroccata sulle pendici del Monte Poro, in posizione panoramica sulla costa tirrenica. Nelle giornate limpide si distinguono le Isole Eolie e lo Stromboli.
La storia della città si sviluppa soprattutto nel Medioevo, anche se il territorio era già abitato in epoca greca, come testimonia la vicina colonia di Medma. Nicotera acquistò importanza nell’XI secolo con i Normanni, quando Roberto il Guiscardo ne rafforzò le fortificazioni e fece costruire il castello.
Nicotera ebbe una significativa comunità ebraica medievale. Gli ebrei vivevano nella Giudecca, quartiere del quale è documentata l’esistenza, anche se non si conosce con certezza l’ubicazione di un’eventuale sinagoga. Il terremoto del 1783 danneggiò profondamente la città.
La Giudecca conserva tracce dell’antico impianto urbanistico, con abitazioni spesso adibite anche a botteghe, passaggi coperti chiamati cafi, scalinate e piccoli slarghi. La comunità ebraica, documentata almeno dal XIII secolo, era attiva nella lavorazione della seta, nella tintoria, nella concia delle pelli, nell’oreficeria, nella produzione della carta, nel commercio e nel prestito di denaro.
Tra il 1510 e il 1541, sotto il dominio spagnolo, i provvedimenti di espulsione posero fine alla presenza ebraica in Calabria. Molti furono costretti a lasciare la regione, mentre altri si convertirono formalmente al cristianesimo, continuando talvolta a praticare clandestinamente la propria fede. Erano i cosiddetti Anusim, o cripto-ebrei, indicati anche con il termine marrani.
Nell’antica Giudecca di Nicotera si trova oggi piazza Bambini vittime della Shoah, inaugurata il 27 gennaio 2026. Una stele ricorda i bambini ebrei vittime dello sterminio nazista e, simbolicamente, anche le famiglie ebraiche costrette ad abbandonare la Calabria.
La visita richiama inoltre l’impegno di Domenica Sorrenti, promotrice della Carta di Cittanova, un patto civico per il dialogo e contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo, sottoscritto con il sostegno dell’UCEI e della Comunità Ebraica di Napoli.
Scilla
Nel pomeriggio raggiungiamo Scilla, borgo affacciato sullo Stretto di Messina, il cui nome richiama il mitologico mostro marino che, insieme a Cariddi, terrorizzava i naviganti. Ammiriamo il panorama della Costa Viola e attraversiamo il caratteristico quartiere di Chianalea, detto la «Piccola Venezia del Sud», con le case dei pescatori costruite direttamente sugli scogli, gli stretti vicoli e le barche ormeggiate lungo la costa.
Il borgo è dominato dal Castello Ruffo, arroccato sul promontorio tra Marina Grande e Chianalea. Scilla conserva un forte legame con il mare e con la tradizionale pesca del pesce spada.
In serata raggiungiamo Reggio Calabria.
MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE – BOVA MARINA, GERACE E LA MEMORIA EBRAICA DI REGGIO CALABRIA
Oggi ci dirigiamo verso sud, lungo la costa ionica, per raggiungere Bova Marina.
Il percorso offre scorci suggestivi, con il blu dello Ionio da un lato e le montagne dell’Aspromonte dall’altro, le cui vallate e fiumare scendono verso il mare. Il nome Aspromonte potrebbe derivare dal greco asprós, «bianco», con riferimento alle cime innevate che si stagliano all’orizzonte, oppure richiamare l’asprezza del territorio montuoso, inciso da vallate e fiumare.
Lungo il tragitto osserviamo numerose abitazioni a più piani rimaste incompiute, espressione del cosiddetto «non finito reggino». La guida ci spiega che molte erano destinate a ospitare diversi nuclei familiari, ma le difficoltà economiche e l’emigrazione dei giovani ne hanno spesso interrotto la costruzione.
Ci ricorda inoltre la rivolta di Reggio Calabria del 1970, scoppiata dopo la decisione di assegnare a Catanzaro il ruolo di capoluogo regionale. La protesta, guidata da Ciccio Franco e accompagnata dallo slogan «Boia chi molla!», durò diversi mesi, tra manifestazioni e scontri. Il successivo assetto istituzionale distribuì le sedi regionali tra Catanzaro, Reggio Calabria e Cosenza.
Bova Marina – La sinagoga di epoca romana
La visita al Parco archeologico Archeoderi ci conduce alla scoperta dei resti di una sinagoga di epoca tardoromana, databile tra il IV e il V secolo d.C.
Scoperta nel 1983 durante alcuni lavori stradali, fu inizialmente identificata come villa romana. Solo il ritrovamento di un grande mosaico permise di riconoscerne la funzione religiosa.
Il mosaico policromo, decorato con motivi geometrici e vegetali, presenta al centro una menorah a sette bracci, circondata da altri simboli ebraici: il lulav, il cedro e lo shofar. L’edificio comprendeva diversi ambienti destinati alla preghiera e alla vita comunitaria, nonché due tombe. Fu ristrutturato nel VI secolo, con la successiva aggiunta di un’abside, forse destinata a custodire i rotoli della Torah. Il complesso venne infine abbandonato.
La visita prosegue nell’Antiquarium, dove sono conservati il mosaico e numerosi reperti emersi dagli scavi: bolli con la menorah, lucerne in vetro, monete di bronzo, un’anfora funeraria per bambini e una colonna miliare dedicata all’imperatore Massenzio..
Gerace
Il borgo medievale di Gerace sorge su una rupe a circa 500 metri di altitudine, nell’entroterra della Locride.
Le sue origini risalgono all’Alto Medioevo, tra il VI e il VII secolo, quando le incursioni dal mare spinsero parte degli abitanti dell’antica Locri Epizefiri, importante città della Magna Grecia, a trasferirsi nell’entroterra.
Secondo la leggenda, furono guidati da un uccello rapace fino alla rupe dove sorse la città. Da qui deriverebbe il nome Gerace, collegato al greco hierax, «sparviero».
Nel X secolo Gerace divenne un’importante roccaforte bizantina, per poi passare ai Normanni nell’XI secolo, sotto Roberto il Guiscardo. Alla storia della città è legata anche la figura del fratello minore Ruggero I, al quale Roberto affidò gran parte della gestione della Calabria, nonostante le loro tensioni e contrasti per il controllo dei territori conquistati.
Durante la dominazione normanna Gerace venne fortificata e arricchita di importanti e numerosi edifici religiosi; da lì la denominazione di «città delle cento chiese», tra cui la grande cattedrale..
La presenza ebraica a Gerace
La presenza ebraica a Gerace è documentata almeno dal 1276. Nel centro storico si conserva il nome della Judeca, l’antico quartiere ebraico, dove sorgeva una sinagoga, già attestata nel 1311. Gli ebrei partecipavano alla vita economica e sociale della città, pur subendo discriminazioni e aggressioni, soprattutto durante la Settimana Santa.
Tra le testimonianze più significative figura un frammento di iscrizione in ebraico, rinvenuto intorno al 1990 e databile alla prima metà del XV secolo, con un riferimento alla «corona di Mosè».
Arrivati a Gerace, esploriamo il borgo con il trenino turistico, ammirando il centro medievale, i vicoli, il castello normanno e la grande cattedrale con le sue tre absidi, una delle quali riutilizzata a porta.
Verso Reggio Calabria – Storie di industria, arte e paesaggio
Dopo pranzo ripartiamo per Reggio Calabria. Durante il viaggio la guida ci racconta la storia di Vincenzo Bruzzese, fondatore nel 1924 delle Officine Meccaniche Calabresi (OMC), nate a Gerace Marina, oggi Locri.
L’azienda, specializzata nella produzione metalmeccanica e motociclistica, rappresentò un’importante esperienza industriale, interrotta prematuramente nel 1934 da un fallimento e da vicende giudiziarie che coinvolsero il fondatore.
Attraversiamo il territorio di Mammola, dove si trova il MuSaBa, museo a cielo aperto fondato dall’artista Nik Spatari e dalla moglie Hiske Maas, e la Piana di Gioia Tauro, caratterizzata da estesi uliveti.
La guida ci ricorda anche le Bagnarote di Bagnara Calabra, donne legate alla tradizione della pesca e della vendita del pesce, riconoscibili dal loro costume tradizionale. Il paesaggio porta ancora i segni dei terremoti del 1783 e del 1908, che colpirono duramente numerosi centri della zona.
Reggio Calabria – La Giudecca e la memoria ebraica
Arrivati a Reggio Calabria, iniziamo la visita dal percorso della memoria ebraica, che comprende via Aschenez, la Scala di Giuda e l’antica Giudecca. Tra il XIV e il XV secolo vi abitava una comunità numerosa e attiva, dotata di sinagoga e scuola.
Durante la passeggiata ammiriamo la vicinanza della Sicilia e ascoltiamo la spiegazione del suggestivo fenomeno ottico della Fata Morgana, che in particolari condizioni atmosferiche può deformare e moltiplicare le immagini della costa, facendola apparire molto più vicina.
Corso Garibaldi e Piazza Vittorio Emanuele II
Percorriamo corso Garibaldi, una delle principali vie di Reggio Calabria, parallela al lungomare e animata da palazzi, negozi e caffè. Qui si trova il Teatro Francesco Cilea, dedicato al compositore calabrese. Davanti al teatro ammiriamo una scultura in ferro di Cosimo Allera, ispirata a Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, artista futurista nato a Reggio Calabria.
GIOVEDÌ 15 OTTOBRE – UN INCUNABOLO DI RASHI
La giornata conclusiva del viaggio in Calabria comincia con la visita alla Biblioteca comunale Pietro De Nava di Reggio Calabria, una delle più antiche biblioteche pubbliche della regione, istituita nel 1818 per decreto di Ferdinando I di Borbone.
Dopo aver avuto diverse sedi ed essere stata danneggiata dal terremoto del 1908, nel 1928 la biblioteca trovò sistemazione nella villa donata alla città da Giuseppe De Nava e intitolata al fratello Pietro.
La visita ci riserva una scoperta particolarmente significativa per la storia ebraica: la copia anastatica del Commentario al Pentateuco di Rashi, stampato a Reggio Calabria nella seconda metà del XV secolo dal tipografo ebreo Avraham ben Garton, nella tipografia situata nella Giudecca.
L’opera, dedicata al celebre commentatore biblico Rashi (1040-1105), è considerata il primo libro a stampa in lingua ebraica con data certa. Realizzata con caratteri mobili, costituisce una testimonianza fondamentale sia per la storia dell’editoria ebraica sia per la presenza culturale della comunità ebraica reggina. L’esemplare antico più noto è conservato presso la Biblioteca Palatina di Parma, mentre una copia anastatica è custodita alla De Nava dal 2006.
È emozionante pensare che proprio a Reggio Calabria sia stato stampato un libro così importante, testimonianza della vitalità intellettuale della comunità ebraica e del suo contributo alla diffusione del sapere.
Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, i Bronzi di Riace
Terminata la visita alla biblioteca, ci dirigiamo al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, noto anche come Museo della Magna Grecia, per ammirare i celebri Bronzi di Riace, due capolavori della scultura greca del V secolo a.C., ritrovati in mare il 16 agosto 1972 dal subacqueo Stefano Mariottini, nelle acque di Riace Marina.
Le due statue, alte quasi due metri, rappresentano probabilmente guerrieri o eroi. Il Bronzo A, caratterizzato da una folta barba e da un’espressione fiera, è generalmente ricondotto allo stile severo; il Bronzo B, dal volto più maturo e composto, presenta influenze riconducibili all’arte classica di Policleto.
Entrambi sono realizzati con la tecnica della fusione a cera persa e si distinguono per la straordinaria cura dei dettagli anatomici, gli inserti in rame, argento e pasta vitrea e l’equilibrio delle pose. Il chiasmo, o contrapposto, crea infatti un rapporto dinamico tra le parti del corpo in tensione e quelle a riposo.
Dopo il recupero, le statue furono sottoposte a complessi interventi di restauro a Reggio Calabria e Firenze. Nel 1981 tornarono definitivamente in Calabria e vennero esposte nel Museo Archeologico Nazionale.
Rimane ancora avvolta nel mistero la loro identità: non conosciamo con certezza né i personaggi rappresentati, né gli scultori, né il luogo di realizzazione.
La visita al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ospitato nel palazzo progettato da Marcello Piacentini e costruito tra il 1932 e il 1941, ci permette di ripercorrere la storia della Calabria dalla Preistoria all’età romana e alla tarda antichità.
Le collezioni comprendono reperti provenienti dai principali siti archeologici regionali e testimoniano lo sviluppo delle culture locali e delle colonie greche della Magna Grecia.
Tra le opere di maggiore interesse ricordiamo la Testa del Filosofo, il Kouros di Reggio e l’acrolito di Apollo Aleo. Una sezione significativa è dedicata a Locri Epizefiri, con i celebri pinakes, tavolette votive in terracotta legate soprattutto al culto di Persefone e Ade, le tavolette bronzee dell’archivio del tempio di Zeus e il gruppo dei Dioscuri.
Il museo conserva inoltre numerosi oggetti della vita quotidiana, tra cui alcune lucerne con simboli riconducibili alla tradizione ebraica.
Il Lungomare Falcomatà

Nel primo pomeriggio passeggiamo sul Lungomare Italo Falcomatà, uno dei luoghi più suggestivi della città, con una splendida vista sullo Stretto, sulla costa siciliana e, nelle giornate limpide, sull’Etna.
La vegetazione, con palme, grandi ficus e piante mediterranee ed esotiche, conferisce al percorso un aspetto quasi tropicale.
Il lungomare è arricchito da importanti opere d’arte contemporanea, tra cui le tre sculture di Rabarama (Trans-lettera, Labirintite e Co-stell-azione) e Opera di Edoardo Tresoldi, un’installazione composta da 46 colonne di rete metallica che evocano un colonnato classico.
Raggiungiamo poi l’Arena dello Stretto, teatro all’aperto ispirato all’architettura greca, dove si trova la statua bronzea di Atena Promachos. Raffigurata con scudo e lancia. È collocata sotto un arco con dedica a Vittorio Emanuele III. La dea, simbolo di protezione e identità cittadina, richiama le origini magnogreche di Reggio Calabria. L’opera è dedicata A Vittorio Emanuele III. Originariamente rivolta verso il mare, quasi a difendere la città da eventuali invasioni, la statua fu successivamente orientata nella direzione opposta per volontà del sindaco Italo Falcomatà.
Prima di lasciare la città ricordiamo un altro simbolo del territorio: il bergamotto, chiamato «oro verde» di Reggio. Coltivato lungo la costa reggina, è particolarmente prezioso per le essenze utilizzate in profumeria, oltre che per i suoi impieghi gastronomici.
Il mare, la luce dello Stretto e il panorama della costa siciliana accompagnano le ultime ore del nostro soggiorno, insieme al calore di una terra accogliente e ricca di spessore umano e culturale.

















