di Nina Deutsch
Nuseir Yassin, imprenditore digitale musulmano di origine palestinese e cittadino israeliano, sfida l’odio antiebraico e promuove il dialogo tra ebrei e musulmani. Il suo coraggio di esporsi sui social contrasta con il caso di Youssef Siher, finito in questi giorni al centro dell’inchiesta milanese sul «Movimento 17 ottobre». Due modi diversi di esercitare un’influenza enorme sui giovani. E Yassin guarda oltre le divisioni anche nella vita privata: vuole sposare la sua compagna ebrea, Aija Mayrock, e costruire con lei una famiglia.
È israeliano, di origine palestinese, musulmano e seguito da oltre 68 milioni di persone sui social (YouTube, Instagram, Facebook). Nuseir Yassin, il trentiquattrenne che ha trasformato il progetto Nas Daily in un marchio internazionale, ha scelto di esporsi pubblicamente contro l’antisemitismo, intervenendo in uno dei dibattiti più controversi sul conflitto israelo-palestinese.
La sua posizione è netta: l’antisionismo può diventare una forma di antisemitismo, soprattutto quando l’opposizione alle politiche israeliane si trasforma in ostilità verso gli ebrei in quanto tali. Una distinzione che, nel clima politico di questi anni, viene spesso smarrita
Yassin ne ha parlato con la Jewish Telegraphic Agency a margine di una conferenza organizzata a Denver dalla David Merage Foundation for Confronting Antisemitism, come racconta il Jerusalem Post.
Yassin chiarisce di non essere un sostenitore del governo israeliano e di non voler giustificare le sue scelte. Il punto, sostiene, è un altro: la contestazione politica non può diventare il pretesto per legittimare l’odio antiebraico. «Credo fermamente che l’antisionismo sia una forma di antisemitismo», ha dichiarato. E ha sintetizzato la sua interpretazione del sionismo in termini volutamente semplici: «Un gruppo di persone che desidera un posto in cui vivere». Da qui la sua conclusione: a suo giudizio, una parte di chi attacca Israele non si limita a contestarne le politiche, ma nutre un’avversione più profonda nei confronti degli ebrei.
Un’identità che non entra in una sola definizione
Chi è Nuseir Yassin? Nato ad Arraba, nella Bassa Galilea, Yassin è cresciuto definendosi arabo-israeliano. Negli ultimi anni, ha raccontato, il rapporto con la propria identità è cambiato. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, ha cominciato a mettere in primo piano la sua appartenenza israeliana, senza voler cancellare le proprie origini palestinesi.
«Non riuscivo a identificarmi con l’estremismo che vedevo e volevo prenderne le distanze senza cancellare la mia identità legata a esso», ha spiegato. Oggi rifiuta di riconoscersi in una sola etichetta: «Non sono soltanto israeliano, ma non sono nemmeno soltanto palestinese».
Non è una posizione comoda, soprattutto in un dibattito pubblico che tende a chiedere alle persone di scegliere una parte e di aderirvi senza sfumature. Yassin rivendica invece il diritto di criticare il governo israeliano, di desiderare una maggiore presenza araba nelle istituzioni e, nello stesso tempo, di denunciare l’antisemitismo presente in ambienti anti-israeliani.
La sua storia personale contribuisce a spiegare questa prospettiva. Nel 2014 si è laureato ad Harvard in economia, con una specializzazione in informatica. Dopo aver lavorato come sviluppatore software per Venmo a New York, nel 2016 ha lasciato il posto per viaggiare e raccontare il mondo attraverso video di un minuto. Il progetto, chiamato Nas Daily, è arrivato a pubblicare un filmato al giorno per mille giorni, prima di evolversi nella Nas Company, una società che offre strumenti e piattaforme a chi vuole sviluppare un’attività online.
Nel 2024 Nuseir Yassin ha ricevuto il Daniel Pearl Award dall’Anti-Defamation League per il suo lavoro di narrazione digitale, capace di superare le divisioni culturali e favorire la comprensione tra ebrei e musulmani. Nel 2025 l’Università Ben-Gurion del Negev gli ha conferito una laurea honoris causa, riconoscendone l’impegno per la tolleranza e la convivenza tra israeliani e palestinesi. Nell’agosto 2026 è entrato nel consiglio consultivo della Genesis Prize Foundation, che ne ha valorizzato il contributo al dialogo e alla costruzione di ponti tra comunità. Sono riconoscimenti che testimoniano un impegno per la convivenza e contro l’estremismo sviluppato ben prima delle sue recenti dichiarazioni sull’antisionismo.
«Una Palestina libera»: la domanda che divide
Il cuore del messaggio di Yassin è racchiuso in una domanda rivolta agli attivisti che invocano una «Palestina libera»: libera da che cosa?
«Dovremmo essere tutti per una Palestina libera, ma da cosa?», ha chiesto. Per lui, lo slogan non basta se non è accompagnato da una visione concreta del futuro e da una presa di distanza esplicita dall’estremismo.
«Io sono per una Palestina libera da Hamas», ha detto. E ha ribadito: «Una Palestina libera dall’estremismo».
Yassin sostiene che il problema non sia soltanto individuare le responsabilità di Israele, ma immaginare una soluzione che interrompa il ciclo della violenza. Secondo lui, l’attenzione riservata a Israele rispetto ad altre crisi e violazioni dei diritti umani nel mondo rivela una disparità che merita di essere esaminata.
La sua affermazione più dura riguarda proprio il modo in cui gli ebrei vengono percepiti: «Noi palestinesi abbiamo il nemico perfetto», ha dichiarato. «Il tipo di nemico più odiato, ovvero gli ebrei».
Creare ponti, anche quando costa
La battaglia di Yassin non si limita alle dichiarazioni. In primavera, insieme alla David Merage Foundation, ha avviato un programma di borse di studio destinato a cinquanta creatori di contenuti, venticinque ebrei e venticinque musulmani. I partecipanti hanno ricevuto mille dollari e seguito per un mese un percorso con il team di Nas Daily, imparando a raccontare storie capaci di raggiungere un vasto pubblico.
Il progetto è stato intitolato a Zaki Djemal, il primo amico ebreo di Yassin, morto recentemente per un improvviso arresto cardiaco. A Denver sono state annunciate le vincitrici del concorso collegato all’iniziativa: Raihaana Adira, giovane musulmana canadese laureata alla McGill University, e Grace, creatrice di contenuti ebrea-americana che ha scelto di non rendere pubblico il proprio cognome.
Adira ha raccontato alla JTA di aver cominciato a pubblicare contenuti sull’antisemitismo e sui rapporti tra musulmani ed ebrei dopo aver assistito a proteste antisioniste nel campus universitario. Ha riferito di aver ricevuto minacce di morte, ma anche di aver trovato sostegno da parte di persone determinate a contrastare l’odio.
Anche Yassin ha parlato delle intimidazioni ricevute all’inizio della sua attività. In un primo momento, ha spiegato, tendeva a dare molto spazio alle reazioni ostili. Poi ha capito che questo rischiava di scoraggiare altri dal prendere posizione. Oggi considera le minacce un prezzo da pagare per un obiettivo più grande: spingere le persone a parlare, a conoscersi e a mettere in discussione i pregiudizi.
La sua vita privata, infine, rende ancora più concreta questa idea di convivenza. Yassin ha raccontato di avere una relazione con la scrittrice e influencer ebrea Aija Mayrock e di progettare di sposarla nel 2027. Parlando dei figli che immagina di avere con lei, ha detto: «Saranno ebrei, quindi quella sarà la mia famiglia, letteralmente la mia famiglia».
Il potere degli influencer, tra consenso e radicalizzazione
La vicenda di Yassin racconta anche qualcosa del nostro tempo. I social non sono più soltanto strumenti d’intrattenimento: sono luoghi in cui si formano opinioni, si costruiscono identità politiche e si orientano comportamenti collettivi. Per milioni di utenti, un influencer può diventare una voce di riferimento più familiare e persuasiva di un giornale, di un esperto o di un rappresentante istituzionale.
La portata di questa influenza emerge anche dalle cronache italiane di questi giorni, sebbene in un contesto molto diverso. A Milano, Youssef Siher, ricercatore in geopolitica e giornalista freelance di 30 anni, anche lui musulmano, italiano di origini marocchine, è finito al centro dell’inchiesta sul cosiddetto «Movimento 17 ottobre», legato agli scontri e ai saccheggi avvenuti in città nei giorni scorsi. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato tra i principali promotori dell’iniziativa attraverso i canali social. Le contestazioni, che comprendono ipotesi di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo ed eversione, dovranno essere accertate in sede giudiziaria.
È qui che il confronto tra Yassin e Siher diventa significativo. Il primo mette la propria notorietà al servizio della lotta all’antisemitismo, del dialogo con gli ebrei e di una Palestina libera da Hamas e dall’estremismo. Le posizioni pubbliche di Siher si collocano invece in un attivismo pro-palestinese che, secondo quanto riportato dalla stampa, comprende anche il mancato riconoscimento dello Stato di Israele, che avrebbe definito “entità sionista”. Si tratta di posizioni politiche da distinguere dalle accuse formulate nell’inchiesta milanese, sulle quali spetta alla magistratura pronunciarsi.
Due percorsi diversi, due modi opposti di esercitare la propria influenza. Perché oggi, nell’arena dei social, chi ha milioni di persone in ascolto può contribuire a costruire ponti oppure ad alimentare conflitti. E la distanza tra queste due possibilità non è mai stata così rilevante.
In un ambiente digitale che premia spesso le contrapposizioni più radicali, la scelta di Yassin è controcorrente. Non perché risolva le contraddizioni del conflitto israelo-palestinese, ma perché ricorda che l’identità non obbliga a odiare e che la solidarietà con una popolazione non dovrebbe richiedere la negazione dei diritti o della dignità di un’altra. La sfida, per Yassin come per chiunque abbia milioni di persone in ascolto, è trasformare la visibilità in responsabilità. Perché i social possono amplificare il rancore, ma possono anche dare spazio a voci che rifiutano di considerare l’odio una conseguenza inevitabile della politica.
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