Israele al voto, fra la roulette delle urne e il tramonto dei due Stati. Un dibattito di Sinistra per Israele

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di Anna Balestrieri
Netanyahu resterà al potere? Gli elettori arabi decideranno il prossimo governo? E soprattutto, ha ancora senso parlare di due Stati dopo il 7 ottobre? Luciano Assin, Sergio Della Pergola ed Emanuele Fiano si confrontano in un incontro di Sinistra per Israele. Tra previsioni elettorali, disillusioni e qualche ostinata speranza.

 

«La soluzione due Stati per due popoli è stata uccisa il 7 ottobre». Non è una frase pronunciata da un esponente della destra israeliana. A dirla è Sergio Della Pergola, demografo, intellettuale e storico sostenitore del dialogo israelo-palestinese. Ed è forse proprio questo a renderla tanto significativa.

Nell’incontro promosso da Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati, svoltosi sulla piattaforma Zoom con la partecipazione di circa cento persone, in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre, la discussione parte dai numeri dei sondaggi ma finisce inevitabilmente per interrogarsi su qualcosa di molto più grande: che cosa rimane dell’orizzonte politico della pace, dopo treanni che hanno sconvolto Israele e l’intera regione?

A introdurre l’incontro è Marco Krivacek, esponente di Sinistra per Israele, che richiama la recente missione dell’associazione in Israele e nei Territori palestinesi, fra incontri con esponenti politici, rappresentanti della società civile e familiari delle vittime del 7 ottobre.

A confrontarsi sono Luciano Assin, dal kibbutz Sasa in Alta Galilea, Sergio Della Pergola, da Gerusalemme, ed Emanuele Fiano, presidente dell’associazione. Tre voci accomunate dalla preoccupazione per il futuro di Israele, ma non sempre concordi sulle risposte.

Netanyahu traballa. Ma chi può davvero sostituirlo?

Luciano Assin

Il primo problema è che la matematica elettorale israeliana somiglia sempre più a un rompicapo.

Luciano Assin passa in rassegna partiti, alleanze e possibili coalizioni. Il punto è semplice: né il campo di Netanyahu né quello dei suoi avversari sembrano avere in tasca i 61 seggi necessari per governare.

Sergio Della Pergola è ancora più esplicito. Definisce il sistema elettorale israeliano «un metodo perverso», paragonandolo a «una specie di roulette russa».

Con una soglia di sbarramento del 3,25%, poche migliaia di voti possono determinare l’ingresso o l’esclusione di un partito dalla Knesset, cambiando completamente gli equilibri delle coalizioni.

A complicare ulteriormente il quadro arriva anche la rinuncia di Benny Gantz alla corsa elettorale. Una defezione che aggiunge nuove incognite: dove confluiranno i voti del suo elettorato? E soprattutto, quali conseguenze avrà questa scelta sulla possibilità di costruire una maggioranza alternativa a Netanyahu?

E così, mentre il Paese si prepara a un passaggio politico cruciale, l’esito appare tutt’altro che scontato.

Della Pergola immagina diversi scenari: un governo di minoranza guidato da Gadi Eisenkot, nuove elezioni in caso di paralisi, oppure un esecutivo di unità nazionale. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, sembra particolarmente difficile.

Il paradosso è che anche un’eventuale sconfitta di Netanyahu potrebbe non bastare a produrre una maggioranza alternativa stabile.

 

La sorpresa potrebbe arrivare dagli elettori arabi

Sergio Della Pergola

C’è però una variabile capace di scompaginare i calcoli. «Gli arabi sono l’ago della bilancia», osserva Della Pergola.

È una considerazione che attraversa anche l’analisi di Assin: la partecipazione elettorale dei cittadini arabi israeliani, tradizionalmente inferiore alla media nazionale, potrebbe fare la differenza.

Ma non si tratta soltanto di conquistare qualche seggio in più. La vera domanda è se le forze politiche arabe saranno disposte, attraverso il voto parlamentare, un eventuale sostegno esterno o l’astensione, a favorire la nascita di un governo alternativo.

Un ruolo tutt’altro che secondario, in un Paese dove la convivenza quotidiana fra ebrei e arabi è spesso assai più articolata delle rappresentazioni politiche del conflitto.

Due Stati, una speranza finita?

È quando il dibattito abbandona i sondaggi per affrontare la questione palestinese che emergono le differenze più interessanti.

Assin invita a fare i conti con il trauma collettivo del 7 ottobre e con una società israeliana profondamente segnata dalla guerra.

«Una soluzione politica a livello di due popoli per due Stati è una prospettiva che prenderà diversi anni per tornare ad essere una cosa attuale e soprattutto fattibile», sostiene.

Della Pergola si spinge oltre. Per lui non basta aspettare che le condizioni migliorino: occorre ripensare radicalmente il quadro politico. La soluzione dei due Stati, afferma, è stata uccisa il 7 ottobre. Non perché siano venuti meno i diritti dei palestinesi, ma perché, nella situazione attuale, mancano le condizioni politiche e una controparte sufficientemente unitaria e credibile per realizzarla.

Il demografo suggerisce di affrontare diversamente i problemi di Gaza e della Cisgiordania, cercando soluzioni che garantiscano autodeterminazione e diritti politici alle rispettive popolazioni.

È una posizione amara, soprattutto perché arriva da chi non ha mai considerato la pace una concessione, ma una necessità.

Fiano: se rinunciamo all’orizzonte, che cosa ci resta?

Ed è qui che Emanuele Fiano introduce una sfumatura diversa. Non contesta la gravità della situazione. Non nasconde che la prospettiva dei due Stati appaia oggi lontanissima, forse irrealizzabile per la sua stessa generazione. Ammette infatti che «due popoli, due Stati non è una cosa attuale». Ma non è disposto a dichiarare conclusa quella battaglia.

Per Fiano, riconoscere l’impossibilità di una soluzione nell’immediato non significa rinunciare a perseguirla. Senza una prospettiva politica, anche lontana, il rischio è che restino soltanto la gestione dell’emergenza e l’alternarsi delle guerre.

È forse il passaggio più significativo dell’incontro: Della Pergola invita a prendere atto della fine di una formula politica; Fiano insiste sulla necessità di non seppellire, insieme a quella formula, l’idea stessa di una pace possibile.

Non è una contrapposizione fra realismo e ingenuità. È il confronto fra due modi di reagire alla stessa, drammatica realtà.

Il pericolo non viene soltanto dall’esterno

Se il conflitto con i palestinesi domina inevitabilmente il dibattito, Della Pergola ricorda che Israele deve fare i conti anche con le proprie fratture interne.

La riforma della giustizia, l’indebolimento dei contrappesi democratici, le tensioni sulla leva militare degli ultraortodossi, i problemi dell’istruzione e dei servizi pubblici: la lista è lunga.

E c’è un rischio che preoccupa particolarmente il demografo: quello di un Israele che finisca per perdere una parte delle sue energie migliori, con professionisti e giovani qualificati sempre più tentati dall’emigrazione.

Nelle domande del pubblico emerge anche il tema della violenza dei coloni in Cisgiordania, sul quale Della Pergola esprime una condanna netta.

Il messaggio è chiaro: difendere Israele dalle minacce esterne non può significare ignorare quanto accade al suo interno.

E la sinistra italiana? Un rapporto sempre più complicato

L’ultima parte dell’incontro sposta lo sguardo dall’altra parte del Mediterraneo.

Emanuele Fiano torna su una questione che accompagna da tempo il lavoro di Sinistra per Israele: il rapporto, spesso tormentato, fra il mondo progressista italiano e lo Stato ebraico.

La sua critica riguarda soprattutto la tendenza a identificare Israele esclusivamente con Netanyahu e con le politiche del suo governo.

In questa rappresentazione, osserva, finiscono per scomparire milioni di israeliani, le opposizioni democratiche, le manifestazioni di protesta, le differenze e le contraddizioni di una società tutt’altro che monolitica.

Fiano richiama inoltre il problema dell’antisemitismo e le difficoltà di chi, nella sinistra italiana, cerca di tenere insieme la critica al governo israeliano e la difesa del diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato ebraico.

Della Pergola esprime dal canto suo un giudizio severo sulle campagne di boicottaggio e sulle sanzioni indiscriminate, che ritiene controproducenti e potenzialmente capaci di rafforzare proprio Netanyahu.

È un terreno sul quale le sensibilità divergono, ma la domanda rimane: è possibile criticare duramente un governo senza condannare indistintamente l’intera società che governa?

La speranza, nonostante tutto

Alla fine, dalla discussione non esce una risposta rassicurante.

Le elezioni potrebbero cambiare gli equilibri politici israeliani, ma non cancellare il trauma del 7 ottobre. Un nuovo governo potrebbe riaprire spazi di dialogo, ma non risolvere da solo la crisi della rappresentanza palestinese. E il futuro della regione dipenderà anche dai rapporti con gli Stati arabi e dalla diplomazia internazionale.

Non è poco, ma non è nemmeno una promessa di pace imminente.

Eppure è proprio nella distanza fra le posizioni di Della Pergola e Fiano che si coglie il senso più profondo della serata.

Quando chi ha creduto per decenni nella soluzione dei due Stati arriva a considerarla morta, continuare a difenderla non è più una posizione scontata. Diventa una scelta politica consapevole, da argomentare e reinventare.

E forse è questa, oggi, la sfida più difficile per chi vuole continuare a parlare di pace senza chiudere gli occhi davanti alla realtà.