“L’emozione non ha voce”. Villa Carlotta onora quattro nuovi “Giusti Tra le Nazioni“

Italia
di Paola Fargion

“L’emozione non ha voce” è uno dei brani più struggenti e intensi di Adriano Celentano, un pezzo in cui l’artista esprime al meglio sentimenti forti, amore, passione. Anche a Villa Carlotta, sul lago di Como, “l’emozione non aveva voce”. Domenica 18 ottobre è stato il giorno che le famiglie di  Suor Gemma Paoletto, Gino Duilio Soldà e Anna e Nazzareno Damiani, i quattro Giusti Tra le Nazioni  riconosciuti nel 2025, hanno atteso con pazienza per stringere tra le mani, finalmente, l’ambita medaglia di Yad Vashem.

 

Per la Comunità ebraica di Milano era presente Emanuela Alcalay, Assessore alla Cultura, che a Mosaico ha detto: “Domenica 18 ottobre ho rappresentato la Comunità Ebraica di Milano alla cerimonia di riconoscimento di Giusti tra le Nazioni a suor Gemma Paoletto, Giulio Duilio Soldà, Anna Cincini e Nazzareno Damiani. Voglio prima di tutto ringraziare Villa Carlotta per avere destinato un albero e uno spazio con le targhe ai quattro Giusti. Per me è stata una cerimonia dal significato particolarmente profondo: negli anni bui del nazifascismo anche la famiglia di mia madre fu salvata da persone che scelsero di non voltarsi dall’altra parte. E anche loro 12 anni fa, quando mia madre riuscì finalmente a ‘ricomporre i tasselli’, divennero Giusti tra le Nazioni. In questo caso, questa vicenda è venuta alla luce grazie allo straordinario lavoro di Paola Fargion, che ho avuto il piacere di conoscere quel giorno. Mi ha commossa vedere quanto fossero orgogliosi i discendenti di queste persone straordinarie. È stata un’esperienza capace di donarmi speranza nel futuro: finché esisterà del bene nelle persone, possiamo credere in un mondo migliore”.

 

 

Ho già raccontato in un articolo (sempre su Mosaico) fuga e salvezza di Beatrice e della sua famiglia. Ancora una volta lei non ha voluto essere presente perché “terrorizzata dall’antisemitismo” . E addirittura, in una recente telefonata dai toni accesi, si è rammaricata di aver testimoniato a favore dei suoi salvatori per paura di esposizione mediatica. “Sta’ tranquilla, le ho detto, nessuno saprà di te e nessuno verrà a cercarti… Sappi comunque che hai fatto la cosa giusta.”

Beatrice ha trascorso tutta la vita a stretto contatto con le famiglie dei suoi salvatori, tra telefonate, regali, visite, per un inesauribile dovere di riconoscenza. E nessuno di loro l’ha dimenticata.

A Villa Carlotta c’erano tutti: anzitutto Alberto e Franco, nipoti di Suor Gemma Paoletto, Madre Superiora della Congregazione delle Dame Inglesi  di Vicenza. Alberto è l’avvocato 91enne che di zia Valeria (questo il vero nome di Suor Gemma, nata nel 1895 e morta nel 1968) ha scolpito i tratti con poche efficaci parole: “Emanava un senso di serenità e sicurezza”. Esattamente ciò che la piccola Beatrice percepiva durante i giorni trascorsi nascosta nella Congregazione di Vicenza.

 

 

Beatrice con papà Raffaele e mamma Elsa

C’erano anche Suor Annarita e quattro consorelle, venute apposta dalla Congregazione di Rovereto per ricordare la Superiora: emozionate ed onorate, hanno già detto che intendono tenere una cerimonia commemorativa anche a Rovereto. Nel necrologio di suor Gemma si legge: “Era buona, una di quelle persone che non dovrebbero mai scomparire dalla faccia della terra che ha tanto bisogno di bontà… La sua serenità e la sua calma, anche in mezzo a gravi preoccupazioni, e il suo sorriso luminoso davano pace e sicurezza nei momenti difficili.”

E da Merate, vicino a Lecco, è accorsa un’amica della Superiora che si chiama Gemma come lei, un’anziana signora che l’ha conosciuta a fondo e ha voluto condividere con noi i valori su cui Suor Gemma ha fondato la sua vita.

E poi si sono presentate loro: Elisabetta, Michela e Giorgia, le amate nipotine di Gino Soldà, mitica icona vicentina nel mondo sportivo, storico e imprenditoriale, uomo coriaceo che ancora a 80 anni si arrampicava sugli alberi dopo essersi arrampicato sulle più alte vette alpine e nel 1954 sul K2 con la spedizione tutta italiana di Ardito Desio. Il più giovane del gruppo aveva 22 anni, lui ne aveva già compiuti 49. Gino aveva due figli: Evi e Manlio. E Lena era sua moglie. Fu l’indomito e coraggioso Comandante Paolo della Brigata partigiana costituita da Torquato Fraccon, già riconosciuto Giusto Tra le Nazioni nel 1978.

Elisabetta, Michela e Giorgia, nipoti di Gino Soldà

Gino Soldà è colui che accompagnò Raffaele, Elsa e Beatrice da Vicenza a Maslianico verso la Svizzera e in un altro viaggio gli zii Giacobbe, Giulia con la figlia Mitzi oltre la frontiera di Campocologno, in alta Valtellina. Paola, nipote di Torquato Fraccon, ha ricordato il sacrificio del nonno e del figlio, lo zio Franco, entrambi arrestati e deportati nel lager di Mauthausen. Paola ha conosciuto bene Gino Soldà e racconta:

“…Quando i tedeschi piombarono nella villa, zio Franco e Gino riuscirono a fuggire… Erano atletici, giovani… Ma Franco non sopportò l’idea che i nazisti potessero fare del male alla sua famiglia. E così tornò indietro, incontro alla morte che condivise con suo papà”.

Parole pesanti, un destino crudele e qualcosa che manca… Già, mi sono accorta che Franco non è stato riconosciuto Giusto Tra le Nazioni insieme al papà. Era proprio lui che produceva i documenti falsi, anche quelli che Suor Gemma fornì a Raffaele, Elsa e alla piccola Beatrice che, grazie a quelle carte d’identità si salvarono diventando la famiglia Rossi. E così ho deciso: presenterò a Yad Vashem la richiesta di riconoscimento di “Giusto Tra le Nazioni” a favore di Franco Fraccon.

“L’emozione non ha voce” … ma lacrime, quelle di Elisabetta, figlia di Evi, che non riusciva a raccontare, tanto era sopraffatta dall’emozione nel ricordare quel nonno così speciale.

“Ho avuto la fortuna di crescere accanto a nonno Gino fino all’ età di 19 anni… Per me è stato un vero maestro di vita: con i capelli sempre in disordine, allegro e sereno, con il sorriso sulle labbra… ” continua commossa Giorgia, figlia di Manlio e sorella di Michela.

E infine tocca a lei – Michela – la memoria storica della famiglia, sempre pronta a presenziare, raccontare e ricordare.

Stavolta, però, è diverso. ”Sarò così emozionata da dover leggere, sai?” mi comunica prima della cerimonia. “Ogni volta che parlo del nonno mi commuovo! E non credo proprio di farcela… non sono in grado di andare a braccio.”

Ognuna di loro ci ha restituito un frammento di Gino Soldà talmente veritiero da farlo sentire anche nostro nonno.

Il nipote Paolo, figlio di Evi, non era presente: vive in Inghilterra e non gli è stato possibile raggiungerci, ma mi aveva inviato una pagina di intense parole da condividere.

“I ricordi più belli che ho del nonno sono di quando andavo ad aiutarlo a fare le scioline nel suo laboratorio a Recoaro. Era un laboratorio all’antica, non c’era nulla di elettronico. Il nonno scioglieva la cera in un enorme calderone sul fuoco, poi pesava, aggiungeva vari ingredienti e mescolava il tutto con una pala. Alla fine di questo processo versava la sciolina in forme a grata e quando si era raffreddata la impacchettavamo. Poi mi dava 10 Lire per comprarmi una gomma da masticare…”

Questo era Gino l’imprenditore, che nel dopoguerra creò le scioline Soldà. Ma c’era anche Gino il marito che, come ritorna nei ricordi delle nipoti, scherzava e ballava appassionatamente stretto alla “sua” Lena, la compagna di una vita.

Gino Soldà aveva un cuore grande, in tutti i sensi: generoso e sempre calmo, affidabile e onesto. E un giorno il suo cuore si è fermato. I medici dissero che si era ingrossato per gli sforzi atletici compiuti durante tutta la sua vita. Così hanno detto… interpretazione scientifica, ma forse era semplicemente un cuore diventato così grande per riuscire ad abbracciare tutti.

Gino Soldà è nato l’8 marzo 1907, è morto l’8 novembre 1989 ed è stato riconosciuto Giusto Tra le Nazioni l’8 luglio 2025. Coincidenze?

Ed ecco che il racconto si fa drammatico ed entra in territorio lariano. Già… perché i fuggiaschi vengono rispediti indietro dalle guardie di frontiera svizzere e dopo aver vagato senza meta tornano da Suor Gemma Paoletto che li indirizza nuovamente a Como. I suoi contatti con la Diocesi producono effetti positivi: nel Seminario di Como studia un giovane – Pietro Damiani – che conduce la famiglia a casa sua, a Pellio in Val d’Intelvi.

A questo punto prende la parola Maria Grazia, nipote dei Giusti Anna e Nazzareno Damiani. Cerca di mantenersi seria ma anche lei – che dichiara di non piangere mai – si commuove subito.

“L’emozione non ha voce…” e Maria Grazia la ritrova quasi subito. “Voglio raccontarvi una storia di bambini, una storia di sentimenti. I miei nonni sapevano cosa volesse dire lasciare la propria terra perché – e l’emozione riprende il sopravvento – erano partiti da Fossombrone, paese del Montefeltro, per arrivare sul lago di Como. I miei nonni sapevano che ospitare una famiglia ebraica era un grande rischio, soprattutto per un Forestale e con i tedeschi in paese. Ma erano consapevoli che quella famiglia avesse veramente bisogno di aiuto. Beatrice si trovò così a vivere con 3 maschiacci: mio padre Giovanni, Alfio e Pietro. Il giorno di San Giovanni la mamma di Beatrice preparò una torta per mio papà Giovanni. Posso dirvi che fino all’ultimo anno di vita mio padre ha festeggiato l’onomastico a San Giovanni con una torta, ricordando Beatrice e la sua dolce famiglia. So che l’estate del 1944 fu un’estate speciale per Beatrice e Giovanni, il mio papà”.

La famiglia restò a casa Damiani fino alla Liberazione. Anna è mancata nel 1999 e Nazzareno nel 1986. Maria Grazia ha espresso l’intenzione di apporre la medaglia di Yad Vashem sulla tomba di suo padre.

Ma la cosa più sorprendente per me è stato l’incontro con Hadar Schor, rappresentante dell’ Ambasciata di Israele incaricato di consegnare le medaglie e i certificati d’onore. Ha sottolineato le figure dei quattro Giusti Tra le Nazioni con una frase che mi ha particolarmente colpito: “Il coraggio non consiste nell’ assenza di paura. Il coraggio consiste nel fare la cosa giusta nonostante la paura”.

Hadar Schor era accompagnato dalla moglie Yara e dai loro due bambini, quasi fosse una famiglia venuta sul lago per una “scampagnata domenicale”.

Durante tutta la cerimonia e anche dopo, nel parco e al bistrot, si sono percepite grande serenità e pace, garantite dall’impeccabile servizio d’ordine e dalla perfetta organizzazione dell’Ente. Importante è stata la presenza dei giovani musicisti – Emma, Gaia, Sofia e Giulio – che hanno dato solennità alla cerimonia attraverso i due intermezzi musicali interpretati con maestria ed eleganza.

E poi c’era lei, grazie alla quale tutto questo è stato reso possibile: Maria Angela Previtera, cara amica e Direttrice di Villa Carlotta, che negli anni ha reso la Memoria parte integrante dell’Ente attraverso eventi commemorativi, alberi, spazi e targhe dedicati a chi ha promosso il Bene. Una donna speciale – credetemi – quanto tutte le persone appassionate che collaborano con lei tra cui Michela, Roberta e quel simpatico giardiniere che, dall’auto elettrica, ha fatto vedere a me e Hadar l’albero più antico del parco – oltre 300 anni d’età – uno degli alberi che ha resistito alla violenta tempesta di fine agosto. Quella sera, in appena mezz’ora sono stati divelti 80 alberi dalla furia della tempesta… Ma il vecchio gigante ha resistito ed è rimasto al suo posto, proprio come il leccio Luzzani, l’albero ultracentenario dedicato nel 2023 al Notaio comasco Raoul Luzzani che, durante la Shoah, contribuì alla salvezza della famiglia ebraica Pardo Volli di Bologna. (Qui la storia Articolo Villa Carlotta)

Verso le 18 si è conclusa la “scampagnata domenicale” , carica di significati, simboli e soprattutto emozione in un giorno e in un luogo  – 18 ottobre 2026 a Villa Carlotta, Lago di Como – che sarà impossibile dimenticare.

Nazzareno Damiani
Giovanni e Pietro Damiani
Suor Gemma Paoletto, Madre Superiora della Congregazione delle Dame Inglesi  di Vicenza
Anna Cincini, Nazzareno Damiani  e il figlio Alfio