di R.I.
Nata come presentazione del volume I nuovi antisemiti di Nora Bussigny, tradotto da Daniele Scalise per SeferOttobre, la conversazione si è trasformata in una riflessione approfondita e partecipata sull’antisemitismo e sulla realtà che stiamo vivendo.
“Com’è stato possibile che all’indomani del più grande massacro di ebrei dalla Shoah, anziché assistere a un moto generale di solidarietà nei confronti delle vittime, abbiamo visto crescere un’ondata di ostilità contro Israele che si è allargata fino a comprendere tutto il mondo ebraico?”
Parte da questa domanda Daniele Scalise, mercoledì 14 ottobre, nel corso di un incontro organizzato dall’ADEI WIZO. Nato come presentazione letteraria, l’appuntamento si è presto trasformato in una riflessione su un presente, estremamente drammatico per l’ebraismo italiano ed europeo. Un confronto arricchito da un’ampia partecipazione: 120 persone collegate, anche dall’estero.
Al centro dell’evento il libro “I nuovi antisemiti”, l’inchiesta di Nora Bussigny che si è infiltrata per mesi negli ambienti dell’estrema sinistra per comprendere i meccanismi di una rete globale in cui l’impegno politico si intreccia con la propaganda e la giustificazione del terrorismo e della strage del 7 ottobre. Scalise, giornalista e scrittore, ne ha curato la traduzione, ma la sua esperienza nell’analisi dell’antisemitismo ha permesso di ampliare la riflessione oltre i contenuti del volume, edito da Sefer Ottobre.
“Non è questione di schieramenti: il nostro Statuto ci invita a contrastare l’antisemitismo attraverso la cultura e la conoscenza da qualunque parte provenga. – ha premesso Susanna Sciaky, Presidente Nazionale ADEI WIZO, in un’introduzione dedicata alle contraddizioni di questo nuovo antisemitismo. “Nel libro si evidenzia la chiusura mentale che impone un’adesione ideologica totale ai movimenti, producendo contraddizioni inquietanti: femministe che sostengono organizzazioni che negano i diritti delle donne, difensori del diritto internazionale che giustificano chi lo calpesta, antisionisti dichiarati che finiscono poi per minacciare gli ebrei in quanto tali. Il tutto accompagnato dall’ignoranza dei fatti, dalla riscrittura della storia fino alla negazione del 7 ottobre”.
Il lavoro di Nora Bussigny trova una ragione in questo paradosso cognitivo. Lo fa entrando negli ambienti di estremisti, partecipando alle loro discussioni e alle chat dei gruppi Telegram, osservandone i comportamenti, per capirne il linguaggio e i metodi. E proprio il linguaggio diventa la chiave del cambiamento della narrazione: Hamas viene sempre più presentato come un movimento di resistenza e la guerra raccontata attraverso un vocabolario nel quale le parole contengono già la sentenza. È soprattutto il lavoro di indagine sul campo a dare forza e credibilità all’inchiesta.
“Nora è una meravigliosa collega”, – dichiara Scalise – ricordando le sue origini franco-marocchine e, se non ricorda male, il legame della famiglia materna con la tradizione islamica. “La sua inchiesta mette in evidenza l’esistenza di una convergenza delle lotte. Il mondo di oggi viene diviso in due grandi categorie: da una parte gli oppressori e dall’altra gli oppressi. Da una parte l’Occidente, i bianchi, colonialisti, i sionisti e dall’altra i popoli colonizzati, le minoranze, i palestinesi, tutti coloro che in qualche modo vengono identificati come vittime di un sistema di dominio. Dentro questo schema, va da sé che Israele assuma un ruolo particolare, diventa il simbolo di tutte le oppressioni, il punto sul quale si concentrano accuse e ostilità, peraltro anche molto diverse. Così il conflitto israelo-palestinese perde la sua specificità storica, politica, umana e viene trasformato in una sorta di rappresentazione generale del bene contro il male”.
“E qui, secondo me, il libro ci aiuta a comprendere uno dei passaggi più inquietanti dell’antisemitismo contemporaneo”, – continua Scalise rispondendo alle domande della Presidente Sciaky- “perché l’ebreo, che nella storia europea era stato per secoli la figura della minoranza perseguitata può essere improvvisamente ricollocato nella categoria dei dominatori. Basta chiamarlo sionista e a quel punto l’ostilità nei suoi confronti può essere presentata come una battaglia contro il male. Ma se criticare la politica israeliana è legittimo, non lo è quando a Israele viene attribuita una natura criminale assoluta e gli ebrei vengono chiamati a rispondere collettivamente di ciò che accade in Medio Oriente“.
Susanna Sciaky si domanda come sia possibile che nemmeno la memoria della Shoah sembri essere immune da questo fosca distorsione della realtà. “Per anni abbiamo pensato che conoscere Auschwitz fosse sufficiente per impedire il ritorno dell’antisemitismo” – risponde Scalise – “ma credo che l’errore sia stato proprio quello di trasformare progressivamente la memoria in un rito, importante, solenne, commovente, ma pur sempre un rito. Abbiamo insegnato a riconoscere l’antisemitismo quando indossa l’uniforme delle SS, mentre abbiamo fatto molta più fatica a insegnare a riconoscerlo quando indossa abiti contemporanei, quando parla il linguaggio dei diritti umani, quando frequenta le università e quando si presenta come forma di emancipazione. Abbiamo raccontato gli ebrei soprattutto come vittime, così abbiamo finito, del tutto inconsapevolmente, per costruire una figura dell’ebreo accettabile soprattutto quando è inerme, quando soffre, quando è morto. L’ebreo che si difende, che rivendica una propria identità nazionale, che esercita il potere anche commettendo errori, diventa improvvisamente molto più difficile da accettare”.
Una riflessione che ha suscitato numerosi interventi, spesso legati anche ai più recenti fatti di cronaca. Raffaella Luzzati, Consigliera Nazionale dell’ADEI WIZO e Presidente della Comunità Ebraica di Genova, ha richiamato quanto accade nella sua città; Anna Grattarola ha ricordato la discriminazione subita dai docenti israeliani invitati a Reggio Emilia per partecipare a un programma sull’educazione; Nicoletta Tiliacos ha parlato di una “psicosi di massa”, tracciando un drammatico parallelismo con il 1938. Lili Modiano ha messo l’attenzione sulla propaganda di Hamas contrapposta alla correttezza dell’informazione israeliana; Lea Majer da Zurigo ha insistito sulla necessità di mantenere unito il mondo ebraico, una risorsa che si è sempre rivelata fondamentale nei momenti di crisi. A loro si sono aggiunte diverse altre voci e considerazioni da parte delle persone collegate su temi quali la scuola, il boicottaggio dei prodotti israeliani e la politica italiana, con l’approvazione del DDL Antisemitismo.
Scalise e la Presidente Sciaky hanno poi proseguito il dialogo sul modo di contrastare l’antisemitismo e sul ruolo che può avere la società civile. Ed è proprio qui che, in un quadro tanto preoccupante, emerge anche qualche nota di speranza: se la società civile sembra avere dimenticato che la lotta all’antisemitismo è una responsabilità collettiva, ci sono ancora persone disposte a non rinunciare al proprio spirito critico e alla propria coscienza.
“Possiamo contare sugli insegnanti che hanno il coraggio di affrontare questi argomenti anche quando incontrano resistenze, sui giornalisti che verificano i fatti anche quando contraddicono le loro convinzioni, sugli intellettuali che rifiutano di firmare appelli soltanto per sentirsi parte di una comunità morale, sulle persone, insomma, che sanno distinguere la critica anche durissima a un governo, quale che esso sia, dalla demonizzazione degli ebrei e dalla negazione del diritto all’esistenza. Sono convinto – conclude Scalise – che si tratta di piccoli passi, ma anche quelli contano, moltissimo”.


