di Marina Gersony
Das bunte Leben (La vita colorata), dipinto del 1907, fu venduto durante l’occupazione nazista dei Paesi Bassi e rimase lontano dagli eredi per oltre ottant’anni. Restituito alla famiglia Lewenstein nel 2023, è stato battuto da Christie’s per 31,56 milioni di sterline.
Il 16 ottobre 2026 la notizia fa il giro del mondo: Das bunte Leben (La vita colorata), capolavoro di Wassily Kandinsky realizzato nel 1907, sottratto a una famiglia ebrea durante l’occupazione nazista dei Paesi Bassi e restituito agli eredi soltanto nel 2023, è stato venduto da Christie’s a Londra per 31,56 milioni di sterline (circa 37,52 milioni di euro). La cifra ha superato la stima iniziale, compresa fra 18 e 25 milioni di sterline, dopo quasi sei minuti di rilanci.
Ma dietro il risultato milionario, maturato dopo una raffica di offerte serrate, c’è una storia che comincia quasi vent’anni prima della Seconda guerra mondiale e attraversa oltre trent’anni di storia europea e alcune delle sue pagine più oscure.
Perché Das bunte Leben non è soltanto un dipinto di straordinaria importanza nella carriera di Kandinsky. È anche un’opera passata attraverso una vendita forzata nell’Europa occupata dai nazisti, rimasta per decenni in un museo tedesco e infine restituita ai discendenti dei legittimi proprietari dopo una lunga controversia.
Per comprendere perché questo dipinto sia tanto importante, bisogna dimenticare per un momento la sua quotazione milionaria e immaginare Parigi all’inizio del Novecento: una città in cui la pittura sta mettendo in discussione le proprie regole, mentre gli artisti sperimentano nuovi modi di rappresentare il mondo.
È qui che si inserisce Kandinsky. Nato a Mosca nel 1866, dopo aver studiato giurisprudenza e aver insegnato diritto all’università, aveva scelto di dedicarsi alla pittura. Nel 1906 arrivò a Parigi con Gabriele Münter, artista e compagna di vita, entrando in contatto con le ricerche delle avanguardie francesi.
Il fermento artistico era straordinario. I postimpressionisti avevano già incrinato la rappresentazione tradizionale; i Fauves, con i loro colori accesi e innaturali, mostravano che una tonalità non doveva necessariamente riprodurre ciò che l’occhio vedeva.
Fu in questo clima che nacque Das bunte Leben, un’opera monumentale, realizzata a tempera e guazzo su tela, di 130,5 per 162,6 centimetri.
A prima vista, il dipinto sembra aprire una finestra su un mondo fantastico. Su uno sfondo scuro si affollano figure umane, animali, cavalieri, musicisti e viandanti. I colori sono intensi, talvolta quasi irreali. Non esiste un unico protagonista e non c’è una storia lineare da seguire: lo sguardo passa da una scena all’altra, come se attraversasse un villaggio brulicante di esistenze.
Christie’s descrive una composizione nella quale convivono pellegrini, contadini, mendicanti, monaci e madri con bambini. Sullo sfondo si intravedono episodi più inquietanti, fra cui uno scontro armato. In lontananza, una processione funebre introduce un’ombra di morte in una scena che altrove sembra festosa.
L’origine e l’acquisto (1927)
Negli anni Venti il dipinto arrivò nei Paesi Bassi grazie a Emanuel Albert Lewenstein e Hedwig Lewenstein-Weyermann, ricchi imprenditori e collezionisti ebrei di Amsterdam. Emanuel, titolare di una fiorente azienda di macchine da cucire, e la moglie Hedwig acquistarono il dipinto nel novembre del 1927. La coppia era già nota per una vasta collezione di arte moderna (possedeva opere di artisti come Metzinger e Kokoschka). Hedwig depositò la tela in prestito al Stedelijk Museum di Amsterdam già nel 1933.
La spoliazione nazista (1940)
Con l’occupazione tedesca dei Paesi Bassi nel maggio 1940, la sorte degli Lewenstein cambiò drammaticamente. I figli della coppia vivevano all’estero, ma il patrimonio familiare rimase nei Paesi Bassi: Das bunte Leben, in deposito allo Stedelijk Museum, fu ritirato nel settembre 1940 da un incaricato del mercante d’arte Abraham M. Querido e quindi venduto all’asta nell’ottobre dello stesso anno, in circostanze mai del tutto chiarite. Chi dispose il ritiro e chi promosse la vendita non è stato infatti accertato. Il quadro fu venduto a un prezzo irrisorio: il collezionista ebreo olandese Salomon B. Slijper, scampato alla guerra, se lo aggiudicò per poche centinaia di fiorini. Ma solo negli anni a venire la circostanza sarà riconosciuta come un’effettiva espropriazione.
Il dopoguerra e il mistero di Monaco (1972–2023)
Dopo la guerra la tela rimase per alcuni anni in Germania. Di proprietà di Slijper fino al 1971, passò in eredità alla moglie Johanna, che nel 1972 la cedette alla Bayerische Landesbank di Monaco. Quest’ultima l’ha immediatamente depositata in conto al museo pubblico Lenbachhaus di Monaco, dove Das bunte Leben ha costituito uno degli elementi più importanti della collezione per quasi cinquant’anni. Gli eredi Lewenstein continuarono a cercare risposte per decenni: già nel 1948 avevano chiesto informazioni sulla sorte del dipinto e nel 1999 tornarono a occuparsi della vicenda. La ricerca della verità sarebbe proseguita anche negli anni successivi, fino alla battaglia per la restituzione.
La battaglia legale e la restituzione (2017–2023)
Nel nuovo millennio i discendenti dei Lewenstein hanno intensificato la ricerca. Nel 2017 hanno citato in giudizio la Bayerische Landesbank chiedendo la restituzione dell’opera, ora valutata decine di milioni di euro. Nel maggio 2023 una commissione consultiva tedesca sui beni confiscati dai nazisti ha esaminato il caso e ha raccomandato di restituire il dipinto agli eredi, stabilendo che l’asta del 1940 era stata sostanzialmente forzata. In seguito a questa decisione (pur non vincolante, ma accettata dalla banca) la Bayerische Landesbank ha finalmente restituito Das bunte Leben alla famiglia Lewenstein nel giugno 2023. Dopo anni di indagini e ricorsi, l’opera è quindi tornata a “casa” come risultato di una vittoria morale più che patrimoniale per i suoi legittimi proprietari.
L’epilogo all’asta (2026)
A tre anni dalla restituzione, gli eredi Lewenstein hanno deciso di affidare il dipinto a Christie’s per una vendita pubblica. Non è risaputo il nome dell’acquirente. Il risultato storico dell’asta londinese segna la conclusione simbolica di questa vicenda. Come hanno sottolineato gli stessi eredi, questo traguardo resta innanzitutto un riconoscimento delle ingiustizie subite dalla famiglia Lewenstein durante l’Olocausto. L’evento mette quindi insieme due momenti distinti: da un lato la giustizia storica – riconoscere il diritto degli eredi alla proprietà – e dall’altro il valore economico dell’opera nel mercato internazionale, ora tornata protagonista di una nuova storia.



