Dopo i raid ucraini sui data center russi, cala la propaganda online e i contenuti filopalestinesi. Una coincidenza?

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Danni alla struttura Yandex di Vladimir    Photo: courtesy Tech Insider

di Anna Balestrieri

Il danneggiamento di tre strutture informatiche di Yandex ha alimentato interrogativi sull’origine di una parte del traffico politico sui social. Alcuni grafici mostrano una diminuzione delle menzioni di «Free Palestine» e «genocidio», ma non dimostrano un collegamento con le reti russe di disinformazione.

I raid e il calo dell’attività automatizzata

Che cosa succede quando una parte dell’infrastruttura digitale di un Paese viene colpita durante una guerra? La risposta potrebbe non riguardare soltanto i servizi informatici, ma anche il modo in cui le informazioni circolano oltre i confini nazionali. È la domanda sollevata dagli attacchi ucraini contro alcuni data center del gruppo tecnologico russo Yandex, avvenuti tra l’8 e l’11 ottobre.

Tre strutture, situate nelle regioni di Rjazan, Kaluga e Vladimir, sono state colpite da droni. Gli attacchi hanno provocato interruzioni e disservizi, confermati dalla stessa azienda, che gestisce servizi di ricerca, cloud computing e numerose applicazioni utilizzate in Russia.

Nelle ore successive, alcuni osservatori hanno segnalato una brusca diminuzione del traffico automatizzato associato alla rete di Yandex. Secondo i dati di Cloudflare Radar ripresi da Euronews, il traffico automatizzato proveniente da quella rete è sceso sensibilmente dopo gli attacchi, arrivando a registrare domenica una diminuzione di circa il 94% rispetto ai livelli medi della seconda metà di settembre.

Il dato, tuttavia, richiede una precisazione essenziale: il traffico dei bot non coincide con quello degli account automatici che diffondono propaganda sui social network. Una parte consistente dell’attività rilevata è costituita dai cosiddetti web crawler, programmi che esplorano e indicizzano le pagine Internet per consentire ai motori di ricerca di funzionare.

«Free Palestine» e «genocidio»: che cosa mostrano i grafici

La vicenda ha assunto una dimensione politica quando sui social sono circolati grafici che sembravano mostrare una diminuzione delle pubblicazioni contenenti espressioni come «Free Palestine» e «genocidio» dopo i raid. Alcuni utenti hanno interpretato la coincidenza come un possibile indizio del ruolo svolto da reti automatizzate russe nella diffusione dei messaggi contro Israele.

L’ipotesi è suggestiva, ma la documentazione disponibile non consente di considerarla dimostrata. Come hanno segnalato i24NEWS e altri media che hanno esaminato la vicenda, alcuni grafici riguardavano giornate non ancora concluse, circostanza che può alterare sensibilmente i confronti. Inoltre, non è stato dimostrato che le variazioni osservate nelle menzioni di determinate parole siano direttamente riconducibili ai data center colpiti.

Una coincidenza temporale può suggerire una pista investigativa, ma non basta a dimostrare un rapporto di causa ed effetto.

Zelensky e l’ipotesi dei bot russi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha contribuito ad alimentare il dibattito. Intervenendo al Warsaw Security Forum il 12 ottobre, ha sostenuto che, dopo gli attacchi alle infrastrutture russe, sulle piattaforme social fosse diventato «un po’ più facile respirare», con meno odio, divisioni e provocazioni, attribuendo il cambiamento alla diminuzione dei bot.

L’affermazione ha riaperto una questione più ampia: quanto del dibattito politico online sia il risultato dell’attività spontanea degli utenti e quanto, invece, venga amplificato da reti coordinate, automatizzate o riconducibili ad attori statali?

Le verifiche giornalistiche pubblicate il 13 ottobre, tuttavia, invitano alla cautela. Amil Khan, fondatore della società Valent, che monitora reti di disinformazione, ha dichiarato al Guardian di non aver rilevato cambiamenti riconoscibili nei modelli di pubblicazione delle reti che la sua organizzazione segue. Anche altri esperti hanno sottolineato che le operazioni d’influenza possono appoggiarsi a infrastrutture distribuite e connessioni che non dipendono dai data center di Yandex.

Il danneggiamento di queste strutture, pertanto, non costituisce di per sé una prova dell’interruzione delle campagne di disinformazione russe.

Propaganda digitale e organizzazione transnazionale

Il dibattito invita comunque a distinguere due fenomeni spesso sovrapposti. Il primo è la possibile amplificazione artificiale del consenso online attraverso account coordinati, reti automatizzate e contenuti ripetuti su larga scala. Il secondo è l’esistenza di organizzazioni reali che promuovono campagne internazionali, preparano materiali comunicativi e coordinano manifestazioni e iniziative politiche.

Nel secondo caso, la presenza di una struttura organizzativa può essere documentata attraverso associazioni identificabili, comunicazioni interne, materiali preparatori e programmi comuni. Nel primo, invece, occorre analizzare i dati relativi agli account, le modalità di pubblicazione e le reti di interazione, distinguendo le attività automatiche legittime da quelle destinate a manipolare il dibattito.

Le due dimensioni possono coesistere, ma non sono equivalenti. Una campagna internazionale organizzata non è automaticamente una campagna di disinformazione; allo stesso modo, una forte diffusione di contenuti sui social non dimostra che dietro vi sia una regia statale.

Per stabilire se una parte della comunicazione filopalestinese sia stata amplificata artificialmente da reti riconducibili alla Russia, servirebbero analisi indipendenti che colleghino le variazioni osservate agli account responsabili e alle infrastrutture utilizzate.

Un’ipotesi da verificare, non una conclusione

La coincidenza tra i raid sui data center russi e la circolazione di grafici che segnalano un calo di alcune espressioni politiche sui social ha aperto una pista che merita di essere verificata. Ma, allo stato attuale, non permette di concludere che la propaganda filopalestinese sia diminuita perché sono state colpite infrastrutture russe, né che i contenuti in questione fossero prevalentemente opera di bot.

La questione resta rilevante: comprendere chi amplifica i messaggi, attraverso quali reti e con quali strumenti è essenziale per valutare la qualità del dibattito pubblico digitale. La sfida consiste nel distinguere il consenso autentico dall’eventuale amplificazione artificiale, senza confondere una correlazione temporale con una prova.