di Sonia Schoonejans e Andrea Finzi
Al Museo d’arte e di storia ebraica di Parigi (MahJ) Il quadro raffigura un ebreo religioso che tiene nelle mani un cedro e una palma, mentre sulla sua testa è posato, in miniatura, un altro ebreo religioso. L’opera si riferisce a Sukkot ma rimane enigmatica per numerosi dettagli che Pascale Samuel, responsabile delle mostre al MahJ, ha deciso di indagare
Tra le mostre attualmente in corso al Museo d’arte e di storia ebraica di Parigi (MahJ) è di particolare interesse per la sua singolarità quella dedicata ad un unico dipinto di Marc Chagall appartenente alle collezioni del Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf intitolato Jour de fête.
Il quadro risale al 1914, quando l’artista era appena rientrato a casa dei genitori nella città natale di Vitebsk dopo quattro anni di formazione «fauve» e cubista a Parigi. Il dipinto fa parte della cosiddetta «Serie di Vitebsk», un gruppo di opere realizzate in quel periodo che comprende anche Le Marchand de journaux, Au-dessus de Vitebsk e Juif en vert. Essi rappresentano un momento di svolta: dopo l’esperienza cosmopolita e sperimentale della «Ruche» parigina, Chagall si immerge di nuovo nella comunità ebraica della sua infanzia con i suoi riti, i suoi volti e la sua architettura di legno.
Jour de fête è un dipinto a olio su cartone montato su tela, un dettaglio tecnico tipico della produzione più «casalinga» di Chagall durante gli anni di guerra a Vitebsk, quando i materiali pregiati scarseggiavano. È molto probabile che Jour de fête, il titolo con cui l’opera è sempre stata conosciuta, almeno da quando entrò sul mercato occidentale, sia veramente quello originale.
Un indizio significativo è che il museo tedesco ove è stabilmente conservato, cataloga l’opera con il titolo francese anche nella propria banca dati; tuttavia è bene tener presente che spesso le opere di Chagall di questo periodo non avevano un titolo dato dall’artista al momento della creazione bensì «inventato» più tardi da mercanti o collezionisti.
Nel 1915, il dipinto venne acquistato direttamente dal collezionista russo e amico di Chagall Jacob Kagan-Chabchay, che lo tenne fino al 1933 a Mosca ove progettava di creare un museo di arte ebraica; naufragato il progetto, il quadro passò in diverse mani fino a quando, nel 1963, la Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen lo acquistò definitivamente.
Il soggetto
Il quadro raffigura un ebreo religioso che tiene nella mano destra un cedro (etrog) e nell’altra una palma (lulav), mentre sulla sua testa è posato, in miniatura, un altro ebreo religioso. È chiaro che l’opera si riferisca a Sukkot, la festa delle capanne, ma l’opera rimane enigmatica per numerosi dettagli che la breve didascalia che la accompagna, con la data (1914) e gli elementi pittorici, non aiuta a comprendere.
Pascale Samuel, responsabile delle mostre al MahJ, ha deciso quindi di indagare e analizzare l’opera in modo più approfondito. Dopo averne richiesto il prestito per un periodo di diversi mesi fino ad oltre la festa di Sukkot, ha invitato sei personalità con competenze diverse a fornire ciascuna la propria interpretazione. L’allestimento è quindi accompagnato dalle loro analisi sotto forma di registrazioni audio che, dopo una presentazione dell’opera da parte della stessa curatrice, riuniscono lo storico dell’arte Itzhak Goldberg, lo storico Jean Baumgarten, lo studioso di yiddish Arnaud Bikard, l’artista Franck Leibovici, il rabbino e filosofo Marc-Alain Ouaknin e la psicologa Nathalie Zajde.
Ecco, in sintesi, ciascuna di queste voci.
Itzak Goldberg propone tre possibili interpretazioni del quadro: la prima è quella di uno spettatore non ebreo, che sarà attratto dal «limone» nella mano del rabbino; nella seconda uno spettatore ebreo, grazie alla presenza del cedro e del ramo di palma, capisce che si tratta della festa di Sukkot. Rimane però l’enigma del piccolo rabbino sulla testa del personaggio principale. Il terzo punto di vista è quello dello storico dell’arte ebreo che, ricollocando il quadro nel suo contesto, ne svela l’enigma: Goldberg ricorda che l’arrivo di Chagall nel 1914 a Vitebsk avvenne dopo i quattro anni trascorsi a Parigi e, per lui, il piccolo personaggio sulla testa del grande rabbino mette in luce il contrasto tra la vita tradizionale dello shtetl dove è cresciuto e la recente immersione nella modernità.
Jean Baumgarten riconosce l’iconografia codificata della celebrazione di Sukkot insistendo non sul carattere festoso di Sukkot ma piuttosto sulla sua dimensione mistica. Egli ricorda il concetto di «gilgul ha’neshamot» (il ciclo delle anime), molto presente nell’ebraismo hassidico, secondo cui l’anima compie un ciclo attraverso diversi corpi umani ai quali si associa successivamente: secondo questa visione, ogni vita umana si inserisce nella lunga catena di esistenze iniziata con Adamo ed Eva. Partendo dal concetto di reincarnazione, Baumgarten si interessa alla possibilità di «impregnazione», ad esempio quella dell’anima di una grande figura del passato, come un profeta o uno zadik, che si insedia nel corpo di una persona virtuosa per aiutarla o trasmetterle nuove interpretazioni della Torà. Ciò potrebbe spiegare la presenza del piccolo rabbino appollaiato sul cranio dell’uomo avvolto nel suo tallet. Inoltre, la festa di Sukkot è un momento particolarmente propizio per questa venuta, poiché secondo la tradizione la capanna protegge l’ospite.
Arnaud Bikard, dal canto suo, sottolinea quanto l’opera di Chagall sia permeata dalla tradizione e dalla lingua yiddish. La sua riflessione si articola su due livelli: uno linguistico e l’altro spirituale. Per illustrare l’intimo rapporto che Chagall intratteneva con la sua lingua madre e l’uso che ne faceva nella sua pittura, cita l’esempio del famoso quadro Cow with parasol (1946) in cui si vede una mucca volare sopra i tetti, il che rimanda direttamente a un proverbio yiddish che esprime l’incredulità: «A ku iz gefloygn ibern dakh… …un geleygt an ey (una mucca è volata sopra il tetto… e ha deposto un uovo). Inoltre, Bikard osserva che Jour de fête raffigura solo due dei quattro elementi del rituale di Sukkot. Mancano il mirto e il ramo di salice, ma esiste un’espressione in yiddish che associa il ramo di palma e il cedro (i due elementi presenti nel quadro) quando si tratta di contrapporre due oggetti o due persone di diversa grandezza. Nel quadro, il piccolo rabbino in levitazione rappresenterebbe il cedro mentre il personaggio alto è proporzionato al lungo ramo di palma. Per quanto riguarda l’interpretazione spirituale, essa si ricollega alla tradizione secondo cui durante una festa o durante lo Shabbat, il credente è dotato di un’anima in più che permette l’elevazione spirituale. Ebbene, il piccolo rabbino è collocato proprio nel punto in cui si posiziona la parte superiore dei tefillin, in sostanza la sede dell’anima. Secondo Bikard, il piccolo rabbino potrebbe essere proprio questa seconda anima.
Marc Alain Ouaknin esamina ulteriori dettagli del quadro notando, ad esempio, che l’uomo avvolto nel suo talit non indossa i tefillin, come prescritto di Shabbat o per un giorno di festa, proprio come dice il titolo, e cammina verso quello che si intuisce essere il luogo di preghiera. L’uomo della tradizione cammina da destra a sinistra, nel senso della scrittura ebraica, mentre il piccolo rabbino appollaiato sulla sua testa gli volta le spalle e cammina nella direzione opposta, quella della scrittura latina. Ouaknin vi percepisce la necessaria tensione fra tradizione e modernità, fra trasmissione ed emancipazione, ma nota che il piccolo rabbino, pur essendo impegnato nella modernità, si appoggia al personaggio principale, l’uomo della tradizione, come su di un piedestallo, con «suole di memoria». Nell’analisi di Ouaknin, il quadro diventa una meditazione sull’esistenza stessa.
Franck Leibovici si interessa in particolare alle ombre e alle luci. Infatti, le ombre, dalle forme cubiste, rimandano a oggetti che non esistono nel quadro, come rimasti fuori campo. Alcune di queste ombre si fermano a filo del muro, ma quale muro, dato che il personaggio principale sembra trovarsi all’aperto? Le luci illuminano mezzo volto, mezzo cedro, ma da dove provengono? Analizzando in dettaglio tutto ciò che sfugge al realismo, Leibovici ricollega Jour de fête alla corrente metafisica della quale De Chirico era già il massimo esponente.
Nathalie Zajde si interessa principalmente al piccolo personaggio appoggiato sulla testa del rabbino; in esso vede l’affermazione di una frase cara a Chagall: «Scegli un maestro». Per Chagall si trattava di Léon Bakst (Lev Samoilovich Bakst), il grande pittore, scenografo e costumista dei Balletti Russi, suo insegnante e prima fondamentale guida artistica. Sarebbe quindi lui a continuare a guidare il giovane pittore, e Zajde arriva persino a immaginare nell’ombra che ricopre il braccio destro dell’omino una piccola tela, forse la futura opera di Chagall? La mostra, che resterà aperta fino al 1° novembre 2026, rappresenta una originale ed efficace interpretazione della missione del MahJ: far conoscere non solo le opere degli artisti ebrei ma anche confrontare interpretazioni e sensibilità diverse in una continua discussione, elemento fondamentale della cultura ebraica.



