di Davide Cucciati
Nel settembre del 2011, in occasione del decimo anniversario degli attentati, Rav Jonathan Sacks z’’l trattò il tema della fragilità occidentale, in un articolo pubblicato sul Times. Una riflessione profonda sulla fragilità dell’Occidente,in cui dopo aver identificato il nemico, chiedeva all’Occidente di rivolgere per un momento lo sguardo verso sé stesso.
Venticinque anni dopo, una delle domande più scomode sull’attentato terroristico dell’11 settembre è perché Osama bin Laden riteneva che dietro la potenza economica, tecnologica e militare americana si nascondesse una civiltà ormai indebolita, incapace di credere fino in fondo nei valori sui quali era stata costruita. Lo aveva detto esplicitamente già nel 1998: “Nell’ultimo decennio abbiamo visto il declino del governo americano e la debolezza del soldato americano”, richiamando le ritirate statunitensi dal Libano e dalla Somalia come prova di una potenza che, a suo giudizio, non possedeva più la volontà di sopportare a lungo perdite e sacrifici.
Nel settembre del 2011, in occasione del decimo anniversario degli attentati, Rav Jonathan Sacks z’’l trattò il tema della fragilità occidentale, in un articolo pubblicato sul Times e intitolato The 9/11 attacks are linked to a wider moral malaise. Oggi, alla vigilia dei venticinque anni dall’attacco terroristico, il Rabbi Sacks Legacy ha scelto di riproporre proprio quel testo. Rileggerlo significa inevitabilmente confrontarlo anche con ciò che è accaduto nel frattempo.
Sacks partiva dal dolore. Dalle vite perdute, dalle famiglie devastate, da quella che definiva la “barbarica ingegnosità del male”. Ma insieme alla ferita lasciata dall’11 settembre, scriveva, c’era una seconda cosa che continuava a tormentarlo: l’incapacità dell’Occidente di comprendere che cosa Osama bin Laden stesse dicendo dell’Occidente stesso. “Non ascoltammo il messaggio allora”, osservava Sacks. E dieci anni dopo non era ancora sicuro che lo avessimo ascoltato.
Dopo l’11 settembre si erano imposte soprattutto due interpretazioni. Secondo la prima, il mondo era entrato in una nuova epoca: conclusa la Guerra fredda, l’“Islam radicale e politico” aveva preso il posto del comunismo come principale minaccia per l’Occidente. Secondo l’altra, per quanto terribile, l’11 settembre non aveva modificato il corso della storia: il terrorismo poteva uccidere migliaia di persone e seminare paura, ma difficilmente avrebbe raggiunto i suoi grandi obiettivi politici.
Sacks ne proponeva una terza. Al-Qaeda aveva attaccato l’America perché riteneva che l’America fosse attaccabile. Bin Laden vedeva negli Stati Uniti una potenza che aveva ormai superato il proprio apogeo.
Due letture opposte del 1989

Per comprenderne la logica, Sacks tornava al 1989. Per l’Occidente era stato l’anno della vittoria: la caduta del Muro di Berlino, il crollo del comunismo e la conclusione della Guerra fredda sembravano dimostrare la superiorità della democrazia liberale e dell’economia di mercato. Era il clima nel quale Francis Fukuyama poteva parlare di “fine della storia”. Ma gli stessi avvenimenti potevano essere raccontati in un altro modo: nel febbraio del 1989 l’Unione Sovietica aveva completato il ritiro dall’Afghanistan dopo quasi dieci anni di guerra. Per Bin Laden, nella ricostruzione di Sacks, quella era stata la lezione decisiva: una superpotenza poteva essere costretta alla ritirata dalla resistenza di un numero relativamente piccolo di combattenti fortemente motivati. Se era accaduto all’Unione Sovietica, perché non avrebbe potuto accadere agli Stati Uniti?
In un altro testo pubblicato negli stessi giorni del 2011, Ten years on, Sacks sviluppava ulteriormente questa lettura attraverso un concetto preso dallo storico e filosofo musulmano medievale Ibn Khaldun: asabiyah, traducibile approssimativamente come “coesione sociale”: “solo una società tenuta unita da un forte legame morale, da asabiyah, aveva qualche possibilità di successo nel lungo periodo.”
Quando l’“io” prevale sul “noi”
Per analizzare il contesto post 11 settembre, Sacks guardava non agli ideologi jihadisti, ma all’Occidente stesso.
Richiamava innanzitutto Alasdair MacIntyre, che già nel 1981, in After Virtue, aveva descritto la frammentazione del discorso morale occidentale. Venuta meno una grammatica condivisa del bene, diverse concezioni morali continuavano a confrontarsi senza possedere più un linguaggio comune attraverso il quale risolvere i loro conflitti.
La crisi descritta da Sacks era una crisi del legame. La disgregazione della famiglia, il declino dell’autorità, l’indebitamento privato, il crollo di istituzioni finanziarie, la perdita di onore, lealtà e integrità, l’indebolimento dell’identità nazionale erano per lui manifestazioni differenti di uno stesso fenomeno.
Lo condensava in una formula semplicissima: quando il “Me”, l’io, prende il sopravvento sul “We”, il noi, e il piacere di oggi sulla sostenibilità di domani, una società è in difficoltà. Arrivava così alla frase più provocatoria dell’articolo: se quella diagnosi era corretta, “il nemico non è l’Islam radicale: siamo noi”, con la nostra ormai insostenibile autoindulgenza.
Sacks non stava spostando sugli americani la responsabilità degli attentati, né relativizzando la responsabilità morale dei terroristi. Al contrario, aveva aperto l’articolo parlando del male dell’11 settembre in termini inequivocabili. La sua distinzione era un’altra: una cosa è la responsabilità dell’aggressore, un’altra la vulnerabilità di chi viene aggredito. Riconoscere la prima non esime dal domandarsi che cosa renda possibile la seconda.
Ed è precisamente qui che la riflessione sull’11 settembre rivela alcune delle sue radici più profondamente ebraiche.
Charut e cherut: la disciplina della libertà
Sacks sosteneva che l’Occidente doveva riscoprire le condizioni morali senza le quali la libertà finisce per consumare sé stessa.
In un suo commento alla parasha Ki Tissà, Rav Sacks parte da un celebre insegnamento dei Pirkei Avot. La Torah descrive la scrittura delle Tavole come charut, “incisa”. I Maestri riflettono sulla parola: non leggere charut, inciso, ma cherut, libertà.
Sacks distingue la semplice assenza di costrizione, chofesh, dalla libertà di una società, cherut. Se ciascuno fosse libero semplicemente di fare ciò che desidera, non avremmo necessariamente una società libera. La libertà collettiva richiede una legge; ma se la legge viene vissuta soltanto come una forza esterna, libertà e legge rimangono in conflitto. Una società è realmente libera quando le sue regole fondamentali non vengono rispettate soltanto per paura, ma sono state studiate, comprese e interiorizzate, incise nel cuore per l’appunto. Quando, cioè, la legge morale è diventata parte di chi siamo. Per Sacks questa è cherut: una libertà resa possibile dall’autodisciplina.
Rilette in questa prospettiva, le ultime righe dell’articolo sull’11 settembre acquistano un significato più preciso.
L’Occidente, scriveva Sacks, aveva impiegato enormi energie e mostrato grande coraggio nel combattere il terrorismo in patria e nelle guerre in Afghanistan e Iraq. Molto meno aveva investito nella rigenerazione delle istituzioni nelle quali si forma e si conserva il capitale morale di una società: famiglie, comunità, codici etici, standard della vita pubblica.
Il problema era dunque la libertà separata dalla responsabilità che la rende sostenibile. Una società può moltiplicare indefinitamente le possibilità di scelta dell’individuo e diventare contemporaneamente meno capace di rispondere alla domanda: che cosa ci dobbiamo gli uni agli altri?
Non fermarsi alla colpa degli altri
C’è un secondo elemento della tradizione ebraica che aiuta a comprendere il ragionamento di Sacks: il rifiuto di lasciare che sia soltanto il nemico a definire la nostra storia.
In un altro suo insegnamento, On Not Being a Victim, Sacks ricordava la formula durissima che gli ebrei ripetono nella preghiera: mipnei chata’einu galinu me’artzeinu, “a causa dei nostri peccati siamo stati esiliati dalla nostra terra”. Yirmiyahu, osservava, non invitò Israele a considerarsi semplicemente vittima dei Babilonesi. La domanda decisiva diventava: che cosa possiamo fare noi, adesso?
Rav Sacks invitava a distinguere il passato, sul quale non abbiamo più potere, dal futuro, nel quale rimaniamo agenti morali. “Perché è successo?” è una domanda necessaria. Ma esiste anche una seconda domanda: “Che cosa farò adesso?”.
È difficile non riconoscere lo stesso ragionamento nel suo articolo sull’11 settembre. Al-Qaeda aveva colpito l’America. La responsabilità apparteneva ad al-Qaeda. Ma Sacks rifiutava che l’analisi terminasse lì. Dopo aver identificato il nemico, chiedeva all’Occidente di rivolgere per un momento lo sguardo verso sé stesso.
La goccia e la roccia
L’Occidente, in fondo, non è un soggetto astratto. È fatto di milioni di persone e delle abitudini che ripetono. E forse un antico racconto rabbinico permette di riportare la domanda di Sacks dalla scala delle civiltà alla responsabilità di ciascuno.
Un antico testo della tradizione rabbinica, Avot de-Rabbi Natan, racconta che Rabbi Akiva, prima di diventare uno dei più grandi Maestri d’Israele, a quarant’anni non aveva ancora studiato Torah. Un giorno, presso un pozzo, vide una pietra scavata e domandò chi fosse riuscito a inciderla. Gli indicarono l’acqua che vi cadeva continuamente, giorno dopo giorno. Rabbi Akiva ragionò allora così: se l’acqua, così morbida, poteva incidere la dura pietra, a maggior ragione le parole della Torah, dure come il ferro, avrebbero potuto incidere il suo cuore di carne. E cominciò a studiare.
È un’immagine che può essere letta anche come un invito rivolto a ciascuno di noi. La forza della goccia non sta nella violenza dell’urto, ma nella sua continuità.
Quando si parla di crisi dell’Occidente, di perdita dei valori o di ricostruzione di una società, la tentazione è quella dei grandi discorsi. Dichiarazioni solenni, appelli pubblici, manifesti, proclami sulla civiltà da difendere sono importanti e, talvolta, necessari. Ma una società cambia quando comincia nuovamente a praticare i propri valori, anche lontano dai riflettori: quando qualcuno si assume una responsabilità, mantiene una promessa, accetta un limite o compie un dovere che sarebbe più comodo evitare. Quando un gesto di lealtà, di giustizia o di cura viene ripetuto senza pubblico e senza applausi. Sono azioni minuscole se confrontate con i grandi processi della Storia e sembrano incapaci di modificarli. Come una singola goccia d’acqua sembra incapace di lasciare un segno sulla pietra; eppure la pietra, alla fine, cambia.
Forse anche le “discipline morali della libertà” invocate da Sacks vanno cercate innanzitutto qui: meno nella proclamazione vistosa dei valori e più nella loro pratica quotidiana. Se una civiltà vuole ritrovare un “noi”, questo non nascerà soltanto dai discorsi pubblici. Comincia dalle scelte, molto meno spettacolari, delle persone che la compongono.
Venticinque anni dopo: qualcosa è cambiato?
Sono trascorsi quindici anni dall’articolo di Sacks e venticinque dall’11 settembre.
L’Occidente ha seguito la strada tracciata da Rav Sacks?
Ha ricostruito la fiducia nelle proprie istituzioni e la capacità di riconoscere un bene comune? Ha rafforzato le comunità nelle quali si impara che essere liberi significa anche essere responsabili gli uni degli altri? Ha ritrovato un linguaggio condiviso che consenta a società sempre più plurali di discutere non soltanto dei mezzi, ma anche dei fini? Il “noi” è oggi più forte rispetto al “me”?
La risposta è tutt’altro che scontata.
C’è un luogo nel quale quella domanda ha assunto, dopo la morte di Sacks, una forza particolare: l’Afghanistan.
Era dall’Afghanistan che, nella sua ricostruzione, Bin Laden aveva tratto una delle lezioni decisive della propria vita. Nel 1989 aveva visto l’Unione Sovietica ritirarsi dopo quasi dieci anni di guerra e aveva interpretato quella ritirata come la dimostrazione che anche una superpotenza poteva essere logorata da combattenti abbastanza determinati. Sacks non vide come sarebbe finita la guerra afghana iniziata dopo l’11 settembre. Morì il 7 novembre 2020. Nove mesi dopo, il 15 agosto 2021, Kabul tornò nelle mani dei talebani; alla fine di quello stesso mese gli Stati Uniti completarono il ritiro delle proprie forze, dopo vent’anni di presenza nel Paese.
Non possiamo sapere come Sacks avrebbe interpretato quelle immagini. Sarebbe semplicistico presentare l’esito del ventennale intervento occidentale in Afghanistan come la dimostrazione della diagnosi che aveva formulato dieci anni prima. Ma è doveroso analizzare quell’evento storico ben oltre la strategia e la tattica militare. Una civiltà può possedere mezzi militari, tecnologici ed economici immensi; più difficile è sapere per quale fine impiegarli, quali sacrifici sia disposta a sostenere e quale idea di società intenda difendere o costruire. Qui la questione strategica torna a incontrare quella morale posta da Sacks. Definire un fine comune richiede, infatti, qualcosa che precede la strategia: una visione sufficientemente condivisa e interiorizzata di ciò che una società considera degno di essere difeso e dei sacrifici che è disposta a sostenere per farlo. Significa possedere, pur nella pluralità, un linguaggio comune attraverso il quale discutere dei fini.
Il problema dell’intervento afghano fu anche, progressivamente, quello di uno scopo sempre più difficile da definire e da interiorizzare come fine comune: sconfiggere al-Qaeda, impedire il ritorno dei talebani, costruire istituzioni democratiche, trasformare la società afghana, impedire che il Paese tornasse a essere un rifugio per il terrorismo.
Così l’Afghanistan chiude quasi tragicamente il cerchio. Da lì Bin Laden aveva creduto di aver appreso che le superpotenze possono essere logorate. Lì l’Occidente, vent’anni dopo l’11 settembre, ha dovuto fare i conti con i limiti della propria potenza: la superiorità militare non può, da sola, stabilire il fine per il quale quei mezzi devono essere impiegati. La conclusione di Sacks era un appello alla capacità dell’Occidente di rinnovarsi.
Se prendiamo sul serio la lezione della goccia e della roccia, questo invito riguarda anche noi, nelle azioni concrete che scegliamo di ripetere ogni giorno.



