Trump lega il nucleare saudita al riconoscimento di Israele

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di Anna Balestrieri

La Casa Bianca ha trasmesso al Congresso americano l’accordo con l’Arabia Saudita sulla cooperazione nucleare civile, ma Donald Trump ha ribadito che l’intesa potrà entrare pienamente in vigore soltanto se Riad accetterà di normalizzare i rapporti con Israele.

L’accordo, raggiunto a luglio, consentirebbe alle aziende statunitensi di esportare in Arabia Saudita tecnologia destinata alla produzione di energia nucleare civile. Il progetto avrebbe un valore di decine di miliardi di dollari e prevede, tra l’altro, la costruzione di reattori AP1000.

La decisione di inviare l’intesa al Congresso apre ora una procedura di esame che durerà 90 giorni di seduta. Se il Congresso non dovesse opporsi entro questo periodo, l’accordo potrebbe entrare in vigore.

Il nucleare come leva diplomatica

Il punto politicamente più rilevante è però un altro. L’amministrazione Trump ha chiarito che la cooperazione nucleare e la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele vengono considerate parti dello stesso accordo strategico.

«La posizione del presidente non è cambiata», ha dichiarato un funzionario dell’amministrazione americana: l’accordo potrà procedere soltanto se l’Arabia Saudita aderirà agli Accordi di Abramo.

Gli Accordi di Abramo, promossi dagli Stati Uniti durante il primo mandato di Trump, portarono nel 2020 e nel 2021 alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. L’Arabia Saudita, però, è rimasta fuori da quel processo.

Per Washington, ottenere oggi la firma di Riad rappresenterebbe un risultato di portata molto maggiore rispetto agli accordi precedenti: l’Arabia Saudita è la principale potenza araba del Golfo e il suo riconoscimento di Israele avrebbe un peso politico e strategico particolarmente significativo.

Riad chiede uno Stato palestinese

La posizione saudita rimane tuttavia distante da quella israeliana. Riad ha chiesto come condizione per il riconoscimento di Israele un percorso irreversibile verso la creazione di uno Stato palestinese.

Il negoziato era sembrato vicino a una svolta già nel 2023, quando Washington lavorava a un grande accordo che avrebbe combinato garanzie di sicurezza americane per l’Arabia Saudita, cooperazione nucleare e normalizzazione con Israele.

L’attacco del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno però modificato radicalmente il quadro diplomatico. Da allora, per la leadership saudita, la questione palestinese è diventata ancora più centrale.

Il nuovo accordo nucleare riporta dunque sul tavolo una trattativa che Washington considera strategica, ma sulla quale Riad continua a legare il riconoscimento di Israele alla prospettiva palestinese.

Il nodo della proliferazione nucleare

Esiste poi una seconda questione, questa volta legata alla sicurezza internazionale.

Alcuni esponenti democratici del Congresso e organizzazioni impegnate nella non proliferazione nucleare hanno criticato l’accordo perché, secondo quanto riportato, non impedirebbe esplicitamente all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio o di riprocessare il combustibile nucleare esausto.

Si tratta di due tecnologie civili che, se utilizzate in determinate condizioni, possono fornire anche le capacità tecniche necessarie alla produzione di materiale fissile per un’arma nucleare.

Il precedente è quello degli Emirati Arabi Uniti, che nel loro accordo nucleare con Washington del 2009 accettarono restrizioni particolarmente severe, considerate il cosiddetto “gold standard” della non proliferazione.

L’amministrazione Trump sostiene invece che l’intesa con Riad contenga le misure di non proliferazione richieste dalla legge americana.

Il rischio di separare le due condizioni

Il passaggio dell’accordo al Congresso crea però una possibilità politicamente delicata: che il procedimento legislativo finisca per separare la cooperazione nucleare dalle condizioni politiche fissate dalla Casa Bianca.

Secondo Henry Sokolski, direttore del Nonproliferation Policy Education Center, l’avvio della procedura potrebbe infatti consentire al Congresso di far avanzare l’accordo anche senza ottenere contemporaneamente il riconoscimento di Israele e ulteriori garanzie contro la proliferazione.

È un rischio che mette in evidenza una contraddizione intrinseca nella strategia americana: utilizzare la tecnologia nucleare civile come incentivo diplomatico può rafforzare l’influenza di Washington, ma può anche rendere più difficile mantenere tutte le condizioni politiche e di sicurezza legate all’accordo.

 

Un triangolo fra Washington, Riad e Gerusalemme

La partita coinvolge così tre capitali e tre interessi differenti.

Washington vuole consolidare la propria posizione in Medio Oriente, rafforzare l’alleanza con l’Arabia Saudita e ottenere un risultato storico sul fronte della normalizzazione con Israele.

Riad vuole ottenere tecnologia nucleare e una più ampia partnership strategica con gli Stati Uniti, ma senza rinunciare alla propria posizione sulla questione palestinese.

Israele, infine, avrebbe un interesse evidente in un eventuale riconoscimento saudita: la normalizzazione con Riad potrebbe rappresentare il più importante passo degli Accordi di Abramo e ridisegnare gli equilibri diplomatici del Medio Oriente.

Ma proprio perché il dossier nucleare, quello palestinese e quello della normalizzazione sono stati intrecciati, ogni concessione su un fronte rischia di avere conseguenze sugli altri.

Il vero negoziato, dunque, non riguarda soltanto la costruzione di reattori nucleari. Riguarda l’architettura politica del Medio Oriente che gli Stati Uniti intendono costruire nei prossimi anni.