Eroi dal cielo: gli ebrei che scelsero di tornare nell’inferno per salvare altri ebrei

Libri

di Nina Deutsch
Il giornalista e scrittore israelo-canadese Matti Friedman ricostruisce la storia dei giovani volontari ebrei che nel 1944 si lanciarono nell’Europa occupata dai nazisti per una missione quasi impossibile, destinata a diventare uno dei miti fondativi di Israele.

 

Ci sono storie che sembrano destinate a scomparire negli archivi, soffocate dall’immensità della Storia. E poi ci sono quelle che, decenni dopo, riaffiorano con una forza sorprendente, costringendoci a riconsiderare ciò che pensavamo di sapere sul coraggio, sul sacrificio e perfino sul significato stesso dell’eroismo. È il caso di Out of the Sky: Heroism and Rebirth in Nazi Europe (Editore Spiegel & Grau; pagg. 256; 20,15 euro).

La vicenda al centro del libro ha il sapore dell’impossibile. Nella primavera del 1944, mentre lo sterminio degli ebrei europei era ormai al culmine, trentasette giovani volontari ebrei, rifugiatisi nella Palestina sotto Mandato britannico dopo essere fuggiti dall’Europa, decisero di fare il percorso inverso. Non cercarono la salvezza, ma scelsero deliberatamente di tornare nel continente occupato dai nazisti, lanciandosi con il paracadute oltre le linee nemiche.

La loro era una missione dai contorni sfuggenti fin dall’inizio. Per gli ufficiali britannici dell’MI9, che organizzarono l’operazione dal Cairo, quei giovani rappresentavano risorse preziose per raccogliere informazioni e sostenere la resistenza nei territori occupati. Per i dirigenti del movimento sionista, invece, il significato era ben diverso: riportare uomini e donne tra le comunità ebraiche europee, offrire aiuto ai sopravvissuti, creare contatti per il dopoguerra e, soprattutto, dimostrare che gli ebrei non erano soltanto vittime della persecuzione.

Nemmeno all’interno della leadership sionista esisteva una visione condivisa. C’era chi immaginava i paracadutisti come futuri istruttori militari della resistenza ebraica, chi pensava che dovessero semplicemente aiutare i perseguitati a sopravvivere fino alla liberazione e chi, come David Ben-Gurion, guardava già oltre la guerra, vedendo in loro i primi artefici della futura immigrazione verso quello che sarebbe diventato lo Stato di Israele. Le reclute partirono senza avere un obiettivo perfettamente definito. Ma nessuno rinunciò.

Dopo un intenso addestramento in Palestina e al Cairo – dove impararono tecniche di sabotaggio, trasmissioni radio, codice Morse e sopravvivenza dietro le linee nemiche – raggiunsero l’Italia liberata. Da lì iniziarono i lanci verso Ungheria, Slovacchia, Jugoslavia e altri territori occupati.

Friedman sceglie di raccontare questa vicenda attraverso quattro figure emblematiche: Hannah_Szenes (nella foto), Enzo Sereni, Haviva Reik e Haim Hermesh. Ognuno rappresenta un diverso modo di vivere la stessa missione impossibile.

La più celebre è senza dubbio Hannah Szenes, appena ventitreenne. Poetessa, idealista e simbolo nazionale in Israele, cercò di raggiungere Budapest per aiutare gli ebrei ungheresi proprio mentre la deportazione verso Auschwitz stava assumendo proporzioni gigantesche. Arrestata quasi subito, fu torturata senza mai rivelare i codici radio che custodiva e venne infine fucilata nel novembre del 1944. La sua figura è entrata nella memoria collettiva anche grazie alla poesia Ashrei Hagafrur (“Benedetto sia il fiammifero che si consuma nell’accendere la fiamma”), una delle testimonianze più intense lasciate dalla Resistenza ebraica. Quel fiammifero diventa il simbolo di un gesto destinato forse a non cambiare il corso degli eventi, ma capace di illuminare il futuro.

Accanto a lei emerge la figura di Enzo Sereni, nato in una famiglia ebraica italiana di grande prestigio, intellettuale e cofondatore del kibbutz Givat Brenner. Anche lui si lanciò nell’Europa occupata sapendo che le probabilità di sopravvivere erano minime. Catturato dai tedeschi, fu deportato a Dachau, dove venne ucciso nel 1944. Haviva Reick, invece, partecipò all’insurrezione slovacca prima di essere arrestata e giustiziata. Soltanto Haim Hermesh riuscì a sopravvivere e a raccontare ciò che era realmente accaduto.

Il bilancio operativo della missione appare, almeno sulla carta, quasi fallimentare. Dodici volontari furono catturati; cinque tornarono vivi dalla prigionia, tre vennero giustiziati e quattro morirono nei campi di concentramento. Nessuna operazione militare cambiò l’andamento della guerra, nessun grande salvataggio riuscì a fermare la macchina dello sterminio. È proprio questa apparente sproporzione tra risultati concreti e valore simbolico che affascina Friedman.

L’autore ha ricostruito la vicenda consultando migliaia di documenti originali, lettere private, diari, archivi militari britannici e israeliani, oltre a compiere un lungo viaggio nei luoghi attraversati dai protagonisti: Italia, Austria, Germania, Ungheria e Slovacchia. Il risultato è un’indagine storica rigorosa che, al tempo stesso, possiede il ritmo di un romanzo.

Il nodo centrale del libro, infatti, non riguarda soltanto ciò che quei giovani riuscirono o non riuscirono a fare. La domanda è un’altra: perché sono diventati eroi se la loro missione non raggiunse gli obiettivi militari prefissati?

La risposta proposta da Friedman è tanto semplice quanto profonda. Il loro lascito non consiste nelle operazioni compiute sul campo, ma nella storia che hanno consegnato alle generazioni successive. Attraverso le loro vite si afferma un’immagine diversa dell’ebreo durante la Shoah: non soltanto vittima inerme, ma individuo capace di scegliere, rischiare e combattere anche quando ogni speranza sembra perduta.

Non sorprende che, ancora oggi, Israele custodisca con particolare devozione la memoria di questi volontari. Decine di strade portano il nome di Hannah Szenes, mentre kibbutz come Netzer Sereni, Yad Hanna e Lahavot Haviva ricordano altri protagonisti della missione. Più che semplici commemorazioni, sono il segno di un’eredità morale che continua a interrogare il presente.

Premiato con il Natan Fund Notable Book Award, Out of the Sky non è soltanto un libro di storia militare o un saggio sulla Shoah. È una riflessione sul confine sottile tra mito e realtà, tra successo e fallimento, mostrando come, talvolta, siano proprio le storie apparentemente perdenti a esercitare l’influenza più duratura. Friedman ricorda che la memoria collettiva non nasce esclusivamente dalle vittorie, ma anche da quei gesti che, pur incapaci di cambiare il destino immediato, finiscono per trasformare il modo in cui un popolo racconta sé stesso.

 

Matti Friedman, Out of the Sky: Heroism and Rebirth in Nazi Europe, Editore Spiegel & Grau; pagg. 256; 20,15 euro).