di Nina Deutsch
Aveva 30 anni e, secondo amici e familiari, non era mai riuscito a superare la perdita di Liron Barda, uccisa nel massacro del festival Nova. La sua storia riporta alla luce le ferite psicologiche ancora aperte lasciate dall’attacco.
«Bar Asraf è stato trovato morto, apparentemente suicida, sulla tomba della fidanzata uccisa nella strage del 7 ottobre». È il titolo del Jerusalem Post che accompagna una delle notizie più strazianti pubblicate negli ultimi mesi. Talmente dolorosa che il quotidiano israeliano apre l’articolo con un’avvertenza ai lettori: il contenuto contiene riferimenti al suicidio e alla salute mentale e potrebbe risultare particolarmente difficile da leggere.
Bar Asraf aveva trent’anni e viveva a Sha’arei Tikva, in Israele. Da quasi due anni conviveva con un dolore che, secondo familiari e amici, non era mai riuscito davvero a superare: la perdita di Liron Barda, la donna che amava, uccisa il 7 ottobre 2023 durante il massacro compiuto da Hamas al festival musicale Nova, vicino a Re’im.
Liron era la responsabile del bar dell’evento. Quando iniziò l’attacco non cercò subito la fuga. Rimase invece ad assistere i feriti, prestando i primi soccorsi a chi aveva bisogno. Continuò ad aiutare gli altri fino a quando fu a sua volta uccisa.

Da allora, raccontano i suoi cari, Bar aveva continuato a vivere portando dentro di sé quella ferita. Aveva persino tatuato il nome e il volto di Liron sul proprio corpo e manteneva uno stretto rapporto con la famiglia della ragazza, portando fiori sulla sua tomba e facendole visita con regolarità.
A raccontare gli ultimi momenti è stata la sorella Lihi, intervistata dal sito israeliano Walla. La famiglia stava partecipando al matrimonio del fratello quando Bar si è allontanato senza destare particolari sospetti. «Pensavo fosse andato a stare da solo a riflettere, come faceva spesso», ha spiegato.
Passata più di un’ora, però, i familiari hanno iniziato a cercarlo. Dopo aver controllato i luoghi più probabili, hanno deciso di raggiungere il cimitero. Sapevano che Bar amava fermarsi sulla tomba di Liron per parlarle.
È lì che lo hanno trovato.
«Mia sorella mi ha detto di andare avanti io. Quando mi sono avvicinata l’ho visto disteso accanto alla tomba. Gli ho detto: “Bar, alzati, cosa stai facendo?”. Poi ho capito che era coperto di sangue», ha raccontato con dolore.
Accanto al corpo c’era una pistola. Il padre ha tentato immediatamente di rianimarlo mentre i soccorritori del Magen David Adom cercavano disperatamente di salvarlo. Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile.
«È morto nel luogo in cui desiderava essere più di ogni altro, accanto alla donna con cui avrebbe voluto trascorrere la vita», ha detto ancora la sorella.
Chi lo conosceva fatica ancora oggi a spiegare quel gesto. All’esterno Bar appariva sorridente, disponibile, sempre pronto ad aiutare gli altri. Organizzava raccolte di viveri per i soldati, acquistava cibo per le persone in difficoltà e, solo pochi giorni prima, aveva partecipato con entusiasmo ai festeggiamenti per il matrimonio del fratello.
«Sembrava stesse reagendo», ha ricordato la madre Bracha. «Poi mi aveva confidato soltanto una cosa: “Mamma, è dura senza Liron. Mi manca terribilmente. Nessuno può prendere il suo posto”».
Per la famiglia, Bar e Liron erano molto più di una coppia. Erano «anime gemelle fin dall’infanzia», legate da un rapporto costruito negli anni. Se lui attraversava un momento difficile, era lei la prima ad ascoltarlo e a sostenerlo. Quando Bar si trovava in Colombia, Liron gli aveva perfino fatto una sorpresa raggiungendolo dall’altra parte del mondo.
Il 7 ottobre, appena seppe dell’attacco al festival Nova, Bar si mise in macchina tentando di raggiungere Re’im nella speranza di salvarla. Durante il tragitto, però, comprese che ormai non c’era più nulla da fare e fu costretto a tornare indietro.
Secondo la sorella, quella giornata non ha mai smesso di perseguitarlo.
«La gente deve capire che cosa ha lasciato quella strage nelle persone», ha detto. «Non ha colpito solo chi era presente quel giorno.»
Parole che trovano eco anche nella dichiarazione di Shiran Maor, presidente dell’organizzazione SafeHeart, che offre sostegno psicologico ai sopravvissuti del 7 ottobre e ai loro familiari.
«Il trauma non riguarda soltanto chi è sopravvissuto agli attacchi», ha spiegato. «Anche partner, genitori, fratelli e amici convivono ogni giorno con conseguenze profonde della perdita e del trauma».
Il Consiglio locale di Sha’ar Shomron ha espresso pubblicamente il proprio cordoglio, stringendosi attorno alla famiglia Asraf in quello che ha definito «un immenso dolore».



