di Davide Cucciati
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita. Ma la mancata chiarezza sulla necessità che i sauditi aderiscano agli Accordi di Abramo, così come i timori di un’Arabia con arma nucleare, lasciano molti interrogativi aperti. (Nella foto Donald Trump e Mohammed Bin Salman alla Casa Bianca. Fonte: X).
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita.
L’intesa apre alle imprese americane la possibilità di partecipare alla costruzione dei reattori del regno e lascia aperta la possibilità che Riyad sviluppi in futuro capacità di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Il 23 luglio, il giorno successivo alla firma, Donald Trump ha però dichiarato che l’accordo avrebbe potuto procedere soltanto se l’Arabia Saudita avesse aderito agli Accordi di Abramo e normalizzato le relazioni con Israele. Il presidente americano ha inoltre sostenuto che il programma saudita non avrebbe previsto attività di arricchimento. Tuttavia, queste condizioni non risultano inserite nel documento firmato.
Il 24 luglio Trump ha riconosciuto di non aver menzionato la condizione relativa agli Accordi di Abramo al segretario americano all’Energia Chris Wright prima della firma dell’accordo. Il 28 luglio Axios ha riferito che Trump non aveva discusso la nuova condizione con i dirigenti sauditi e che, secondo una fonte con conoscenza diretta della vicenda, il testo destinato al Congresso non conterrà alcuna clausola che subordini l’accordo alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Il punto centrale della vicenda riguarda quindi la distanza tra il contenuto giuridico dell’accordo e le condizioni politiche con cui Trump afferma di volerne subordinare l’attuazione. Questa incertezza alimenta le preoccupazioni israeliane, lascia Riyad in una posizione difficile e affida al Congresso l’esame di un documento che non contiene le garanzie annunciate pubblicamente dalla Casa Bianca.
Il nodo dell’arricchimento

Il punto più controverso riguarda l’arricchimento dell’uranio. Secondo Reuters del 22 luglio, l’accordo prevede un percorso di cooperazione sul ciclo del combustibile nucleare e lascia aperta la possibilità che, dopo uno studio congiunto, il regno possa sviluppare capacità di arricchimento sul proprio territorio. L’intesa si distingue così da quella conclusa nel 2009 tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi accettò allora il cosiddetto “gold standard”, rinunciando formalmente sia all’arricchimento dell’uranio sia al riprocessamento del combustibile nucleare esaurito. Riyad non ha assunto un impegno equivalente; peraltro, il testo non obbliga l’Arabia Saudita ad aderire al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che attribuirebbe agli ispettori poteri più ampi e permetterebbe controlli anche nei siti non dichiarati.
Ad alimentare i timori contribuiscono anche le dichiarazioni rilasciate negli anni da Mohammed bin Salman. Il principe ereditario ha affermato che, qualora la Repubblica Islamica dell’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita dovrebbe dotarsene.
Gli interessi di Riyad
L’Arabia Saudita presenta il programma come una componente della trasformazione economica promossa da Mohammed bin Salman. Il regno vuole ridurre la quantità di petrolio e gas utilizzata per produrre elettricità, liberando maggiori volumi di greggio per le esportazioni e diversificando il proprio sistema energetico. I futuri reattori potrebbero alimentare attività che richiedono grandi quantità di energia, come la desalinizzazione dell’acqua, il condizionamento degli edifici e i centri di elaborazione dati. Il programma rientra, quindi, nella strategia con cui Riyad punta a ridurre gradualmente la dipendenza economica dalle entrate petrolifere e a costruire nuovi settori industriali.
Il progetto ha anche una dimensione strategica: la disponibilità di competenze nazionali nel ciclo del combustibile rafforzerebbe la posizione del regno rispetto alla Repubblica Islamica dell’Iran. È proprio la sovrapposizione tra finalità energetiche e implicazioni geopolitiche a rendere il dossier particolarmente delicato.
L’allarme in Israele
La natura civile dichiarata del programma non ha rassicurato numerosi protagonisti della politica israeliana.
Reuters del 23 luglio evidenzia che l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito l’accordo concluso “sopra la testa di Israele” un grave fallimento strategico. Bennett ha avvertito che lo sviluppo di capacità saudite di arricchimento potrebbe innescare una corsa agli armamenti nucleari nella regione e sfuggire progressivamente al controllo.
Ancora più duro è stato Avigdor Lieberman. L’ex ministro della Difesa ha sostenuto che il programma civile saudita finirà per trasformarsi in un programma militare e condurrà a una “folle corsa agli armamenti” nella regione. Lieberman ha invitato Israele a opporsi all’accordo e a esercitare pressioni sul Congresso americano perché lo blocchi. Anche Benny Gantz, già ministro della Difesa e capo di Stato maggiore, ha contestato la separazione tra il dossier nucleare e la costruzione di un’alleanza regionale tra Israele e i Paesi arabi moderati. Secondo Gantz, l’introduzione di nuove capacità nucleari dovrebbe essere inserita in una struttura politica e strategica più ampia.
La posizione di Netanyahu
Secondo Axios, il primo ministro israeliano sarebbe rimasto deluso dai termini dell’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Il suo ufficio ha però accolto favorevolmente la condizione annunciata da Trump, affermando che l’ingresso saudita negli Accordi di Abramo rappresenterebbe un passaggio storico per la pace in Medio Oriente.
Il silenzio saudita
Riyad ha presentato l’accordo come uno strumento per rafforzare la cooperazione energetica, tecnologica ed economica con gli Stati Uniti. Le comunicazioni ufficiali saudite non hanno collegato l’intesa a Israele o agli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita continua a subordinare il riconoscimento di Israele alla creazione di un percorso credibile, irreversibile e definito nel tempo verso uno Stato palestinese.
Il passaggio al Congresso
L’accordo dovrà essere trasmesso al Congresso statunitense per un periodo di novanta giorni di seduta. Deputati e senatori potranno esaminarne i contenuti e tentare di bloccarlo. Per superare un eventuale veto presidenziale, gli oppositori dovrebbero però raggiungere una maggioranza dei due terzi. Il confronto riguarderà soprattutto l’assenza del “gold standard”, la mancata adesione obbligatoria al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e la possibilità futura di sviluppare capacità di arricchimento sul territorio saudita.
A queste questioni si aggiunge il rapporto con Israele. Il Congresso dovrebbe ricevere un testo privo della clausola sugli Accordi di Abramo, mentre Trump continua a presentare la normalizzazione come una condizione indispensabile per l’attuazione dell’accordo. La distanza tra il documento firmato e le garanzie politiche annunciate successivamente potrebbe diventare uno dei principali argomenti degli oppositori.
Il Congresso sarà quindi chiamato a valutare il testo realmente firmato, mentre la principale garanzia politica offerta da Trump a Israele continua a non comparire nell’accordo.



