Lo scrittore Erri De Luca

Erri De Luca: «Le parole possono e potranno sempre ristabilire la pace»

Personaggi e Storie

di David Zebuloni

Erri De Luca: «La civiltà di un popolo sta nel suo vocabolario. Chi vuole restringerlo a pochi termini riesce a controllare l’opinione pubblica. Compito di uno scrittore è allargarlo e denunciare le contraffazioni del linguaggio»

 

Per Erri De Luca, le parole sono da sempre il motore del mondo: un microscopio attraverso cui esplorare la realtà in tutte le sue sfumature, ma anche un caleidoscopio di prismi, specchi e riflessi. Negli ultimi mesi, tuttavia, quelle parole, amiche fedeli e compagne di una vita, sembrano essersi rivoltate contro di lui. Parole violente, usate a sproposito da odiatori seriali, hanno invaso il dibattito pubblico dopo che il celebre scrittore e poeta ha osato rilasciare un’intervista alla stampa israeliana e contestare l’uso del termine “genocidio”. De Luca si è persino definito sionista, nel significato più essenziale del termine: crede nel diritto del popolo ebraico a vivere in quel fazzoletto di terra compreso tra il fiume e il mare, in pacifica convivenza con gli altri popoli che lo abitano e lo circondano. Apriti cielo. Lo scrittore è stato rapidamente scomunicato dall’Olimpo di una certa élite intellettuale. Un destino toccato, parallelamente, anche all’immenso cantautore Francesco De Gregori, colpevole dell’imperdonabile scelta di non voler assumere una posizione pubblica sul conflitto in Medio Oriente. Spalancati cielo. Le parole d’odio che hanno invaso il web si sono abbattute senza pietà sulle due figure leggendarie della letteratura e della musica italiana. Ed è stato proprio questo il fulcro del mio colloquio virtuale con Erri. In che modo il linguaggio crea, trasforma e distrugge la realtà che ci circonda? Le parole sono pietre? Sono mine? Oppure sono, in fondo, soltanto parole? Io, che non possiedo il dono della sintesi, mi perdo in domande lunghe e spesso ridondanti. Il maestro De Luca, invece, sembra pesare ogni singola lettera. Le sue risposte sono brevi, concise, taglienti. A tratti criptiche. Sono matrioske che racchiudono al proprio interno altre parole, altre riflessioni, altri concetti. Mondi interi da esplorare, concentrati in poche sillabe. Risposte che vanno prima lette, poi studiate,
infine assimilate.

Anche così Erri De Luca ci insegna che, talvolta, le parole non dette possiedono più valore di quelle gridate. E che una parola sussurrata è più potente di qualunque carica esplosiva.

Signor De Luca, nei suoi scritti ricorre spesso la parola “fatica”. Un’esperienza che lei descrive come formativa poiché capace di forgiare l’uomo. L’ultimo periodo, tuttavia, sembra essere stato particolarmente faticoso per lei e per intellettuali come lei che hanno espresso voci fuori dal coro. Si sente indebolito o piuttosto rafforzato, forgiato, da quanto accaduto?

Ho conosciuto la fatica sotto la specie del lavoro manuale. Non mi ha insegnato granché tranne una necessaria disciplina fisica con orari severi e obbligo di recuperare dalle stanchezze. Non mi sento affaticato né toccato dall’effervescenza gassosa dei commenti sul circuito dei piccoli schermi.

Lei ha fatto delle parole il motore della sua vita, oltre che della sua attività di scrittore. Esiste una parola che, più di ogni altra, oggi sente tradita dal dibattito pubblico? E una che, invece, andrebbe restituita al suo significato originario?

Mi sento di correggere il termine “invasione” riferito ai richiedenti asilo. Invasione è quello che subisce l’Ucraina. Non può definire chi arriva disarmato, spaesato. Donne e bambini inclusi.

Ogni guerra produce anche una battaglia sul linguaggio. Prima ancora che sui territori, ci si contende il significato delle parole. Chi decide oggi il vocabolario con cui raccontiamo il conflitto: i governi, i media, i social o le coscienze individuali?

Ogni conflitto è soggetto a propaganda. Quella russa continua imperterrita a ripetere che la sua è un’azione difensiva. Da noi ci sono cronisti che divulgano spensieratamente la versione degli invasori russi.

Intanto, parole come “terrorismo” o “occupazione” sono diventate insieme categorie giuridiche e armi retoriche.

C’è il rischio che, usandole troppo o usandole male, perdano la loro forza morale? Oppure rinunciare a pronunciarle sarebbe una forma di censura?

Terrorismo per me è il bombardamento di centri abitati, dove lo scopo è di terrorizzare e colpire bersagli civili. Al di fuori di questa definizione non definisco terrorismo un sabotaggio che procura danni alle cose, e non alle persone.

E per quale motivo ritiene importante soffermarsi sull’utilizzo della parola “genocidio” piuttosto che “massacro” o “guerra”? Quando una parola divide così profondamente l’opinione pubblica, come accade oggi con “genocidio”, non pensa che il compito di uno scrittore sia mantenerne le distanze?

Nei conflitti dentro centri abitati si commettono crimini di guerra. Sono atti che vanno denunciati uno per uno. Nella strage degli Ebrei d’Europa nella seconda guerra mondiale la parola “genocidio” non esisteva. I sopravvissuti hanno nominato “Shoah”, distruzione, l’annientamento subìto. Questa parola “Shoah” non può essere accostata a nessun altro avvenimento della storia umana. La parola  “genocidio” invece può riassumere altri crimini su scala di massa.

Viviamo in un tempo in cui sembra che ogni parola pronunciata chieda immediatamente un’appartenenza. È ancora possibile parlare senza essere immediatamente arruolati in uno schieramento, o l’indipendenza del pensiero è diventata essa stessa una forma di dissidenza?

Si è di molto indebolita la formula civile del dialogo. È un segno di tempi sbrigativi e insofferenti di confronto civile.

Lei conosce profondamente la tradizione biblica, dove il mondo nasce attraverso la parola. Oggi sembra invece che le parole abbiano il potere opposto: non creare, ma distruggere la possibilità del dialogo. È una crisi del linguaggio o una crisi dell’uomo?

Le parole possono e potranno sempre allargare orizzonti, nominare la realtà ad alta definizione, ristabilire pace. La letteratura di cui sono lettore mi ha saputo descrivere quello che neanche potevo immaginare. La civiltà di un popolo sta nel suo vocabolario. Chi vuole restringerlo a pochi termini riesce a controllare l’opinione pubblica. Compito di uno scrittore è di allargarlo, aggiungere altre definizioni della realtà, denunciare le contraffazioni del linguaggio.

Nell’arco della storia ebraica, ci sono state parole che hanno promosso e permesso le persecuzioni ben prima delle armi. Quali segnali linguistici dovremmo imparare a riconoscere oggi per non accorgerci troppo tardi che la violenza è già iniziata?

Ecco un esempio: aussiedlung. Ovvero, “ricollocazione”. Un termine nazista a copertura delle deportazioni nei campi di concentramento. Oppure il recente “scostamento di bilancio”, per nascondere lo sforamento che implica un fallimento di gestione.

L’odio contemporaneo si diffonde con una velocità che la letteratura non può eguagliare. Che cosa può ancora fare uno scrittore davanti alla rapidità dei social, dove una parola incendia milioni di persone prima ancora di essere compresa?

Si chiamano social, ma non ha niente di sociale l’isolamento dietro una tastiera con la quale sfogare invettive e rancori. Sono comportamenti antisociali, disturbi della personalità. Basta ignorarli e si dileguano senza lasciare traccia.

Che senso ha dunque la scrittura, se la lettura si sta spegnendo?

Non mi risulta che la lettura si stia spegnendo. Le librerie sono frequentate, il manufatto libro non è stato sostituito. Le manifestazioni letterarie raccolgono molta partecipazione di persone in cerca di parole con più consistenza.

Dunque, dopo tutto, le parole sono ancora degne della sua fiducia?

Sono un lettore, non c’entra la fiducia. Si tratta di farmi tenere compagnia dalle più luminose pagine scritte dalla specie umana, che è “sapiens” proprio per questo.