Rosh Hashanà 5787. L’età dell’incertezza (e della fede)

Feste/Eventi

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di Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano

Il popolo ebraico ha sempre creduto di essere nelle mani di Hashem e anche nei momenti
più difficili della sua storia è stato certo del patto con Dio e dell’eternità del popolo ebraico

Il politico inglese Sir Austen Chamberlain una volta citò un proverbio cinese non benaugurante: “Possiate vivere tempi interessanti”. Stiamo indubbiamente vivendo tempi interessanti. Viviamo in un’epoca che qualcuno ha chiamato l’età dell’incertezza: è incerto il quadro geopolitico e il mondo è percorso da diverse guerre potenzialmente pericolose per tutti noi. La situazione in Medio Oriente continua a essere drammatica, lo Stato d’Israele vive in guerra ormai da 3 anni, una situazione che rimane incerta e pericolosa. Tutte le certezze del passato sembrano essere crollate. In Diaspora stiamo vivendo una rinascita virulenta dell’antisemitismo spesso nascosto dietro il comodo alibi dell’ostilità verso il governo israeliano, una situazione che non avevamo previsto perlomeno in queste proporzioni.

Rosh Hashanà è una ricorrenza che può ben rappresentare questo clima di incertezza. Rosh Hashanà è Yom Haddìn, giorno del Giudizio. In questo giorno, secondo la Mishnà, tutti gli esseri umani passano davanti a Dio per essere giudicati individualmente, è teoricamente molto preoccupante, non sappiamo come saremo giudicati e non sappiamo che cosa ci aspetta nell’anno che verrà. Nonostante questo, paradossalmente Rosh Hashanà è un giorno di festa. Certo, è un giorno in cui dobbiamo riflettere, fare un esame di coscienza ma festeggiamo. Che senso ha tutto ciò?

Nel periodo tra Rosh Hashanà e Kippur aggiungiamo ogni giorno una preghiera dopo l’amidà che comincia con le parole Avìnu malkènu, nostro padre nostro re. Dio è nostro Re, da Lui dipende il nostro destino ma è anche nostro padre. È un padre amorevole che vuole il nostro bene e anche se qualche volta può punire, lo fa per amore e non per farci del male. Questa consapevolezza di essere nelle mani del padre, di essere – per usare un’immagine dei Chakhamim – come un bambino in braccio ai genitori – ci dà gioia e sicurezza.

Un grande Maestro contemporaneo, rav Shlomo Wolbe, dice che la sicurezza – il bitachòn – di cui parla la Tradizione ebraica contraddice tutte le nostre sicurezze fittizie: a noi sembra di vivere (o perlomeno sembrava di vivere) in un mondo sicuro. In realtà non c’è niente di sicuro ma paradossalmente proprio questa insicurezza è ebraicamente consolante. Il popolo ebraico ha sempre creduto di essere nelle mani di D. e anche nei momenti più difficili della sua storia è stato certo del patto con Dio e dell’eternità del popolo ebraico.

Il Talmùd, nel Trattato di Shabbàt, afferma che dai tempi del profeta Yechezkèl è finito il merito dei padri. Le Tosafòt (commento al Talmùd) si chiedono come si faccia a dire una cosa del genere visto che noi ricordiamo i Patriarchi tutti i giorni nella Amidà. Le Tosafòt rispondono dicendo che, in realtà, non possiamo fare più ricorso al merito dei padri per chiedere clemenza verso i nostri errori ma ciò che rimane intatto è il Berit avòt, il patto tra i Patriarchi e Dio. Quel patto è eterno, il popolo ebraico si è impegnato a osservare quel patto ma anche Dio ha preso lo stesso impegno. Su quel patto si basa la fede ebraica nell’eternità del popolo ebraico. Il Midràsh dice che il volto di Ya’akòv – Israel è inciso sul Trono divino. La parte centrale della preghiera di Musàf di Rosh Hashanà che viene chiamata Zikhronòt, si conclude con le parole “zokhèr habberìt” – che Hashèm ricorda il patto. A questo è legata la gioia di Rosh Hashanà, al rapporto indissolubile tra Dio e il popolo ebraico.

L’augurio tradizionale di Rosh Hashanà è tachèl shanà ubirkotèha – cominci l’anno con le sue benedizioni. È un augurio che gli ebrei si sono scambiati in ogni momento della loro storia, credendo profondamente in quello che dice Yehudà Halevì in una sua poesia: “Beato colui che aspetta e vede sorgere la luce”.