di Luciano Bassani
(da: La Verità)
L’azienda farmaceutica Teva, leader globale nata a Gerusalemme nel 1901, si conferma un pilastro per il SSN. Nonostante le assurde e pretestuose polemiche politiche che talvolta ne mettono in discussione la presenza nelle farmacie comunali, i numeri certificano un ruolo insostituibile per l’accesso alle cure e l’equilibrio dei bilanci pubblici.
Nel panorama farmaceutico mondiale, Teva Pharmaceutical Industries occupa un posto di rilievo non solo per i volumi produttivi, ma per la sua storia. Fondata a Gerusalemme all’inizio del Novecento, l’azienda è cresciuta fino a diventare il primo produttore al mondo di farmaci equivalenti, trasformando l’innovazione scientifica in un pilastro dell’economia tecnologica israeliana.
Con sede operativa a Petah Tikva, Teva rappresenta oggi un esempio di come l’eccellenza industriale di un Paese possa farsi carico, su scala globale, della sostenibilità dei sistema. In Italia questa identità globale si traduce in un supporto concreto al Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
I dati presentati da The European House – Ambrosetti (Teha) in occasione del trentennale dell’azienda nel Paese mostrano un quadro netto: tra il 2022 e il 2025, Teva ha distribuito quasi un miliardo di confezioni tra canale retail e ospedaliero. Il valore aggiunto di questa presenza si misura in termini di sostenibilità economica. Grazie alla diffusione dei suoi farmaci equivalenti, l’Italia ha beneficiato di un risparmio stimato di oltre 1,16 miliardi di euro nell’ultimo quadriennio. Solo nel 2025, la cifra risparmiata si è attestata sui 350 milioni di euro, risorse fondamentali che lo Stato può dirottare verso l’innovazione e il potenziamento delle cure.
Il contributo di Teva garantisce che quasi un farmaco equivalente su quattro somministrato in Italia sia correlato col suo marchio. La sua natura di azienda israeliana, che riflette l’eccellenza scientifica e il tessuto industriale di Tel Aviv, è diventata recentemente oggetto di pretestuose riflessioni politiche. In alcuni contesti, le amministrazioni locali hanno sollevato dubbi sull’opportunità di mantenere rapporti di fornitura, innescando polemiche che mettono in conflitto l’etica delle relazioni internazionali con le necessità pragmatiche del diritto alla salute.
In alcuni contesti, la provenienza geografica o il posizionamento internazionale di un’azienda diventa elemento di giudizio politico, con il rischio di alimentare iniziative di boicottaggio o esclusione che travalicano la dimensione tecnica delle forniture sanitarie.
Questo approccio solleva una questione di fondo: fino a che punto l’ideologia pilotata può intervenire nelle scelte di approvvigionamento senza compromettere la continuità terapeutica dei cittadini? Nel caso dei farmaci equivalenti, dove la sostituibilità dei prodotti e la stabilità delle forniture sono elementi cruciali, il rischio non è astratto. Tuttavia, come ricorda Umberto Comberiati, amministratore delegato di Teva Italia, la missione aziendale rimane ancorata alla continuità terapeutica: “I farmaci equivalenti sono una componente strutturale del sistema salute, capace di sostenere la gestione delle cronicità e ridurre le barriere d’accesso”.
Teva è un’industria strategica che, grazie alla sua solida organizzazione globale, permette all’Italia di gestire la cronicità di milioni di cittadini e di far quadrare i conti della sanità. La sfida, per il futuro del sistema sanitario, resta quella di trovare un equilibrio tra le istanze politiche e l’esigenza imprescindibile di garantire a ogni cittadino l’accesso alle cure. Il punto non è la nazionalità dell’azienda, ma la funzione che essa svolge nel garantire accesso alle cure e sostenibilità della spesa pubblica. Quando la politica interviene su questo equilibrio con logiche pretestuose o simboliche, il rischio è che a pagarne il prezzo non siano le imprese, ma i cittadini. La vera domanda, allora, non riguarda Teva in quanto tale, ma la capacità del sistema di distinguere tra valutazioni pseudo ideologiche e necessità sanitarie. Perché nel campo della salute, più che altrove, le conseguenze delle scelte non restano mai teoriche.



