Dopo il 7 ottobre, il ritorno alle radici: come Chabad è diventato il rifugio degli studenti ebrei nei campus americani

Personaggi e Storie

 di Anna Balestrieri
I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante. 
(Nella foto, uno Shabbaton di Chabad on Campus a Brooklyn. Foto: Bentzi Sasson. Fonte: Chabad.org)

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le sue ripercussioni hanno modificato profondamente il clima delle università statunitensi. Se le cronache degli ultimi due anni hanno documentato soprattutto l’escalation delle tensioni nei campus, con proteste anti-israeliane, episodi di antisemitismo e un crescente senso di vulnerabilità tra molti studenti ebrei, un fenomeno parallelo è rimasto spesso ai margini del dibattito pubblico.

Tra paura e isolamento, una nuova geografia della vita ebraica universitaria

Accanto alla radicalizzazione dello scontro politico si è infatti sviluppato un inatteso processo di rafforzamento dell’identità ebraica, che ha trovato nel movimento Chabad-Lubavitch uno dei suoi principali punti di riferimento.

Per molti giovani, le sedi di Chabad non sono diventate semplicemente luoghi di culto, bensì spazi di socialità, appartenenza e sostegno psicologico in un contesto percepito come sempre più ostile.

Quando il campus smette di essere casa

Negli ultimi due anni numerosi studenti hanno raccontato di essersi sentiti isolati all’interno delle università americane. Manifestazioni, slogan estremi, occupazioni e tensioni politiche hanno inciso profondamente sulla quotidianità accademica, alimentando in molti la sensazione che dichiarare apertamente la propria identità ebraica o il proprio legame con Israele fosse diventato sempre più difficile.

Per una parte consistente della popolazione studentesca ebraica il problema non è stato soltanto il dissenso politico, ma la percezione di una crescente marginalizzazione sociale.

In questo scenario, Chabad ha assunto un ruolo che va ben oltre la dimensione religiosa, offrendo un ambiente nel quale sentirsi accolti senza dover giustificare la propria identità.

Una rete che continua a crescere

I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante.

La crescita non riguarda soltanto le grandi università d’élite, ma coinvolge anche atenei di dimensioni più ridotte, dimostrando come la domanda di comunità e appartenenza attraversi trasversalmente il sistema universitario nordamericano.

Harvard, Yale, Michigan, Emory, Swarthmore: in contesti molto diversi tra loro si registrano partecipazioni record a cene di Shabbat, celebrazioni pubbliche di Hanukkah, incontri culturali e concerti.

Emblematico il caso dell’Università del Michigan, dove oltre seicento persone hanno partecipato all’accensione pubblica della menorah durante Hanukkah, mentre a Yale uno Shabbat comunitario ha riunito circa cinquecento studenti, con centinaia di richieste rimaste in lista d’attesa.

Una strategia diversa dalla politica

Uno degli elementi che distingue Chabad da molte altre organizzazioni ebraiche presenti nei campus è l’approccio.

Piuttosto che trasformarsi in un soggetto impegnato nello scontro politico quotidiano, il movimento continua a privilegiare relazioni personali, spiritualità, convivialità e tradizione religiosa.

La forza di Chabad risiede proprio nell’aver scelto di non rispondere alla polarizzazione con altra polarizzazione.

Le attività proposte sono volutamente inclusive: possono parteciparvi studenti ortodossi, riformati, conservatori, laici, giovani poco praticanti e perfino coloro che si avvicinano per la prima volta alla tradizione ebraica.

Secondo numerosi osservatori, questa impostazione permette al movimento di evitare le divisioni interne che negli ultimi anni hanno interessato altre istituzioni ebraiche universitarie, spesso coinvolte nelle accese discussioni sulla politica israeliana.

Il valore dell’accoglienza

Le cene del venerdì sera rappresentano uno degli strumenti più efficaci di questo modello.

In molte università partecipano regolarmente tra duecento e trecento studenti, molti dei quali non avevano mai preso parte in precedenza a una celebrazione dello Shabbat.

L’obiettivo non è trasmettere un’ortodossia rigorosa, bensì offrire un’esperienza concreta di comunità nella quale ciascuno possa sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Non è raro che, conclusa la cena, piccoli gruppi di studenti rimangano ancora per ore a discutere con rabbini e rebbetzin, affrontando temi religiosi ma anche questioni personali, dubbi esistenziali e difficoltà quotidiane.

Le radici di un modello nato mezzo secolo fa

L’attuale successo di Chabad non nasce tuttavia come risposta agli eventi del 7 ottobre.

Le sue origini risalgono agli anni Sessanta e Settanta, quando il Rebbe di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson, avviò una vasta opera di diffusione dell’ebraismo tradizionale tra giovani spesso lontani dalla pratica religiosa.

L’idea era semplice ma rivoluzionaria: aprire case, non soltanto sinagoghe; costruire relazioni prima ancora di impartire insegnamenti; incontrare ogni ebreo senza giudicarne il livello di osservanza religiosa.

Quell’approccio, fondato sull’accoglienza personale e sull’esperienza condivisa, costituisce ancora oggi il cuore dell’identità di Chabad nei campus.

Il concetto di pintele yid — la scintilla ebraica presente in ogni individuo — continua a rappresentare uno dei principi ispiratori del movimento: ogni persona possiede un legame profondo con la propria identità, anche quando sembra essersene allontanata.

Tra identità e futuro

Secondo recenti studi condotti dalle principali organizzazioni ebraiche nordamericane, Chabad registra oggi uno dei più elevati livelli di fidelizzazione tra tutti i soggetti impegnati nella vita comunitaria.

Molti giovani che si avvicinano alle sue attività continuano infatti a frequentarle stabilmente anche negli anni successivi.

Il fenomeno sembra riflettere una trasformazione più ampia dell’ebraismo americano, nel quale cresce l’interesse verso forme di appartenenza religiosa capaci di coniugare tradizione, autenticità e inclusione.

In un contesto universitario segnato da forti contrapposizioni ideologiche, Chabad sembra aver intercettato un bisogno diverso: quello di ricostruire comunità prima ancora che consenso politico.

Una risposta alla crisi della solitudine

L’esperienza degli ultimi due anni mostra come la risposta alle tensioni nei campus non sia passata esclusivamente attraverso il rafforzamento delle misure di sicurezza o il dibattito pubblico sull’antisemitismo.

Per migliaia di studenti, la risposta è stata soprattutto il ritorno a una comunità.

Più che un rifugio religioso, Chabad appare oggi come uno spazio identitario nel quale ritrovare relazioni, continuità culturale e senso di appartenenza. In un’epoca in cui molti giovani faticano a riconoscersi nelle istituzioni tradizionali, il successo del movimento suggerisce che la ricerca di autenticità e di legami umani possa rivelarsi, almeno quanto il confronto politico, una delle chiavi per comprendere il nuovo volto della vita ebraica nelle università nordamericane.