di Anna Balestrieri
La nuova tregua tra Israele e Hezbollah nasce nel pieno di uno scontro politico senza precedenti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu (nella foto alla Knesset nell’ottobre 2025). Secondo ricostruzioni pubblicate da Axios e rilanciate dai media israeliani, il presidente americano avrebbe telefonato al premier israeliano per fermare un’imminente offensiva contro Beirut, accusandolo di rischiare un’escalation regionale incontrollabile.
La telefonata tra Trump e Netanyahu che scuote l’alleanza Usa-Israele
Secondo fonti americane citate nell’articolo, Trump avrebbe apostrofato Netanyahu con toni estremamente duri: “You’re fucking crazy. You’d be in prison if not for me” (Sei pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me) e “Everybody hates Israel because of this” (Tutti odiano Israele per questo), accusandolo di compromettere la strategia americana in Medio Oriente. Secondo le stesse fonti, Trump avrebbe ricordato a Netanyahu di averlo più volte difeso pubblicamente anche sul piano giudiziario, facendo riferimento ai suoi processi per corruzione ancora in corso in Israele.
La Casa Bianca teme infatti che un’offensiva israeliana sulla capitale libanese possa far saltare non solo il fragile cessate il fuoco con Hezbollah, ma soprattutto i negoziati indiretti in corso con Teheran sul nucleare e sulla sicurezza regionale.
Intanto, il 2 giugno a Washington si è aperto il quarto round di colloqui indiretti tra Israele e Libano sotto mediazione americana. Gli incontri, ospitati dal Dipartimento di Stato, vedono la partecipazione degli ambasciatori dei due Paesi e puntano a rafforzare il fragile cessate il fuoco lungo il confine libanese attraverso possibili “zone pilota” di de-escalation e un progressivo dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese.
Netanyahu ridimensiona lo scontro ma rinuncia ai raid su Beirut
L’ufficio del premier israeliano ha cercato di ridimensionare la gravità dello scontro, ammettendo però che il colloquio è stato “teso”. Secondo fonti vicine a Netanyahu, Trump non avrebbe insultato personalmente il premier, ma avrebbe espresso forte preoccupazione per l’impatto internazionale delle operazioni israeliane in Libano.
Alla fine della trattativa telefonica, Israele avrebbe accettato di congelare i bombardamenti su Beirut a condizione che Hezbollah interrompesse gli attacchi contro il territorio israeliano. Netanyahu avrebbe comunque chiarito che l’offensiva nel sud del Libano continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi militari israeliani.
Trump, dal canto suo, ha annunciato pubblicamente su Truth Social che “non ci saranno truppe dirette a Beirut”, sostenendo di aver ottenuto rassicurazioni sia da Israele sia da Hezbollah.
Hezbollah continua gli attacchi e minaccia Tel Aviv
Nonostante l’annuncio della tregua, Hezbollah ha continuato a lanciare razzi e droni contro il nord di Israele. Nelle ultime ore sirene d’allarme sono risuonate a Metula e in altre comunità della Galilea occidentale, mentre l’esercito israeliano ha riferito di aver intercettato nuovi razzi e droni lanciati dal Libano meridionale.
Secondo Channel 12, Hezbollah avrebbe inoltre minacciato di colpire Tel Aviv e Haifa nel caso in cui Israele tornasse a bombardare Beirut.
Nei giorni precedenti, un attacco con droni FPV lanciato dal gruppo sciita aveva provocato la morte del capitano medico Ori Yosef Silvester e il ferimento di sette soldati israeliani nel sud del Libano. L’episodio ha evidenziato la crescente capacità operativa di Hezbollah e la difficoltà israeliana nel neutralizzare i droni esplosivi utilizzati dal movimento sciita.
Secondo i dati diffusi dall’Idf, dall’inizio della nuova fase del conflitto Hezbollah ha lanciato circa 5.500 razzi contro le truppe israeliane in Libano e circa 2.500 contro il territorio israeliano, oltre a centinaia di droni.
Gli scambi tra Iran e Stati Uniti restano aperti
Dietro la pressione americana su Israele c’è soprattutto il timore di compromettere il delicato negoziato con Teheran. Nonostante le tensioni regionali e gli scontri indiretti nel Golfo Persico, Washington e Iran continuano infatti a scambiarsi messaggi attraverso mediatori.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato al Senato americano che l’Iran avrebbe accettato di discutere aspetti del proprio programma nucleare che fino a pochi mesi fa rifiutava perfino di prendere in considerazione.
Rubio ha però chiarito che qualsiasi alleggerimento delle sanzioni americane dipenderà da concessioni concrete sul nucleare e dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, bloccato da Teheran nelle ultime settimane.
Secondo Washington, l’Iran dovrebbe garantire la libera navigazione commerciale nel Golfo Persico e interrompere ogni attacco contro navi e infrastrutture energetiche. Rubio ha inoltre sostenuto che la guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei sarebbe tornata a partecipare più direttamente ai negoziati, seppur tramite intermediari.
Teheran, invece, ha accusato Israele di voler sabotare il dialogo con gli Stati Uniti attraverso l’escalation in Libano. Media iraniani hanno riferito che la Repubblica islamica avrebbe temporaneamente sospeso alcuni canali di comunicazione con Washington dopo le minacce israeliane contro Beirut.
Trump ha però smentito qualsiasi interruzione dei colloqui, dichiarando che i contatti con Teheran “continuano ogni giorno”.
Cresce il fronte critico negli Stati Uniti
Le scelte della Casa Bianca hanno aperto anche un duro scontro interno negli Stati Uniti. Diversi esponenti democratici hanno accusato Trump di aver trascinato il Paese nel conflitto per sostenere Netanyahu.
Il senatore democratico Chris Van Hollen ha definito il presidente americano “stupido e irresponsabile” per aver appoggiato la strategia israeliana contro l’Iran e Hezbollah.
Anche in Israele non mancano le critiche. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot ha accusato Netanyahu di “arrendersi” alle pressioni americane, sostenendo che il governo stia danneggiando la sicurezza israeliana pur di mantenere il sostegno di Trump.
Sul fronte opposto, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha chiesto al premier di ignorare le richieste americane e intensificare invece gli attacchi contro Hezbollah.
L’Europa valuta nuove pressioni e possibili sanzioni
Nel frattempo cresce anche la pressione europea su Israele. In diverse capitali dell’Unione Europea si discute della possibilità di introdurre nuove misure diplomatiche o economiche contro il governo Netanyahu in caso di ulteriore escalation regionale.
Il dibattito riguarda soprattutto eventuali restrizioni alla cooperazione militare e commerciale, dopo le minacce israeliane di colpire Beirut e il peggioramento della situazione umanitaria tra Libano e Gaza.
Per il momento non esiste ancora una linea comune europea, ma il tema delle sanzioni contro Israele è ormai entrato apertamente nell’agenda diplomatica di Bruxelles e di diversi governi europei.
Una tregua ancora appesa a un filo
Sul terreno, intanto, la situazione resta estremamente fragile. Israele ha alleggerito alcune restrizioni nelle comunità del nord del Paese, consentendo la riapertura di scuole e attività pubbliche in diverse aree vicine al confine libanese.
Ma la tregua appare ancora precaria. Hezbollah continua a mantenere alta la pressione militare, Israele prosegue le operazioni nel sud del Libano e gli Stati Uniti cercano di impedire che il conflitto si allarghi definitivamente all’Iran e all’intero Golfo Persico.
Dietro il cessate il fuoco resta così uno scenario profondamente instabile: una guerra regionale congelata solo temporaneamente dalla pressione diplomatica americana, mentre Washington, Teheran e Israele continuano a muoversi su un equilibrio sempre più sottile.



