di Anna Balestrieri
“Quando la critica politica diventa giudizio sull’essenza di un popolo o di una religione — sostiene il rabbino — non siamo più nel confronto democratico, ma davanti al riemergere di un veleno antico.”
Nel duro confronto pubblico seguito agli articoli di Raniero La Valle e Massimo Fini pubblicati su Il Fatto Quotidiano il 26 e 27 maggio 2026, il rabbino Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scelto di intervenire con una replica che sposta il dibattito dal piano geopolitico a quello culturale e storico.
Secondo Della Rocca, il problema non riguarda la legittimità delle critiche al governo israeliano — “legittime come quelle rivolte a qualsiasi democrazia” — bensì il linguaggio e le categorie utilizzate nei due articoli. Il rabbino accusa infatti entrambi gli autori di aver trasformato una critica politica in una rappresentazione teologica e identitaria dell’ebraismo, riproponendo immagini antiche e stereotipi sedimentati nella cultura europea.
Il “Dio della guerra” e il ritorno di antiche caricature

Nel suo articolo, Raniero La Valle descrive Israele come un Paese ormai guidato dal “Dio della guerra”, contrapponendo implicitamente il Dio ebraico alla misericordia evangelica. Massimo Fini, nel pezzo del giorno successivo, arriva invece a scrivere di preferire “il perdono cristiano all’ira del Dio ebraico”, evocando inoltre il tema del deicidio e facendo riferimento a una presunta inclinazione inscritta nel “Dna ebraico”.
Per Della Rocca, non si tratta più di analisi politica, ma del riemergere di un antico schema antigiudaico: l’ebraismo descritto come religione della vendetta, della durezza e della legge senz’anima, contrapposto a un cristianesimo identificato esclusivamente con amore e perdono.
Il rabbino osserva come tali rappresentazioni appartengano a una lunga tradizione polemica che attraversa secoli di cultura europea e cristiana, e che oggi riemerge “in abiti laici”, mascherata da indignazione politica.
La contestazione teologica

Uno dei punti centrali della replica riguarda l’uso distorto delle fonti bibliche e rabbiniche. Della Rocca ricorda che la tradizione ebraica è profondamente attraversata dal tema della misericordia divina e che molte espressioni comunemente utilizzate per descrivere l’ebraismo come religione della vendetta vengono in realtà fraintese.
È il caso del celebre “occhio per occhio”, che il rabbino definisce uno degli esempi più evidenti di disinformazione culturale. Secondo la tradizione talmudica, infatti, tale principio non indica una ritorsione fisica, ma un criterio di risarcimento proporzionato del danno, elaborato in termini giuridici molti secoli prima dello sviluppo del diritto civile moderno europeo.
Allo stesso modo, Della Rocca contesta la rappresentazione del “Dio degli eserciti” come divinità guerresca, spiegando che l’espressione biblica si riferisce alle schiere celesti e non agli eserciti militari.
Il rischio della colpa collettiva
La parte più severa della replica riguarda però il passaggio dalla critica delle azioni di un governo alla delegittimazione di un’intera identità collettiva.
Secondo Della Rocca, nei due articoli Israele cessa di essere uno Stato criticabile e diventa “incarnazione metafisica del male storico”, mentre l’ebraismo viene implicitamente associato a categorie morali assolute: durezza, vendetta, violenza.
Il rabbino denuncia inoltre quello che considera un doppio standard culturale: nessuno attribuisce al cristianesimo la responsabilità teologica dei crimini nazisti, pur essendo il nazismo nato in un’Europa cristiana; mentre, nel caso israeliano, le scelte di un governo vengono frequentemente interpretate come espressione dell’essenza stessa dell’ebraismo.
L’ebraismo “accettabile”
Un altro punto contestato riguarda la distinzione implicita, presente secondo Della Rocca in entrambi gli articoli, tra un ebraismo “buono” — spirituale, diasporico, vittimizzato — e un ebraismo “cattivo” perché nazionale, sovrano e armato.
Per il rabbino, questa distinzione ripropone la vecchia “teologia della sostituzione”, superata ufficialmente dalla Chiesa cattolica con la dichiarazione Nostra Aetate del 1965. L’ebreo viene accettato solo quando non è più soggetto della storia, mentre il ritorno a una dimensione statuale e politica riattiverebbe immediatamente sospetti e categorie demonizzanti.
Della Rocca insiste invece sul fatto che il legame tra popolo ebraico, Torah e Terra d’Israele costituisce un elemento storico e identitario antico di millenni, non una costruzione successiva alla Shoah.
Memoria e responsabilità del linguaggio
Nelle conclusioni, il rabbino richiama la necessità di vigilare sul linguaggio pubblico, soprattutto quando la polemica politica utilizza categorie religiose o antropologiche.
Secondo Della Rocca, evocare “l’ebreo legalista”, il “Dio crudele dell’ebraismo” o persino il tema del deicidio all’interno di un discorso che si presenta come laico significa riaprire un repertorio storico che l’Europa conosce bene.
“Quando la critica politica diventa giudizio sull’essenza di un popolo o di una religione — sostiene il rabbino — non siamo più nel confronto democratico, ma davanti al riemergere di un veleno antico.”



