Diffidenza e convenienza: il gigante asiatico, lo Stato ebraico e il prezzo del pragmatismo

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di Davide Cucciati

Da un lato, un rapporto economico molto stretto, in cui Israele è sempre più dipendente dalla Cina. Dall’altro, una strategia geopolitica cinese sempre più lontana da quella israeliana e sempre più vicina all’Iran, a cui fornirebbe sostegno nella ricostruzione dell’apparato militare. In mezzo, un rapporto fatto di sospetto e sfiducia reciproca, che evita però scontri frontali

La Cina non considera Hamas un’organizzazione terroristica, è il principale acquirente del petrolio iraniano e critica le operazioni militari israeliane contro Teheran. Eppure, resta uno dei maggiori partner economici dello Stato ebraico. È questo il paradosso che ha trasformato il rapporto tra Gerusalemme e Pechino in una relazione sempre più importante e sempre meno semplice.

Secondo il Jerusalem Post del 29 aprile 2026, il commercio tra Israele e Cina ha raggiunto nel 2025 circa 27 miliardi di dollari. Per capire il peso del dato serve un confronto: l’interscambio tra Stati Uniti e Israele nel 2025 è stato pari a 54,6 miliardi di dollari, mentre la Commissione europea indica in 42,6 miliardi di euro il commercio di beni tra Unione Europea e Israele nel 2024.

La Cina, quindi, non sostituisce Washington o Bruxelles, ma si colloca in una fascia abbastanza alta da rendere impraticabile una rottura economica secca.

Negli ultimi quindici anni le aziende cinesi hanno acquisito una presenza crescente in Israele. Dal porto di Haifa ai progetti ferroviari, fino ai cantieri della metropolitana leggera, Pechino è entrata in comparti strategici offrendo spesso prezzi competitivi, rapidità esecutiva e capacità industriale su larga scala.

Come già raccontato da Bet Magazine/Mosaico, però, escludere le aziende cinesi dagli appalti infrastrutturali non sarebbe una scelta senza costi. Washington ha aumentato le pressioni su Israele affinché limiti l’accesso cinese a porti, trasporti, tecnologia avanzata e comparti dual use. Gerusalemme ha accolto in parte queste richieste, irrigidendo i controlli sugli investimenti stranieri. Il prezzo economico è concreto. Il caso della Blue Line della light rail di Gerusalemme è emblematico: dopo le pressioni americane contro il coinvolgimento diretto della cinese CRRC, si è arrivati a una soluzione indiretta tramite uno stabilimento australiano della stessa società, con un incremento dei costi stimato intorno al 20%.

Anche il porto di Haifa è diventato simbolo delle tensioni tra economia e sicurezza: la gestione del terminal da parte della Shanghai International Port Group ha alimentato per anni le preoccupazioni americane, anche per la presenza della marina statunitense nel Mediterraneo orientale.

Va considerato inoltre che la penetrazione cinese non riguarda più solo grandi infrastrutture. Il Jerusalem Post del 10 marzo 2026 evidenzia che i marchi automobilistici cinesi hanno raggiunto una quota del 40% del mercato israeliano, con Jaecoo e Chery tra i protagonisti della crescita. Lo stesso quotidiano ha raccontato che l’importatore israeliano Samelet commercializzerà modelli Chery anche in Svizzera, dopo l’espansione in Grecia e Romania: la relazione economica tra Israele e Cina entra così anche nelle reti industriali e distributive internazionali.

Le filiere invisibili e il nodo Iran

La dipendenza dalla Cina non passa solo dagli appalti. Passa anche dalle filiere globali della transizione energetica e dell’alta tecnologia. L’International Energy Agency indica che la Cina concentra circa l’85% della capacità produttiva globale nella filiera del solare, l’80% in quella delle batterie agli ioni di litio e oltre il 90% della raffinazione delle terre rare. Per Israele, Paese tecnologico e militarmente avanzato, questo significa che il problema cinese non può essere risolto semplicemente escludendo una società da un cantiere.

Dopo il 7 ottobre 2023 questo equilibrio è diventato ancora più delicato; Israele ha bisogno di mantenere aperti mercati e catene industriali in una fase economicamente difficile. Al tempo stesso, la guerra ha aumentato la dipendenza strategica da Washington proprio mentre gli Stati Uniti chiedono maggiore prudenza verso la Cina. Sul piano geopolitico, Pechino continua a muoversi in una direzione spesso distante dagli interessi israeliani. Reuters ha più volte rimarcato che la Cina acquista oltre l’80% del petrolio iraniano esportato via mare, pari a circa 1,38 milioni di barili al giorno. Senza il mercato cinese, la capacità iraniana di resistere alle sanzioni sarebbe molto più debole. Il problema non riguarda solo il petrolio. Il Jerusalem Post del 29 aprile 2026 ha ricostruito le preoccupazioni israeliane per il possibile ruolo cinese nella ricostruzione dell’apparato militare iraniano, soprattutto nei missili balistici. Funzionari della difesa temono che materiali dual use, carburanti solidi, sistemi di difesa aerea e tecnologie satellitari possano aiutare Teheran a recuperare più rapidamente le capacità colpite durante la guerra. Pechino respinge le accuse ma per Israele il problema resta la zona grigia.

Per Teheran, la Cina rappresenta quindi una rete di sicurezza economica e potenzialmente tecnologica. Per Pechino, la Repubblica Islamica dell’Iran è un attore rilevante dal punto di vista energetico nonché partner utile nella costruzione di un ordine internazionale multipolare.

Palestina, Hamas e il pragmatismo cinese

A inizio marzo, Reuters ha riportato una telefonata tra Wang Yi e Gideon Sa’ar: Pechino ha chiesto la fine immediata degli attacchi israeliani e americani contro l’Iran. Il messaggio era duro, ma la modalità racconta molto della postura cinese: la Repubblica Popolare Cinese parlava contro l’azione militare israeliana, ma continuava a interloquire direttamente con Gerusalemme.

Anche sulla questione palestinese la distanza resta forte: Pechino non designa ufficialmente Hamas come organizzazione terroristica. La lista cinese delle organizzazioni terroristiche riguarda gruppi legati al separatismo uiguro e non include né Hamas né Hezbollah. Dopo la strage del 7 ottobre, Reuters aveva già riportato la “profonda delusione” israeliana per le dichiarazioni cinesi prive di una condanna chiara di Hamas come organizzazione terroristica. In questo quadro, nel luglio 2024, Pechino ospitò Hamas e Fatah per un incontro di riconciliazione palestinese, accolto con forte scetticismo da Gerusalemme.

La leadership cinese evita però uno scontro frontale con Israele. Pechino sa che Israele resta una potenza tecnologica utile sul piano economico e scientifico, e che rompere completamente con Gerusalemme aggraverebbe ulteriormente i rapporti con Washington.

Il risultato è una relazione piena di diffidenza reciproca e di convenienze concrete. Israele guarda con sospetto ai rapporti tra la Cina e la Repubblica Islamica dell’Iran, limita l’accesso cinese ai settori più sensibili e resta ancorato all’alleanza americana. La Cina sostiene Teheran, mantiene posizioni vicine ai palestinesi, ma continua a commerciare con lo Stato ebraico. È una relazione senza fiducia politica profonda, ma con interessi economici troppo grandi per essere spezzata facilmente.