di Daniel Fishman, Patrizia Acobas, Ghil Busnach
Un viaggio “sulle tracce dei padri”, alla ricerca delle radici. L’Egitto rivisitato tra luoghi ancora riconoscibili e un mondo scomparso. “Entrare nella stessa sinagoga dove i nostri genitori e i nostri nonni avevano celebrato le feste e i momenti più importanti della loro vita è stato molto più di una visita o di un ritorno. È stato come attraversare una soglia invisibile tra passato e presente”
Molti ebrei milanesi provengono da paesi dove le comunità ebraiche non esistono più. I luoghi dell’infanzia, della socialità, della preghiera sono solo parzialmente rintracciabili, e il ritorno può suscitare emozioni contrastanti: dipende dallo stato dei luoghi, ma anche dall’atmosfera che si respira nel paese rispetto all’ebraismo e agli ebrei.
L’Egitto è un caso davvero particolare. La comunità si è ridotta a pochissime persone, meno delle dita di una mano, ed è guidata dalla Presidente Magda Haroun con l’aiuto di Samy Ibrahim Ariè. Non c’è nessun altro in grado di agire, organizzare, rappresentare.
Magda è la referente per il Governo egiziano, che considera sinagoghe, cimiteri, manufatti e Sifrei Torà come patrimonio statale. Questo significa che è lo Stato stesso a intervenire per restaurarli, poco a poco, ma anche che quei beni non sono più considerati esclusivamente ebraici. Una situazione le cui valenze, positive e negative insieme, ognuno può facilmente intuire.
Con tre famiglie originarie del Cairo abbiamo deciso di organizzare un viaggio back to the roots. Siamo partiti dalle interviste che i nostri genitori Edwin Fishman, Arlette Busnach e Roger Acobas che avevano rilasciato anni fa al CDEC: le abbiamo trascritte, ne abbiamo ricavato tutti i luoghi citati, verificato i possibili cambi di denominazione. Poi, a piedi, abbiamo ripercorso le vie e le atmosfere di una città che un secolo fa contava circa 45.000 ebrei.
Niente era cambiato, tutto era cambiato. Gli edifici sono gli stessi, e che emozione salire le scale e suonare il citofono delle nostre ex case (!) ma il degrado della città è evidente. Resta, intatta, l’estrema gentilezza degli egiziani: un popolo cortese e accogliente, con cui non abbiamo mai avvertito un solo istante di disagio o di ostilità. Il turismo è considerato una risorsa nazionale, e anche la zona delle Piramidi e del nuovo Museo Egizio, il più grande al mondo, sono ben gestiti e organizzati.
C’è poi un nuovo Egitto, che da una parte guarda all’Occidente e dall’altra risente degli influssi wahabiti dei connazionali che vivono nella penisola arabica. Il bon vivre della generazione che fu è in parte ancora rintracciabile, e la nostra valuta consente di godere di un buon livello di visita.
Ma al di là delle piacevoli gite in feluca e della scoperta dell’Egitto nuovo che il Presidente Al Sisi vuole mostrare al mondo, il nostro viaggio aveva un altro scopo. Erano decenni che non si svolgeva una Kabbalat Shabbat al Cairo. Grazie alla nostra presenza siamo riusciti a formare un minian. È stato un momento storico, commovente. La Presidente Magda Haroun lo era più di tutti noi: da tempo non vedeva il Bet Ha Knesset così pieno e gioioso.
Entrare nella stessa sinagoga dove i nostri genitori e i nostri nonni avevano celebrato le feste e i momenti più importanti della loro vita è stato molto più di una visita o di un ritorno. È stato come attraversare una soglia invisibile tra passato e presente. Un vero transfert, nel senso più intenso e autentico del termine: un’esperienza che non si dimentica, che continua a vibrare dentro di noi anche dopo essere usciti da quelle mura, e che merita di essere vissuta almeno una volta nella vita.
È questa la ragione che ci spinge a riproporre il viaggio anche ad altri. I luoghi di interesse ebraico visitabili sono numerosi, e altri ancora meriterebbero attenzione e aiuto. Un viaggio in Egitto può avere più di un significato. Per chi fosse interessato e volesse maggiori informazioni ci può contattare in privato.

Foto in alto: esterno della Sinagoga Shaar el Shamaim del Cairo
(© foto Andrea Fishman)



