Sondaggio: meno del 25% dei residenti al confine con Gaza si sente al sicuro, il 40% non si fida dello Stato

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di Nina Prenda
Secondo i dati della Direzione Tekuma, appena il 23% degli intervistati dichiara di sentirsi “molto” o “abbastanza” sicuro vivendo nella regione, in netto calo rispetto al 35% registrato nel 2024. Parallelamente, solo il 40% afferma di avere fiducia negli organi statali (governo, Knesset, polizia e sistema giudiziario), una rilevazione introdotta per la prima volta nel 2025. (Nella foto un edificio del Kibbutz Beeri dopo il 7 ottobre 2023)

Tra cantieri ed incertezze, è lenta la ripresa delle comunità al confine con Gaza. Il senso di sicurezza tra i residenti israeliani delle aree limitrofe alla Striscia continua a deteriorarsi, mentre resta fragile il rapporto di fiducia con le istituzioni statali. È quanto emerge da un nuovo sondaggio pubblicato il 3 maggio 2026 e condotto dalla Direzione Tekuma in collaborazione con l’Ufficio centrale di statistica.

Secondo i dati, appena il 23% degli intervistati dichiara di sentirsi “molto” o “abbastanza” sicuro vivendo nella regione, in netto calo rispetto al 35% registrato nel 2024. Parallelamente, solo il 40% afferma di avere fiducia negli organi statali (governo, Knesset, polizia e sistema giudiziario), una rilevazione introdotta per la prima volta nel 2025.

La fiducia nei servizi pubblici mostra un quadro disomogeneo. Il sistema sanitario, che prima degli attacchi del 7 ottobre 2023 godeva di un consenso vicino all’80%, si mantiene relativamente stabile al 74% nel 2025. Più marcato invece il calo nel settore educativo, sceso dal 64% nel 2024 al 51%, e nei servizi sociali, passati dal 68% al 57%. Le autorità locali rappresentano un’eccezione, con livelli di fiducia sostanzialmente invariati (dal 78% al 76%).

Anche gli indicatori di benessere personale riflettono le conseguenze del conflitto. La soddisfazione per la propria vita e l’ottimismo per il futuro, che prima del 7 ottobre 2023 riguardavano il 79% dei residenti, sono crollati al 59% nel 2024, per poi risalire lievemente al 62% nel 2025, un recupero che gli analisti collegano al forte senso di coesione sociale.

Sul fronte della ricostruzione, il rapporto evidenzia progressi significativi ma disomogenei tra le diverse comunità colpite. Dopo l’approvazione dei piani entro il 2024, i lavori hanno accelerato nel 2025, con il completamento dei progetti abitativi passato dal 20% al 60% nell’arco dell’anno. Ancora più marcata la crescita nella costruzione di edifici pubblici, salita dall’8% al 51%.

Tuttavia, le percentuali complessive nascondono forti disparità territoriali. Comunità come Nirim e Nahal Oz risultano quasi completamente ricostruite (99%), mentre Ein Hashlosha e Re’im superano rispettivamente l’88% e l’83%. Più lenta la ripresa a Be’eri, tra le località più colpite, dove i lavori hanno raggiunto solo il 35%. I cantieri dovrebbero concludersi entro la fine dell’anno, mentre in alcune aree (tra cui Kfar Aza, Holit e soprattutto Nir Oz) i tempi si estenderanno fino al 2027. Migliaia di residenti restano nel frattempo in alloggi temporanei.

Sul piano finanziario, la Direzione Tekuma prevede di investire 2,9 miliardi di shekel (circa 840 milioni di euro) nel corso del 2026 per 116 progetti. Entro la fine del 2025 erano già stati allocati 11,6 miliardi di shekel (circa il 67% del budget quinquennale) di cui 5,4 miliardi già erogati.

Il direttore della struttura, Aviad Friedman, ha sottolineato che l’obiettivo del programma, con scadenza nel 2028, va oltre la semplice ricostruzione: “Non si tratta solo di ripristinare ciò che è stato distrutto, ma di creare le basi per uno sviluppo sostenibile e duraturo dell’area”.