Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il primo principio essenziale per comprendere le leggi di purezza e impurità rituale è che Dio è vita. Ne segue che la kedushà (santità) – un punto nel tempo o nello spazio in cui stiamo nella presenza non mediata di Dio – implica una suprema coscienza della vita.
Le sidrot di Tazria e Metzora contengono leggi che sono tra le più difficili da comprendere. Esse riguardano condizioni di “impurità” che derivano dal fatto che siamo esseri fisici, anime incarnate, e quindi esposti (per usare le parole di Amleto) “ai mille colpi naturali di cui la carne è erede”. Sebbene abbiamo aspirazioni immortali, la mortalità è la condizione dell’esistenza umana, come lo è di tutta la vita incarnata.
Maimonide spiega: Abbiamo già mostrato che, in accordo con la sapienza divina, la generazione può avvenire solo attraverso la distruzione, e senza la distruzione dei singoli individui della specie, le specie stesse non esisterebbero permanentemente… Colui che pensa di poter avere carne e ossa senza essere soggetto ad alcuna influenza esterna, o ad alcuno degli accidenti della materia, inconsciamente desidera conciliare due opposti, cioè essere allo stesso tempo soggetto e non soggetto al cambiamento. (Maimonide, Guida dei perplessi, III:12)
Nel corso della storia vi sono stati due modi e distinti e opposti di rapportarsi a questo fatto: l’edonismo (vivere per il piacere fisico) e l’ascetismo (rinunciare al piacere fisico). Il primo idolatra il fisico negando lo spirituale, il secondo esalta lo spirituale a scapito del fisico.
La via ebraica è sempre stata diversa: santificare il fisico – il mangiare, il bere, il sesso e il riposo – facendo della vita del corpo un veicolo della Presenza divina. La ragione è semplice. Crediamo con fede perfetta che il Dio della redenzione è anche il Dio della creazione. Il mondo fisico che abitiamo è quello che Dio ha creato e dichiarato “molto buono”. Essere edonisti significa negare Dio. Essere asceti significa negare la bontà del mondo di Dio. Essere ebrei significa celebrare sia la creazione sia il Creatore. Questo è il principio che spiega molte caratteristiche altrimenti incomprensibili della vita ebraica.
Le leggi con cui inizia la Parashà sono esempi notevoli di ciò: Quando una donna concepisce e partorisce un maschio, sarà teme’ah per sette giorni, come nel tempo della separazione durante il suo ciclo… Poi, per altri trentatré giorni avrà un periodo di attesa durante il quale il suo sangue è ritualmente puro. Finché questo periodo di purificazione non è completo, non toccherà nulla di sacro e non entrerà nel Santuario. Se partorisce una femmina, avrà per due settimane lo stesso stato di teme’ah del suo ciclo mestruale. Poi, per sessantasei giorni, avrà un periodo di attesa durante il quale il suo sangue è ritualmente puro.
In seguito porta un olocausto e un sacrificio per il peccato, dopo di che viene ristabilita nella “purezza rituale”. Qual è il significato di queste leggi? Perché il parto rende la madre teme’ah (di solito tradotto “ritualmente impura”, ma meglio inteso come “una condizione che impedisce o esenta da un incontro diretto con la santità”)? E perché il periodo dopo la nascita di una femmina è il doppio rispetto a quello per un maschio?
Vi è la tentazione di considerare queste leggi come intrinsecamente oltre la comprensione umana. Alcune affermazioni rabbiniche sembrano dire proprio questo. In realtà non è così, come spiega diffusamente Maimonide nella Guida. Certamente non possiamo mai sapere – soprattutto riguardo alle leggi che concernono kedushà (santità) e teharà (purezza) – se la nostra comprensione sia corretta. Ma non siamo per questo costretti ad abbandonare la ricerca di comprensione, anche se ogni spiegazione sarà al massimo speculativa e mprovvisoria.
Il primo principio essenziale per comprendere le leggi di purezza e impurità rituale è che Dio è vita. L’ebraismo è un profondo rifiuto dei culti, antichi e moderni, che glorificano la morte. Le grandi piramidi d’Egitto erano tombe grandiose. Arthur Koestler osservò che senza la morte “le cattedrali crollano, le piramidi svaniscono nella sabbia, i grandi organi diventano silenziosi”. I poeti metafisici inglesi ne fecero un tema costante. Come scrisse T. S. Eliot: Webster era profondamente ossessionato dalla morte
E vedeva il teschio sotto la pelle…
Donne, suppongo, era simile…
Conosceva l’agoscia del midollo
La febbre dello scheletro… (Whispers of Immortality, T. S. Eliot)
Sigmund Freud coniò il termine thanatos per descrivere il carattere orientato alla morte della vita umana. L’ebraismo è una protesta contro culture centrate sulla morte. “Non sono i morti che lodano il Signore, né quelli che scendono nel silenzio” (Salmo 114). “Quale profitto c’è nella mia morte, se scendo nella fossa? Può la polvere riconoscerti? Può proclamare la tua verità?” (Salmo 30). Quando apriamo un Sefer Torà diciamo: “Voi che aderite al Signore vostro Dio siete tutti vivi oggi” (Deuteronomio 4:4). La Torà è un albero di vita. Dio è il Dio della vita. Come disse Mosè in due parole memorabili: “Scegli la vita” (Deuteronomio 30:19).
Ne segue che la kedushà (santità) – un punto nel tempo o nello spazio in cui stiamo nella presenza non mediata di Dio – implica una suprema coscienza della vita. Per questo il caso paradigmatico di tumà è il contatto con un cadavere. Altri casi includono malattie o emissioni corporee che ci ricordano la nostra mortalità. Il dominio di Dio è la vita. Perciò non può essere associato in alcun modo a richiami della morte.
Così Jehuda Halevi spiega le leggi di purezza:
Un corpo morto rappresenta il grado più alto di perdita della vita, e un arto lebbroso è come se fosse morto. Lo stesso vale per la perdita del seme, poiché era dotato di forza vitale, capace di generare un essere umano. La sua perdita costituisce quindi un contrasto con ciò che è vivo e respirante. (Il Kuzari, II:60)
Le leggi della purezza si applicano esclusivamente a Israele, sostiene Halevi, proprio perché l’ebraismo è la religione suprema della vita, e i suoi aderenti sono quindi ipersensibili anche alle più sottili distinzioni tra vita e morte.
Un secondo principio, altrettanto sorprendente, è la sensibilità acuta che l’ebraismo mostra verso la nascita di un bambino. Nulla è più “naturale” della procreazione. Ogni essere vivente la compie. I sociobiologi arrivano a sostenere che un essere umano è il modo di un gene per creare un altro gene. Al contrario, la Torà si dilunga nel descrivere come molte delle eroine bibliche – tra cui Sara, Rebecca, Rachel, Chanà e la donna Sunamita – fossero sterili e abbiano avuto figli solo tramite un miracolo.
È chiaro che la Torà intende trasmettere un messaggio, ed è inequivocabile. Essere ebrei significa sapere che la sopravvivenza non è solo una questione biologica. Ciò che altre culture considerano naturale, per noi è un miracolo. Ogni bambino ebreo è un dono di Dio. Nessuna fede ha preso i bambini più seriamente o ha dedicato più energie alla crescita della generazione successiva. Il parto è meraviglioso. Essere genitori è ciò che più ci avvicina a Dio stesso. Questo, incidentalmente, è il motivo per cui le donne sono più vicine a Dio degli uomini, perché esse, a differenza degli uomini, sanno cosa significa far emergere una nuova vita da sé, come Dio trae la vita da sé. L’idea è espressa magnificamente nel versetto in cui Adamo, lasciando l’Eden, si rivolge a sua moglie chiamandola Chava “poiché è la madre di ogni vivente”.
Possiamo ora avanzare alcune ipotesi sulle leggi relative al parto. Quando una madre partorisce, affronta un grande rischio. Nel corso dei secoli, il parto è stato un pericolo mortale sia per la madre sia per il bambino, e ancora oggi esistono rischi costanti per molte. Inoltre, durante il parto, la donna si separa da ciò che fino a quel momento era parte del suo corpo (un feto, dicevano i rabbini, “è come un arto della madre”) e che ora diventa una persona indipendente. Se questo è vero nel caso di un maschio, lo è doppiamente nel caso di una femmina – che, con l’aiuto di Dio, non solo vivrà ma potrà a sua volta diventare fonte di nuova vita. A un livello, dunque, queste leggi segnalano il distacco della vita dalla vita.
A un altro livello, suggeriscono certamente qualcosa di più profondo. Esiste un principio halakhico: “Chi è impegnato in una mitzvà è esente da altre mitzvot”. È come se Dio dicesse alla madre: per quaranta giorni nel caso di un maschio, e il doppio nel caso di una femmina (il legame madre-figlia è ontologicamente più forte di quello tra madre e figlio): ti esento dal presentarti davanti a Me nel luogo della santità perché sei completamente impegnata in uno degli atti più sacri di tutti, nutrire e prenderti cura di tuo figlio. A differenza degli altri, non hai bisogno di visitare il Tempio per essere connessa alla vita in tutta la sua sacra grandezza. La stai sperimentando tu stessa, direttamente e con ogni fibra del tuo essere. Tra giorni, settimane, verrai a rendere grazie davanti a Me (insieme alle offerte per essere passata attraverso un momento di pericolo). Ma per ora, guarda tuo figlio con meraviglia. Perché ti è stato concesso uno sguardo su un grande segreto, conosciuto altrimenti solo da Dio.
Il parto esenta la nuova madre dalla presenza al Tempio perché il suo letto replica l’esperienza del Tempio. Ora sa cosa significa che l’amore generi la vita e – nel mezzo della mortalità – essere toccati da un’intuizione di immortalità.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl



