Una candela che brucia

L’Europa ha imparato dalla Shoah? E cosa significa oggi di fronte al male assoluto?

Opinioni

di Rabbi Abraham Cooper e Daniel Schuster

Ogni anno, in occasione di Yom HaShoah, lo Stato di Israele si ferma. Per due minuti risuonano le sirene e l’intero Paese rimane immobile – sulle autostrade, negli uffici, nelle case – per ricordare i sei milioni di ebrei assassinati nella Shoah. È un momento di silenzio che porta con sé il peso della storia.

Eppure, oggi quel silenzio risuona in modo diverso. Il 7 ottobre 2023 ha segnato la giornata più letale per il popolo ebraico dalla fine della Shoah. Ma ciò che ha seguito quella data ha sollevato interrogativi profondi: non solo su Israele e sul Medio Oriente, ma anche sull’Europa e sulla sua capacità di confrontarsi con il proprio passato.

Il 7 ottobre è stato il giorno del massacro. Il periodo successivo è diventato un momento di verifica: fino a che punto l’Europa ha davvero interiorizzato le lezioni della sua storia? Non solo quelle della Shoah, ma anche quelle di secoli di persecuzioni, espulsioni, pogrom e antisemitismo.

Già prima del 7 ottobre si registrava in Europa un aumento preoccupante degli episodi antisemiti, provenienti da ambienti diversi: dall’estrema destra, da segmenti radicalizzati della sinistra e da reti islamiste. Le risposte istituzionali sono state spesso limitate a dichiarazioni, senza conseguenze concrete.

Nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, molti leader europei hanno espresso solidarietà a Israele. Alcuni hanno visitato il Paese e hanno visto con i propri occhi le conseguenze delle violenze. Per molti israeliani, questi gesti hanno avuto un significato importante.

Ma col passare delle settimane, il quadro è cambiato. Il dibattito pubblico europeo si è fatto più complesso e, in alcuni casi, più critico nei confronti di Israele. In diversi Paesi, il linguaggio utilizzato ha contribuito a semplificare o distorcere la realtà del conflitto, alimentando tensioni e incomprensioni.

La critica a Israele è legittima in una democrazia. Ma quando essa ignora o minimizza la violenza contro gli ebrei, oppure quando riemergono stereotipi antisemiti nel discorso pubblico, si oltrepassa una linea pericolosa.

Allo stesso tempo, cresce la preoccupazione per la sicurezza delle comunità ebraiche, in Europa e nel mondo. Attacchi contro istituzioni ebraiche, insieme a un clima ostile nei campus universitari e nello spazio digitale, contribuiscono a un senso diffuso di vulnerabilità.

Vi è però una differenza fondamentale rispetto al passato: oggi il popolo ebraico dispone di uno Stato. La nascita di Israele è stata anche una risposta alla storia di persecuzioni e abbandono. Per molti, essa rappresenta la consapevolezza che la sicurezza degli ebrei non può dipendere esclusivamente da altri.

Ciò non significa che Israele sia al di sopra delle critiche. Nessuna democrazia lo è. Tuttavia, è essenziale distinguere tra una critica legittima e una retorica che mette in discussione il diritto stesso all’esistenza dello Stato ebraico o che giustifica la violenza contro gli ebrei.

In occasione di Yom HaShoah, il ricordo del passato si intreccia inevitabilmente con le responsabilità del presente. Per l’Europa, questo implica una riflessione continua sul modo in cui affronta l’antisemitismo, custodisce la memoria storica e reagisce alle crisi contemporanee.

 

Per molti europei impegnati nella lotta contro l’antisemitismo e nel dialogo tra culture, questo impegno è concreto e significativo. Ma resta aperta la domanda su quanto le parole si traducano in azioni e su come i principi vengano applicati nella realtà.

 

La storia europea insegna che l’odio verso le minoranze spesso inizia con gli ebrei, ma raramente si ferma a loro. È proprio questa consapevolezza che rende la vigilanza non solo necessaria, ma urgente.

Come ammoniva Winston Churchill, la tendenza a placare il male può avere conseguenze devastanti. È una lezione storica che rimane attuale.

In questo Yom HaShoah, la sfida per l’Europa non è soltanto ricordare, ma interrogarsi – con onestà – sul proprio ruolo, ieri come oggi.