Fin dalle prime battute è emersa la natura del volume: un’opera divulgativa ma solida, capace di restituire complessità a un tema spesso ridotto a slogan. Il libro ricostruisce il sionismo come fenomeno plurale, attraversato da correnti diverse — socialista, revisionista, religiosa, pragmatica — e lo fa attraverso una narrazione accessibile, arricchita da ritratti, episodi e dettagli poco noti.
Si è svolta il 22 marzo 2026, in modalità online nell’ambito degli incontri culturali di Kesher, la presentazione del libro “Se lo vorrete non sarà un sogno” di Luciano Assin. Un appuntamento partecipato che ha riunito voci autorevoli del panorama culturale e giornalistico italiano, trasformandosi rapidamente in un confronto ampio sul significato storico e politico del sionismo oggi.
Ad aprire l’incontro è stata Paola Boccia, mentre la moderazione è stata affidata a Fiona Diwan, che ha guidato il dialogo mantenendo un equilibrio efficace tra divulgazione e approfondimento. Accanto all’autore sono intervenuti Stefano Parisi e Daniele Scalise, il primo presidenre dell’associazione Setteottobre, l’altro giornalista e membro della stessa associazione.
Fin dalle prime battute è emersa la natura del volume: un’opera divulgativa ma solida, capace di restituire complessità a un tema spesso ridotto a slogan. Il libro ricostruisce il sionismo come fenomeno plurale, attraversato da correnti diverse — socialista, revisionista, religiosa, pragmatica — e lo fa attraverso una narrazione accessibile, arricchita da ritratti, episodi e dettagli poco noti.
Non solo storia, ma battaglia culturale. È questo il punto su cui la discussione si è progressivamente concentrata. Secondo Parisi, il successo storico del sionismo risiederebbe nella sua natura democratica e pluralista, capace di riflettere dinamiche proprie delle società occidentali. Una lettura che si accompagna a una contrapposizione netta tra modelli politici e culturali, utilizzata per sostenere una tesi più ampia: le radici del sionismo affondano nella storia europea moderna.
Diwan ha ricondotto il discorso a una maggiore complessità storica, sottolineando come il sionismo sia il risultato di molteplici fattori: persecuzioni, migrazioni, elaborazioni intellettuali e politiche maturate tra Europa orientale e occidentale. Un intreccio di “affluenti” che rende impossibile qualsiasi lettura univoca.
Il passaggio più esplicitamente contemporaneo è arrivato con l’intervento di Scalise, che ha definito l’antisionismo come una forma attuale di antisemitismo, collocandolo però all’interno della cultura occidentale stessa, chiamata a interrogarsi sulle proprie categorie interpretative.
In questo contesto, il libro di Assin è stato più volte descritto come uno strumento pratico di comunicazione, capace di colmare la distanza tra ricerca accademica e divulgazione. Un testo che — come è stato osservato — permette di raccontare il sionismo anche fuori dagli spazi specialistici, rendendolo accessibile senza banalizzarlo.
Uno dei nodi centrali emersi riguarda proprio la comunicazione. Assin ha proposto una distinzione del pubblico in tre categorie — favorevoli, contrari e indecisi — suggerendo di concentrare gli sforzi su questi ultimi, in particolare sulle giovani generazioni. Da qui la consapevolezza condivisa: i canali tradizionali non bastano più, e la sfida si gioca sempre di più anche sul terreno digitale, inclusa la costruzione della narrativa attraverso strumenti come l’intelligenza artificiale.
Non sono mancate proposte concrete. Parisi ha avanzato l’idea di un festival dedicato al sionismo, capace di unire storia, tecnologia e cultura visiva, con l’obiettivo di normalizzare il racconto e sottrarlo tanto alla demonizzazione quanto alla semplificazione.
Sul piano teorico, il dibattito ha sfiorato anche le letture postcoloniali, evocando implicitamente il pensiero di Edward Said, che ha contribuito a definire la percezione di Israele come progetto coloniale. Un terreno di confronto oggi centrale nel discorso pubblico internazionale.
A chiudere è stato lo stesso Assin, richiamando un episodio storico meno noto ma significativo, la Grande rivolta araba del 1936–1939, interpretata come momento di frattura interna al mondo palestinese e chiave di lettura per comprendere dinamiche successive.
Nel complesso, l’incontro ha restituito con chiarezza la tensione che attraversa il tema: tra storia e narrazione, tra complessità e semplificazione, tra conoscenza e uso politico del passato. Ed è proprio in questo spazio che il libro di Assin si colloca, proponendosi non solo come sintesi storica, ma come intervento nel dibattito contemporaneo.


