Due anni nei tunnel di Hamas: la storia di Nimrod Cohen, dalla cattività alla libertà 

Personaggi e Storie
di Anna Balestrieri
Un racconto che non cerca ordine, ma restituisce esperienza. Si passa dall’alba del 7 ottobre – il risveglio, il carro armato, l’illusione della normalità – al caos immediato dell’attacco. E poi i 738 giorni di prigionia a Gaza, con le violenze fisiche e psicologiche, fame, buio, spostamenti continui, paura dei bombardamenti e – paradossalmente – anche tentativi per resistere: giochi mentali, traduzioni di canzoni, alfabeti ripassati per non perdere lucidità. (Foto: Forum Famiglie degli Ostaggi)
Non è un’intervista nel senso classico, né una testimonianza ricostruita a posteriori con domande e risposte. Il lungo racconto pubblicato su Haaretz e firmato dai giornalisti Shay Fogelman e Yanai Yechiel si presenta piuttosto come un flusso continuo, quasi febbrile, della memoria: la voce di Nimrod Cohen che emerge senza mediazioni apparenti da due anni di prigionia nei tunnel di Hamas.

Il soldato imprigionato per due anni

Un cartello per la liberazione di Nimrod Cohen

Cohen, originario di Rehovot, nel centro di Israele, era un soldato del corpo corazzato dell’IDF quando fu rapito il 7 ottobre 2023, ventenne, nei pressi del confine con Gaza, dopo che il suo carro armato, in avaria, venne colpito da miliziani di Hamas. Rimasto uno dei pochi sopravvissuti dell’equipaggio, fu trascinato nella Striscia e tenuto in prigionia per circa due anni. È stato liberato nell’ottobre 2025, dopo 738 giorni di cattività, e ha potuto riabbracciare la famiglia – divenuta nel frattempo una delle voci più attive nelle proteste per il rilascio degli ostaggi.

Il racconto 

Un racconto che non cerca ordine, ma restituisce esperienza. Si passa dall’alba del 7 ottobre – il risveglio, il carro armato, l’illusione della normalità – al caos immediato dell’attacco. Le esplosioni, il motore in avaria, il fumo che riempie l’abitacolo, i compagni colpiti. Non c’è distanza narrativa: Cohen descrive la scelta in tempo reale, brutale nella sua semplicità – combattere e morire, oppure uscire disarmato e sperare.

La cattura è raccontata come una sospensione emotiva. Non rabbia, non paura, ma una sorta di distacco: «ero lì fisicamente, ma con la testa altrove». Attorno a lui violenza, corpi colpiti, saccheggi, telecamere. Poi il trasferimento a Gaza, la nudità forzata, l’ingresso nei tunnel. È qui che il racconto cambia ritmo e diventa qualcosa di diverso: una cronaca mentale della sopravvivenza.

Il leader di Hamas 

Nel testo emerge anche l’incontro inatteso con Yahya Sinwar, leader di Hamas, descritto con tratti quasi dissonanti: “carismatico”, capace di apparire rassicurante, lontano dall’immagine pubblica di capo militare. Una presenza breve, ma simbolica, che segna l’inizio della lunga attesa.
La quotidianità nei tunnel è fatta di dettagli minimi e strategie psicologiche. Fame, buio, spostamenti continui, paura dei bombardamenti e – paradossalmente – anche dei tentativi di salvataggio. Cohen racconta di aver sviluppato meccanismi per resistere: giochi mentali, traduzioni di canzoni, alfabeti ripassati per non perdere lucidità.

Lo humour 

Tra gli elementi più sorprendenti, l’umorismo nero. Le battute sulla morte, le risate soffocate alle spalle delle guardie, piccoli rituali collettivi tra ostaggi. Non evasione, ma strumento di sopravvivenza: «è difficile odiare qualcuno che ti fa ridere», ricorda citando un compagno di prigionia.
Il testo restituisce anche la complessità del rapporto con i carcerieri. Figure non monolitiche: alcuni violenti, altri più ambigui, talvolta quasi ordinari. Cohen osserva, distingue, impara a leggere comportamenti e gerarchie. Evita il contatto diretto, delega agli altri le interazioni: una divisione dei ruoli che diventa organizzazione minima della vita in cattività.

La guerra psicologica

Sul fondo, costante, la guerra psicologica: minacce, disinformazione, notizie manipolate. L’idea che Israele possa essere distrutto, che nessuno li cerchi più. E insieme la consapevolezza progressiva di essere “una carta” negoziale, e quindi – forse – destinati a sopravvivere.
Il tempo nei tunnel non scorre: si misura. Con le preghiere islamiche delle guardie, con i pasti, con gli spostamenti. Giorni indistinguibili, interrotti da picchi di terrore – bombardamenti, incursioni, voci di accordi imminenti che alimentano speranza e subito la distruggono.
Nel racconto affiora anche uno sguardo sull’esterno: bambini, animali maltrattati, povertà. Non un giudizio lineare, ma una percezione stratificata, dove empatia e disillusione coesistono.

Le difficoltà del presente

La conclusione non è una vera conclusione. Cohen torna al presente senza retorica: i progetti interrotti, l’idea di studiare ingegneria meccanica, la difficoltà a immaginarsi seduto in aula. La libertà non cancella la frattura.
Pubblicato il 19 febbraio 2026, il testo di Haaretz non costruisce un’intervista, né una narrazione ordinata: è un flusso di coscienza che conserva il disordine dell’esperienza, lasciando emergere frammenti, contraddizioni e dettagli che difficilmente troverebbero spazio in una ricostruzione più tradizionale. Proprio in questa forma sta la sua forza: non spiegare, ma far attraversare.