“Editoria vigliacca”: se in vetrina trovo solo libri propal (e tutto il resto scompare)

Libri

di Marina Gersony e Esterina Dana

Censura e ipocrisia: pubblicare libri in tempo di guerra e di furore antiebraico. Scrivere di ebrei o di Israele è diventato un tabù (salvo parlarne male). Va in scena lo scandalo di una editoria che pubblica solo libri propal, che demonizza Israele e marginalizza autori, argomenti, narrativa e saggistica di voci ebraiche e israeliane. Una censura understament e clamorosa. Convegni cancellati, stand che chiudono, eventi spostati “per evitare tensioni”. Un sottile ostracismo,  una “pressione” che colpisce festival, università, librerie, scelte editoriali. E persino un classico  come Isaac B. Singer si ritrova etichettato come “prodotto che uccide”

In una libreria italiana o europea, oggi, non serve più togliere un libro dallo scaffale per farlo sparire. Basta spostarlo. Metterlo più in basso. Evitare una presentazione. Rinviare una traduzione. E aspettare che il rumore passi. Non è censura dichiarata, ma qualcosa di più sottile: prudenza che diventa abitudine, autotutela che scivola in rinuncia, timore di esporsi, convinzione ideologica che non ammette confronto. Un ostracismo ipocrita, silenzioso, non dichiarato se non addirittura negato.

Mentre la geopolitica mondiale resta in bilico tra escalation e ipotesi di svolta, libri e autori israeliani – o semplicemente ebrei – continueranno a essere trattati come un corpo estraneo, come ormai accade dal 7 ottobre? E quando le guerre finiranno, i libri torneranno davvero sugli scaffali, nelle discussioni, nelle coscienze? La geopolitica cambia in fretta. La cultura molto più lentamente. Quando il conflitto finirà – perché prima o poi finirà – resterà una domanda aperta: chi deciderà quando sarà di nuovo “accettabile” pubblicare, tradurre, promuovere, invitare? Non è una domanda astratta. È una questione editoriale, culturale, politica. E riguarda l’Italia, oltre che l’Occidente in generale, più di quanto si voglia ammettere.

Fiere, scuole, palcoscenici: l’attualità che continua a pesare

Alla Bologna Children’s Book Fair 2026 (13–16 aprile), una delle fiere per ragazzi più importanti al mondo, si è aperto un caso attorno alla mancata partecipazione dell’Istituto per la Letteratura Ebraica Israeliana. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, la richiesta di uno stand sarebbe stata respinta; secondo la direzione della fiera, invece, non ci sarebbe mai stata una domanda formale. Al di là delle versioni, l’esito resta invariato: cancellazione dell’evento, ripiego sul compromesso e, infine, accettazione passiva della situazione.

In Francia, lo scorso gennaio, lo scandalo sui libri scolastici dai contenuti antisemiti e propal ha fatto il giro d’Europa. Hachette Livre ha ritirato e distrutto migliaia di copie di tre manuali e un dizionario in cui le vittime israeliane del 7 ottobre venivano definite “coloni ebrei”. E anche in Italia la Zanichelli ha promesso che toglierà nella prossima ristampa del volume La storia. progettare il futuro, co-curato da Alessandro Barbero, il riferimento agli israeliani “coloni” attaccati il 7 ottobre. Anche il linguaggio educativo è pertanto diventato terreno minato.

Poche settimane dopo, alla Berlinale, il ministro tedesco Carsten Schneider ha abbandonato il palco durante la cerimonia di premiazione, dopo le accuse del regista Abdallah Al-Khatib contro la Germania per il sostegno a Israele. Le reazioni: subbuglio nella politica tedesca e proteste delle comunità ebraiche che hanno chiesto una presa di posizione ufficiale.

Nello stesso periodo, oltre cento figure del cinema – tra cui Javier Bardem, Mark Ruffalo e Tilda Swinton – hanno firmato una lettera aperta accusando la Berlinale di “silenzio” e Israele di “genocidio” in corso».

Quando la neutralità diventa sospetta

Dopo il 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Hamas non ha solo ridisegnato equilibri geopolitici; ha prodotto una polarizzazione profonda del discorso pubblico occidentale, dove la complessità viene sempre più spesso percepita come ambiguità morale.

Un sondaggio di SWG del 2025 diffuso da Reuters, rileva che, di fronte a una serie di episodi legati alle proteste contro Israele, il 15% degli intervistati giudica “in tutto o in parte giustificabili” aggressioni fisiche contro ebrei, mentre il 18% ritiene legittimi graffiti antisemiti. La maggioranza respinge queste posizioni, ma quella minoranza indica uno slittamento pericoloso, laddove la critica a uno Stato rischia di sovrapporsi a identità, storia, cultura. E a persone. In questo contesto, la cultura smette di essere un luogo neutro; diventa un territorio ad alto rischio reputazionale.

Italia: nessun boicottaggio ma un clima che pesa

In Italia non esiste una politica di boicottaggio editoriale dichiarata verso autori israeliani o ebrei. L’Associazione Italiana Editori non ha mai promosso linee di esclusione. Eppure, dal 2024 qualcosa è cambiato. Non nei regolamenti, ma nella temperatura dell’ambiente. Rinunce spesso silenziose, talvolta preventive, si moltiplicano. Un nome scompare dal programma, uno stand chiude per prudenza, un incontro viene spostato “per evitare tensioni”. Episodi in apparenza irrilevanti, ma che evidenziano una linea di pressione che attraversa festival, università, librerie.

Nel marzo 2024 il giornalista, saggista, ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari vede annullata la presentazione del suo libro Mediterraneo conteso (Rizzoli) all’Università Federico II di Napoli. Nello stesso periodo, a Firenze, Elisabetta Fiorito viene interrotta durante la presentazione della biografia di Golda Meir (Golda. Storia della donna che fondò Israele, Giuntina, 2024).

Al Salone del Libro di Torino 2024, un corteo pro-Palestina tenta di entrare al Lingotto. Le forze dell’ordine respingono i manifestanti; alcuni stand chiudono in segno di solidarietà; Zerocalcare si unisce alla protesta. Il dibattito esplode sul rapporto tra dissenso politico, gestione dell’ordine pubblico e ruolo degli spazi culturali. Mentre gli organizzatori ribadiscono la legittimità della contestazione nel rispetto della sicurezza e della libertà di tutti i partecipanti.

Nel maggio 2025, alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, alcuni libri su Israele vengono marchiati con adesivi: “Questo prodotto uccide”, si legge sull’etichetta. Quali libri? Si tratta de La guerra antisemita contro l’Occidente di Fiamma Nirenstein (Giubilei Regnani) e Viaggio in Israele del premio Nobel Isaac Bashevis Singer (Giuntina). Feltrinelli parla di vandalismo politico. Ma il segnale resta. A Padova la presentazione di Lo scandalo Israele di David Parenzo (Rizzoli) viene spostata in una sede segreta dopo minacce (vedi pag. 34). A Torino gruppi pro-Palestina contestano l’incontro con Nathan Greppi, giornalista e collaboratore di Bet Magazine–Mosaico, che presenta il suo libro La cultura dell’odio (Lindau). Nell’ottobre 2025, a Emanuele Fiano viene impedito di parlare a Ca’ Foscari. A Roma, al festival Più Libri Più Liberi, alcuni editori coprono simbolicamente gli stand. Nel maggio 2025, circa 175 giornalisti italiani pubblicano un appello su Repubblica chiedendo alle redazioni di rompere il “muro del silenzio” su Gaza, Cisgiordania e conflitto, accusando parte del giornalismo di non trattare adeguatamente la dimensione palestinese della crisi. Un cahier de doléances che restituisce il clima emotivo e politico di questa stagione.

Tra presente e passato, una polemica che ritorna ciclicamente

Stessa sorte, l’hanno subita anche alcuni tra i più noti autori israeliani contemporanei, da David Grossman ad Amos Oz, Etgar Keret, Dorit Rabinyan e Yossi Klein Halevi.

Sono scrittori molto diversi tra loro per stile, generazione e posizione politica, ma accomunati da un dato: rappresentano una parte importante della letteratura israeliana e proprio per questo finiscono spesso al centro delle discussioni quando si parla del rapporto tra cultura e politica. Grossman e Oz, per esempio, sono stati per decenni tra le voci più autorevoli della narrativa israeliana e, allo stesso tempo, tra i critici più espliciti delle politiche dei governi di Israele.

Nell’agosto del 2025 Grossman confessò il dolore profondo di dover ricorrere alla parola “genocidio”, sostenendo che la gravità della situazione non gli permetteva più di evitarla. Pur condannando l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, lo scrittore sottolineò che la reazione militare di Israele aveva assunto proporzioni tali da non poter essere giustificate, puntando il dito contro la gestione della crisi da parte del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Parole che hanno suscitato un acceso dibattito in Italia e all’estero, venendo citate o usate da chi sostiene la necessità di fermare le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Il confronto pubblico si è ulteriormente infiammato quando altre figure di primo piano del mondo civile e culturale hanno preso posizione. Tra queste la senatrice a vita Liliana Segre, che ha espresso riserve sull’uso del termine “genocidio”, definendolo “troppo carico di odio” in quel contesto e attirandosi, come noto, una valanga di critiche e attacchi personali sui social.

E come non ricordare Etgar Keret, autore amatissimo soprattutto dalle nuove generazioni, noto per i suoi racconti brevi e surreali, spesso tradotti e letti in tutto il mondo. Anche il suo nome è comparso più volte nelle discussioni sul boicottaggio culturale e sulla partecipazione degli autori a festival e incontri pubblici.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi non si tratta di una censura in senso stretto. I loro libri continuano a essere pubblicati, tradotti e letti in numerosi Paesi. La discriminazione, semmai, è più sottile. Le controversie riguardano la partecipazione a eventi pubblici: festival letterari, incontri universitari, collaborazioni con istituzioni culturali israeliane o iniziative sostenute da enti statali. In questi contesti alcuni gruppi e movimenti chiedono l’esclusione degli autori o il boicottaggio delle manifestazioni, sostenendo che la cultura non possa essere separata dalla politica e che le istituzioni israeliane debbano essere isolate finché il conflitto non troverà una soluzione.

Altri intellettuali, al contrario, vedono in queste iniziative un rischio per la libertà culturale. È proprio questa ambiguità – sospesa tra protesta politica e libertà artistica – a rendere il tema così urgente e delicato.

Come osservano diversi analisti e studiosi, non si tratta di difendere o assolvere uno Stato, né di approvare la politica di un governo.

La critica a Israele, come a qualsiasi altro Paese, è legittima; non lo è la demonizzazione di un popolo. Il problema nasce quando la complessità diventa inaccettabile e la distinzione tra politiche, istituzioni e persone scompare. È in questo slittamento che un popolo intero – in questo caso quello ebraico – diventa oggetto di sospetto, discriminazione e, come mostrano i dati dopo il 7 ottobre, anche di violenza.

Memoria sotto pressione

Il cambiamento non riguarda solo l’attualità. Tocca la Memoria. Tra il 2024 e il 2026, diverse ricerche mostrano un calo della centralità simbolica del Giorno della Memoria. Soprattutto nelle scuole: i libri sulla Shoah continuano a uscire, ma faticano a occupare lo spazio pubblico.
Il panorama editoriale italiano resta formalmente aperto e plurale. Eppure, mentre crescono le tensioni verso autori israeliani, aumenta anche l’attenzione verso case editrici che pubblicano con regolarità opere critiche su Israele o legate alla narrativa palestinese. Sono realtà indipendenti che scelgono di posizionarsi apertamente, concentrandosi su diritti umani, marginalità, conflitti. Non dichiarano boicottaggi, ma aderiscono a reti di solidarietà culturale. Con qualche eccezione: tra il 2024 e il 2025, nasce Publishers for Palestine, una rete internazionale che chiede di interrompere collaborazioni con istituzioni editoriali israeliane. Sulla carta non colpisce gli autori, ma di fatto è una delle più ampie iniziative di boicottaggio culturale organizzato degli ultimi decenni: vengono stoppate traduzioni, diritti, inviti.

Università USA: il dissenso

Dal 2024 le università in USA diventano un fronte centrale. In diversi campus si votano mozioni simboliche per sospendere collaborazioni con atenei israeliani: cancellazione di eventi, rinvio di seminari “per evitare tensioni”. La frattura attraversa anche le grandi testate. Oltre 150 scrittori e collaboratori del New York Times annunciano il boicottaggio della sezione opinioni, accusando il quotidiano di una copertura faziosa del conflitto e chiedendo una revisione dei presunti pregiudizi anti-palestinesi. Anche il giornalismo culturale diventa terreno di scontro.

Le amministrazioni spesso si dissociano. Ma l’effetto resta: un’intera filiera accademica e editoriale entra in zona grigia. Pubblicare un saggio, tradurre un autore, invitare un docente diventa una scelta politica implicita. Non è censura. È pressione ambientale.

Come stupirsi allora se un titolo come Il suicidio di Israele, di Anna Foa, porta a casa decine di migliaia di copie vendute?

Reazioni e iniziative a sostegno

La risposta ai boicottaggi istituzionali e alle pressioni culturali arriva quasi subito, segno di quanto il tema sia controverso e profondamente polarizzato, e di quanto il mondo editoriale non segua una linea univoca.

A un anno dal 7 ottobre 2023, oltre mille scrittori e intellettuali hanno sottoscritto lettere in difesa della libertà culturale. Per molti di loro, boicottare autori o editori sulla base della sola nazionalità è “anticulturale e pericoloso” e rappresenta un attacco alla democrazia culturale stessa.

In questo clima interviene l’agente letteraria israeliana Deborah Harris che, in un editoriale del 2024 sul New York Times (“Stop al boicottaggio della cultura israeliana”), si oppone all’appello a boicottare gli scrittori israeliani. Direttrice della Deborah Harris Agency, che in oltre quarant’anni ha rappresentato circa 140 autori israeliani ed ebrei in più di cinquanta Paesi, Harris osserva che le porte agli autori israeliani si stavano chiudendo già prima della guerra tra Israele e Hamas e sostiene che «non può essere che la soluzione al conflitto sia leggere meno, non di più. In un momento come questo, aggiunge, è più importante che mai continuare a pubblicare e leggere libri israeliani e di autori ebrei». Sulla stessa linea, ma con parole ancora più nette, l’anno scorso Kathleen Schmidt, fondatrice e amministratrice delegata americana di Kathleen Schmidt Public Relations e figura di riferimento nel settore librario, dichiara: «Boicottare gli autori perché ebrei è odioso. Non importa cosa si pensi che dovrebbe accadere a Gaza: non c’è motivo di prendere di mira gli autori ebrei».

Nu Reads: leggere come ribellione

In questo contesto nasce Nu Reads, il programma del Jewish Book Council, lanciato nell’ottobre 2025. Non solo un abbonamento librario, ma un progetto pedagogico e comunitario: libri firmati, materiali di approfondimento, incontri con gli autori. Un progetto destinato a una comunità di lettori appassionati di storie ebraiche. Il nome dice molto. “Nu”, in yiddish Allora? Raccontami. Andiamo avanti, è un invito gentile e ostinato a continuare a leggere, a pensare, a non rinunciare alla complessità. Perché quando la politica divide, la cultura – se resiste – può ancora unire.

 

 

 

 

 

 

 

Claudio Vercelli: Un dibattito pubblico polarizzato

«Il sistema editoriale italiano è fortemente condizionato dalla distribuzione, dominata da pochi grandi operatori che orientano le scelte verso libri facilmente vendibili. Ciò privilegia testi brevi e semplificati e penalizza analisi complesse». Così lo storico Claudio Vercelli esprime la sua posizione sul tema di questa inchiesta. «Anche il conflitto israelo-palestinese viene trattato secondo tali dinamiche: sono più diffuse opere con prospettiva filopalestinese, più rari gli studi che restituiscano in modo equilibrato la complessità storica israeliana. Autori, editori, distributori e librai formano una filiera guidata dal marketing. Spesso l’autore si adatta alle aspettative del mercato, contribuendo a una produzione che raramente esce dagli orientamenti dominanti». Ne deriva un dibattito polarizzato e un uso retorico del linguaggio: «termini come ‘genocidio’ diventano giudizi morali immediati. Anche festival culturali e media privilegiano confronti prevedibili e semplificati. Il risultato è un discorso pubblico basato su contrapposizioni rigide più che su analisi approfondite». E.D.