di Nina Deutsch
Non simpatizzano per Teheran, ma non sostengono l’escalation militare: la minoranza araba racconta un’altra percezione della guerra, tra sfiducia politica e senso di vulnerabilità. Tra timore per l’instabilità regionale e distanza dal governo, emerge una frattura interna: l’Iran non è visto come una minaccia esistenziale, mentre il conflitto appare un rischio troppo alto. (Immagine generata con l’IA)
Non esiste un’unica voce israeliana quando si parla di guerra. Esiste piuttosto un coro dissonante, fatto di timori, calcoli, identità e memorie diverse. Tra queste voci, quella degli arabi israeliani – circa un quinto della popolazione – racconta una storia meno lineare di quanto spesso si immagini: diffidenza verso l’Iran, sì, ma senza entusiasmo per una guerra che rischia di incendiare l’intera regione.
Parlare di Israele come di un blocco compatto è una semplificazione comoda, ma fuorviante, tornata con forza nel racconto di questi tempi complessi. Molti sembrano dimenticare che si tratta di una società attraversata da fratture politiche, culturali e identitarie, tutt’altro che uniforme. In questo mosaico, gli arabi israeliani – cittadini a pieno titolo, presenti nelle istituzioni e nella vita pubblica – restano una componente essenziale, ma spesso raccontata in modo superficiale. Su di loro si concentra l’analisi di Charlie Summers per il Times of Israel.
Una scena quotidiana, quasi banale, può dire molto più di mille analisi. In un supermercato di Gerusalemme, un cliente ebreo e un dipendente arabo si scambiano poche parole sulla guerra con l’Iran. «Alla fine andrà tutto bene», dice il secondo. «Ma è già tutto a posto», ribatte il primo. La risposta arriva secca, disarmante: «In guerra non ci sono vincitori». È un frammento minimo, ma rivela una frattura profonda: due percezioni della stessa realtà che faticano a incontrarsi.
I numeri confermano questa distanza. Se tra gli israeliani ebrei il sostegno alla campagna militare contro Teheran è larghissimo – oltre il 90% nei primi giorni del conflitto secondo l’ Israel Democracy Institute – tra i cittadini arabi l’appoggio crolla a poco più di un quarto. Non è una sorpresa assoluta: divergenze simili si sono già viste nei conflitti con Gaza. Ma questa volta il quadro è più sfumato. L’Iran non è un attore arabo né sunnita, e storicamente non è al centro del conflitto israelo-palestinese. Questo cambia le coordinate del giudizio.
Eppure, la diffidenza verso Teheran è reale. Molti arabi israeliani guardano alla Repubblica islamica come a una potenza destabilizzante, responsabile di aver alimentato tensioni e guerre per procura in Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq. «Non ho dimenticato cosa ha fatto ai sunniti», racconta un attivista di Tamra. La frattura religiosa – sunniti contro sciiti – pesa, così come il carattere autoritario del regime iraniano.
Ma riconoscere un problema non significa accettare qualsiasi soluzione. È qui che emerge il nodo centrale: per molti arabi israeliani, l’Iran non rappresenta una minaccia esistenziale paragonabile a quella percepita dalla maggioranza ebraica. In un sondaggio precedente alla guerra, solo una minoranza lo considerava un pericolo diretto per la sopravvivenza dello Stato. Il risultato è una posizione che può sembrare contraddittoria, ma non lo è: ostilità verso Teheran, ma scetticismo verso una guerra su larga scala.
A influire è anche un senso diffuso di distanza dalla narrativa dominante. « Nelle città arabe, l’esperienza di questa guerra è molto diversa da quella vissuta dal cittadino ebreo medio», osserva un ricercatore del Van Leer Institute di Gerusalemme. Non perché ignorino il conflitto, ma perché non si riconoscono completamente nel racconto nazionale che lo giustifica. È una distanza politica, ma anche emotiva.
C’è poi un elemento concreto, quotidiano, che pesa più delle analisi geopolitiche: la sicurezza. Durante i lanci di missili, la vulnerabilità delle città arabe è diventata evidente. I dati parlano chiaro: una percentuale minima di rifugi pubblici si trova in queste comunità, e molti non sono nemmeno operativi. Non sorprende che solo una piccola parte degli arabi israeliani dichiari di sentirsi protetta, contro una larga maggioranza tra gli ebrei.
La guerra, insomma, non è vissuta allo stesso modo. Non solo per ragioni ideologiche, ma per condizioni materiali diverse. Quando un missile colpisce una casa a Tamra, causando vittime e distruzione, il conflitto smette di essere una questione strategica e diventa una realtà immediata, tangibile, spesso più difficile da accettare.
A questo si aggiunge un’altra frattura, meno visibile ma altrettanto decisiva: la fiducia nelle istituzioni. Tra molti cittadini arabi prevale lo scetticismo verso la leadership politica israeliana. C’è chi vede nella guerra anche una scelta dettata da logiche interne di potere, più che da una necessità inevitabile. È una percezione che alimenta ulteriormente la distanza.
Nel frattempo, mentre l’attenzione pubblica è concentrata sul fronte esterno, problemi interni continuano a crescere. La criminalità nelle comunità arabe, già a livelli allarmanti, non si ferma con la guerra. Anzi, dopo una breve pausa iniziale, torna a intensificarsi, spesso nell’indifferenza generale. Per molti amministratori locali, questa resta la vera emergenza quotidiana.
Il risultato è una posizione complessa, che sfugge alle semplificazioni: gli arabi israeliani non sono filoiraniani, né automaticamente pacifisti. Sono, piuttosto, una comunità che valuta costi e benefici in modo diverso, partendo da una realtà distinta. Temono l’Iran, ma temono anche – e forse di più – le conseguenze di una guerra prolungata.
In fondo, quella frase pronunciata tra gli scaffali di un supermercato contiene già tutto: «In guerra non ci sono vincitori». È una constatazione semplice, quasi ovvia. Ma in un Paese abituato a vivere in stato di emergenza, suona come una presa di distanza. Non dalla realtà, ma da una sua possibile interpretazione. Ed è proprio in questa distanza che si coglie la vera complessità di Israele: un Paese che, più che un blocco compatto, resta un equilibrio fragile tra visioni del mondo che convivono, si scontrano e, a volte, si ignorano.



