di Roberto Zadik
Il 18 marzo 1986, a settantadue anni, moriva Bernard Malamud, “realista etico” della letteratura ebraica americana e “voce” delle prime generazioni di immigrati dalla Russia zarista al Nuovo Mondo. Omaggio al grande scrittore, autore di capolavori come Il commesso e di fulminanti racconti brevi da cui venne tratto il film Il migliore con Robert Redford.
Sono passati quarant’anni da quando, nel lontano 1986, il 18 marzo, si spegneva il brillante scrittore ebreo newyorchese di origini russe Bernard Malamud, a poco più di un mese dal suo settantaduesimo compleanno, il 26 aprile.
Nato da famiglia povera e disagiata, essendo il padre un modesto droghiere, rimase orfano di madre a soli quindici anni, trovando nella scrittura e nell’estro letterario una via di fuga da una vita famigliare assai travagliata. Questo autore, grazie a capolavori come Il commesso (The Assistant 1957) e l’Uomo di Kiev (The Fixer 1966), è passato alla storia per l’ironico realismo e la prosa asciutta e penetrante delle sue trame e per la ricostruzione dell’incerta quotidianità delle prime generazioni di ebrei immigrati in America, come i suoi genitori, dalle persecuzioni della Russia zarista.
Ma quali sono le peculiarità di questo autore così particolare e caratterizzato da un realismo tanto forte da rimanere impresso nella memoria di chi legge? Diversamente da suoi illustri colleghi, come Bellow, Chaim Potok e Philip Roth, Malamud non critica né mette al centro delle sue pagine l’ambiente ebraico, in quanto tale, ma descrive storie quotidiane di personaggi ebrei, con i loro problemi e le loro sofferenze umane, spesso imbrigliati in situazioni paradossali e dilemmi morali. È il caso del già citato Il commesso (pp. 357, tradotto da Giancarlo Buzzi e pubblicato da Minimum Fax) considerato dalla critica come il suo capolavoro.
Opera sobria, estremamente coinvolgente e parzialmente autobiografica Il commesso racconta della tragicomica collaborazione fra un anziano venditore di alimentari ebreo, in crisi economica, attinto dal modello paterno, ed un ladruncolo di origini italiane che, alternando zelo e ruberie, collaborerà con lui risollevandone l’attività ma innamorandosi della figlia. La narrazione è un tragicomico impasto di situazioni ed emozioni ed è uno dei pochi romanzi di Malamud, essendo lo scrittore un esperto di racconti brevi.
Tra il 1940 e il 1982, realizzò cinquantacinque storie riunite nella raccolta Tutti i Racconti che si concentrano, in gran parte, su storie di immigrazione e sopravvivenza intrise di ironia ebraica e sottile pessimismo. Le sue taglienti prose, comprendono storielle come Il cappello di Rembrandt, fino a trame più complesse come L’uomo di Kiev che racconta le peripezie di un tuttofare ebreo che, per trovare lavoro, lascia la moglie e si finge un “gentile,” nella Russia zarista e antisemita del 1911, finendo invischiato in una vicenda giudiziaria kafkiana.
Nelle sue opere Malamud affronta complessi problemi etici fra i quali le sofferenze delle brave persone indifese in un mondo difficile, il tema della fede e della speranza ed il rapporto fra mondo ebraico e società circostante. Realtà e fantasia, ironia e pessimismo dominano i lavori di questo autore, così introspettivo e apparentemente “leggero” che, con lucidità estrema, ha raccontato l’immigrazione ebraica in America e le storie della gente comune. Un’esistenza, quella di Malamud, sospesa fra disagio economico, ambizioni letterarie e problemi famigliari molto gravi, come le malattie mentali della madre e del fratello che costituirono un misto di vita privata oltre che di ispirazione letteraria molto intenso.
Lo scrittore si unì in matrimonio con una donna cattolica di origine italoamericana, Ann De Chiara, da cui nacquero i due figli Paul e Janna, che scrisse una biografia del padre. Questo autore, ancora oggi, si rivela estremamente interessante e prezioso per la qualità della sua scrittura, capace di ispirare notevolmente anche il cinema americano, fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, che trasformò i suoi romanzi in film importanti. Primo fra tutti Il migliore che, uscito nel 1984 e interpretato dal grande Robert Redford, racconta la paradossale vicenda di un ragazzo che diventerà un campione assoluto di baseball in un intreccio appassionante. Il film è stato diretto da Barry Levinson, famoso per pellicole come Rainman, emozionante storia con un protagonista affetto da autismo e interptretato magistralmente da Dustin Hoffman.



