di Davide Cucciati
Nelle fasi iniziali della guerra contro il regime islamico iraniano, la collaborazione tra Washington e Gerusalemme è stata piena. Il punto che emerge ora, però, è un altro: quella convergenza non si traduce più in una coincidenza sugli obiettivi finali del conflitto e, soprattutto, sulle tempistiche. Secondo Eldad Shavit, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv, per gli Stati Uniti potrebbe bastare il contenimento della minaccia iraniana. Israele, invece, guarda a un risultato più ampio. È qui che si colloca oggi il nodo politico della guerra: non nella tenuta dell’alleanza ma nella diversa idea di come debba finire.
A sostenerlo, nel briefing stampa organizzato il 12 marzo 2026 dall’Ambasciata d’Israele in Italia, sono state due figure provenienti dai vertici dell’apparato israeliano: lo stesso Shavit, con alle spalle una lunga carriera nell’intelligence dell’esercito israeliano e presso l’Ufficio del Primo Ministro, e Sima Shine, già a capo della Research and Evaluation Division del Mossad e poi attiva anche sul dossier iraniano al Ministero degli Affari Strategici.
L’analisi di Shavit ha messo a fuoco soprattutto i vincoli americani. Donald Trump continua a rivendicare successi ma la politica statunitense, nella sua lettura, resta condizionata da fattori che vanno oltre la strategia militare: l’impatto del conflitto sul mercato dell’energia, la scarsa disponibilità dell’opinione pubblica a sostenere guerre lunghe e l’avvicinarsi delle elezioni di midterm. Il consenso interno può reggere campagne brevi ma non un impegno aperto e senza termine. L’epoca dei neocon e dei conflitti lunghi con “boots on the ground” in Iraq e Afghanistan sembra ormai definitivamente relegata al passato. Anche per questo, ha osservato, Israele deve muoversi rapidamente, ottenere il massimo nel minor tempo possibile e continuare, nel frattempo, a dialogare con gli Stati Uniti d’America. Il vero nodo, in ogni discussione sull’Iran, resta il day after: Shavit ha detto che un collasso della Repubblica islamica appare arduo senza truppe sul terreno o senza rivolte interne. In altre parole, un forte indebolimento non coincide automaticamente con il crollo del sistema. Tuttavia, ha aggiunto, fermarsi troppo presto rischierebbe di lasciare a Teheran lo spazio per trasformare la propria sopravvivenza in una vittoria politica. Sullo sfondo resta l’imprevedibilità di Donald Trump che rende instabile qualunque previsione.
Sima Shine ha spostato il baricentro dell’analisi sulla resilienza operativa e repressiva del regime. Ha osservato che il numero dei missili iraniani si è ridotto ma ha insistito sul fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran continua a utilizzare anche munizionamento a grappolo e che, nella sua logica, anche un solo missile può produrre un effetto strategico rilevante: rompere la normalità, destabilizzare la vita quotidiana israeliana nonché mantenere la pressione psicologica. Secondo Shine, il primo obiettivo del regime è dimostrare continuità dopo i colpi subiti ai vertici. In questo quadro ha richiamato anche la sostituzione del capo dei Pasdaran con Ahmad Vahidi, figura indicata da anni dalla magistratura argentina tra i principali sospettati per l’attentato del 1994 contro l’AMIA (Asociacion Mutual Israelita Argentina) di Buenos Aires. Sul fronte interno iraniano, lo scenario tratteggiato rimarca la volontà del regime di non arretrare: Pasdaran e Basij presidiano le strade, reprimono le proteste e puniscono con la pena capitale anche chi tenta di fotografare, documentare o diffondere contenuti collegati alle manifestazioni. Per questa ragione, Shine ha ipotizzato un processo lento e graduale, possibile solo attraverso un logoramento progressivo del sistema: un “regime change” a breve termine è altamente improbabile.
Dentro questo quadro, la ricercatrice dell’INSS ha anche richiamato le differenze emerse in questi giorni tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e i Pasdaran. Il primo è apparso, nelle sue dichiarazioni, relativamente più prudente su alcuni dossier regionali mentre i secondi hanno assunto una postura più dura. Nella ricostruzione proposta da Shine, la Repubblica Islamica dell’Iran ha comunque cercato di mostrare di aver fatto ciò che si era prefissato: colpire Israele, colpire obiettivi americani, esercitare pressione sui Paesi del Golfo e sullo Stretto di Hormuz, con conseguenze dirette sul prezzo del petrolio e sui costi assicurativi della navigazione. Il tema, pertanto, è politico oltre che militare: per Teheran la guerra non si misura soltanto nei danni subiti ma anche nella capacità di far pagare un prezzo regionale e globale al conflitto. Shine ha affrontato poi il nodo del nucleare: a suo giudizio, il programma iraniano è stato riportato indietro di anni e non sarà semplice ricostruirlo rapidamente. Ma ha anche aggiunto che i soli bombardamenti non bastano ad annientarlo del tutto. Sul fronte missilistico, tra il 70 e l’80 per cento dei lanciatori iraniani sarebbe stato distrutto e la capacità produttiva del regime starebbe incontrando difficoltà crescenti. Ma la conclusione politica che ne ha tratto è stata prudente: finché il regime resterà in piedi, anche se fortemente indebolito, continuerà a rivendicare la vittoria. Il paragone evocato è quello di Hamas a Gaza: non la vittoria militare in senso stretto ma la trasformazione della mera sopravvivenza in un racconto di successo. Il quadro completo emergerà soltanto alla fine del conflitto. Shine ha infine sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero favorire l’emergere di una leadership alternativa. Sullo sfondo resta anche la pressione europea: l’11 marzo 2026, gli inviati dell’Unione hanno approvato nuove sanzioni contro 19 funzionari ed entità iraniane per violazioni dei diritti umani.
Il briefing del 12 marzo ha mostrato una dinamica complessa: una piena collaborazione tra alleati nella fase iniziale della guerra, seguita dall’emergere di differenze più visibili sugli obiettivi politici finali, sulla durata sostenibile del conflitto e sul significato strategico di una sua conclusione. Il punto decisivo, nelle parole dei due analisti, è che il danno inflitto alla Repubblica Islamica dell’Iran può essere molto serio senza per questo tradursi automaticamente né nel collasso a breve termine del regime né nella neutralizzazione definitiva del programma nucleare.



